Negli Stati Uniti i cimiteri sono aperti, senza recinzioni, spesso in parchi pubblici e, in occasione di festività come il Natale, le tombe sono addobbate con luci e decorazioni a tema. In Italia, invece, la morte è accompagnata da un maggior senso di intimità: si è reticenti a parlarne, anche quando si tratta della “morte digitale”. Che fine fa, ad esempio, il profilo di un utente deceduto? Cosa accade al suo account? Chi può chiuderlo o amministrarlo anche dopo la sua scomparsa? Tutte domande che portano a interrogarsi sui diritti (e i rischi) di chi ha anche un’identità online. E a scoprire che esiste un testamento digitale di cui in pochi conoscono l’esistenza.

Cosa succede alla tua identità digitale quando muori

Siamo ormai iperconnessi e buona parte della vita di chiunque è anche online: si comunica, si lavora e si trascorre una parte abbondante di tempo libero sui social. Ma cosa succede in caso di scomparsa biologica, “fisica” di un utente? Cosa accade alla propria “identità virtuale”? È possibile lasciare in eredità, proprio come un bene materiale, le proprie password a una persona di fiducia, che sia il coniuge, un figlio o una figlia, o anche un’amica?

Cos’è il contatto erede e come sceglierlo per i tuoi account

«Ogni utente può designare durante la propria vita un “contatto erede” che al momento della sua morte potrà gestire il suo profilo social. In questi casi basterà contattare il social network che verificherà la nostra identità e poi ci darà accesso all’account», spiega l’avvocato Marisa Marraffino, esperta in diritto informatico. Diverso il caso di Google: «È possibile, per esempio, ricorrere alla Gestione account inattivo: permette all’utente, quando è ancora in vita, di designare una persona di fiducia che potrà accedere a determinati dati o richiederne la cancellazione dopo un periodo di inattività. È anche la modalità consigliata per pianificare in anticipo», spiega l’avvocato Carola Caputo, esperta in Diritto dell’informatica e protezione dei dati, dello Studio Lisi.

Quando serve il Tribunale per chiudere un account dopo la morte

«In alternativa c’è la richiesta post-mortem: in assenza di istruzioni preventive, i familiari o rappresentanti legali possono chiedere la chiusura dell’account, oppure l’accesso ai dati (non alle credenziali), ma solo in circostanze limitate e dopo un’attenta valutazione da parte di Google, che in ogni caso non fornisce mai password o accesso diretto all’account. Per farlo occorre compilare un modulo e allegare documentazione legale (certificato di morte, testamento o dichiarazione di successione) – spiega ancora Caputo – Microsoft, invece, adotta una politica molto rigorosa: se si conoscono le credenziali, l’account può essere chiuso manualmente, altrimenti l’account viene disattivato automaticamente dopo 2 anni di inattività. I dati (email, file OneDrive) sono eliminati poco dopo il congelamento dell’account. Per ottenere eventualmente l’accesso ai contenuti, è necessario presentare un’ingiunzione del tribunale e Microsoft valuta caso per caso, senza garantire l’accesso, anche in presenza di documentazione».

Se non hai un erede digitale: cosa accade ai tuoi social

Nel complicato panorama del mondo digitale vanno sempre distinte le varie policy di provider e piattaforme social. Ad esempio, per un profilo social se l’utente non ha indicato alcun “contatto erede” «la gestione è più difficile – spiega ancora Marraffino – Quello che si può fare è creare un profilo commemorativo, come nel caso di Facebook e Instagram, dimostrando di essere erede (tramite ad esempio l’atto notorio e il certificato di morte). In questo caso verrà segnalato che è un profilo commemorativo, non si potranno modificare i vecchi post, ma si potranno scrivere ricordi e memorie. Nel caso di contenuti inappropriati o offensivi, il prossimo congiunto potrà sporgere querela per diffamazione aggravata per tutelare la reputazione del proprio familiare».

Profili commemorativi: come funzionano e quando si possono creare

Per creare un profilo commemorativo non ci sono limiti di tempo imposti dalle norme: gli unici vincoli sono quelli previsti dalle condizioni di utilizzo del social network, che variano a seconda della piattaforma. «Meta, ad esempio, può disabilitare o eliminare l’account dell’utente se questo non viene confermato entro un anno dalla registrazione. Può disattivarlo anche se non viene usato e resta inattivo per un periodo di tempo “considerevole” oppure se rileva che qualcuno potrebbe averlo usato senza l’autorizzazione dell’utente stesso», chiarisce l’avvocato.

Come fare un testamento digitale per password e social

In pochi, però, conoscono l’esistenza di un altro strumento: il testamento digitale. «Ha le stesse forme del testamento “ordinario”. Ciò che cambia è la natura dei beni che sono oggetto della disposizione testamentaria, ad esempio documenti digitali, chiavi di accesso a sistemi informatici, account social o di posta elettronica», spiega l’avvocato Andrea Lisi. Sempre più spesso, infatti, nella redazione di un testamento “classico” sono inserite anche disposizioni sulla gestione delle proprie password. «Possono essere consegnate in busta chiusa al notaio, lasciate in banca in una cassetta di sicurezza o inserite nel testamento olografo», cioè redatto di propria mano, senza ricorrere a un notaio o a strumenti meccanici, poi datato e firmato dall’autore.

Testamento digitale: i rischi da evitare e gli errori più comuni

«I rischi riguardano soprattutto il testamento olografo che può diventare introvabile o, se non si danno disposizioni a qualcuno, può essere perso o distrutto. Andrebbe in ogni caso custodito in un luogo sicuro. Il testamento pubblico tramite notaio è più sicuro da questo punto di vista, ma il testamento olografo è più facile da gestire perché può essere modificato ogni volta che lo vogliamo, basta stare attenti ad alcune formalità: deve essere scritto per intero di pugno dalla persona, deve essere datato, firmato e non avere cancellature», chiarisce Marraffino.

Le migliori App per gestire le password in caso di decesso

Ma oggi esistono anche molte App che possono essere d’aiuto e «consentono di inserire le nostre password in una “cassetta di sicurezza” virtuale, che prevede la possibilità di individuare le persone alle quali comunicarle in caso di decesso. Dopo un periodo di inattività, le persone che hanno accettato “l’invito” ad accedere alle password quando il familiare o l’amico era ancora in vita, potranno farlo. A volte sono previsti dei costi di gestione per il servizio. Si potrà, nel caso, indicare anche dove è custodito il testamento olografo», spiega l’esperta. Attenzione, però, alle condizioni privacy della piattaforma e alle modalità di comunicazione delle password alle persone scelte.

Esiste una legge sul testamento digitale? Cosa dice la normativa

Trattandosi di un campo relativamente nuovo, non esiste al momento in Italia una legge specifica sui testamenti digitali. «Le norme esistenti consentono comunque di gestire anche gli asset digitali. Negli USA c’è una legge che permette agli esecutori testamentari di accedere ai beni digitali, a condizione che il defunto lo abbia autorizzato esplicitamente (ad esempio, nel testamento tradizionale o tramite strumenti online)», chiarisce Marraffino.

Quando e come gli eredi possono accedere agli account del defunto

In realtà esistono ormai diverse pronunce dei tribunali che permettono ai familiari di accedere agli account social o cloud dei propri cari, anche quando questi non hanno lasciato esplicite disposizioni in merito, «tutte le volte in cui l’accesso serva a tutelare un interesse ritenuto meritevole. Diversi giudici, ad esempio, hanno valutato che lo fosse nel caso in cui era interesse dei figli di preservare la memoria dei loro genitori. Credo che potrebbe essere utile una legge che definisca meglio questi casi, imponendo alle piattaforme di collaborare, evitando ai familiari cause costose e anche psicologicamente impegnative», conclude l’esperta.