Ci sono scelte, come l’adozione, che nascono da un desiderio profondo, quasi viscerale, e che vengono coltivate nel tempo con pazienza, riflessione, attesa, ma non sono esenti dal rischio di pentimento. Perché l’adozione non è mai un gesto improvviso: è un percorso lungo attraversato da domande, paure e speranze. Eppure, anche quando diventa realtà, continua a mettere alla prova. «Chi sceglie di diventare genitore adottivo lo fa, nella maggior parte dei casi, con una consapevolezza rara. È una genitorialità pensata, desiderata, costruita passo dopo passo», spiega Giovanna Beck, psicologa, psicoterapeuta sistemico relazionale e coordinatrice dell’équipe psicologica di Ciai Milano. Nella sua esperienza, il cammino incontra vari step, tutti importanti. «Tra i più delicati, sicuramente l’incontro con il bambino reale è uno dei più complessi, perché le aspettative, le fantasie, i desideri prendono corpo in una persona vera: una discrepanza c’è sempre, ma può essere elaborata».
Nell’adozione ci si può sentire inadeguati
A volte il peso emotivo e la responsabilità diventano così intensi da far vacillare anche le convinzioni più solide. Ci si può sentire stanchi, sopraffatti, persino inadeguati. E in quei momenti, silenziosi e difficili, può affacciarsi un pensiero che fa paura: “E se avessi sbagliato?” «Mettere in dubbio la propria scelta è anche fisiologico, il problema è quando questo dubbio si cronicizza e porta a situazioni più critiche. Per questo è fondamentale esserci prima, durante e dopo l’incontro, con un accompagnamento anche di lungo periodo», spiega Beck. La verità è che la genitorialità, tutta, porta con sé fragilità.
Crisi fisiologica o qualcosa di più profondo?
Non esiste un modo “più facile” o “più giusto” di essere genitori. Eppure, nell’adozione, queste crepe sembrano avere una risonanza diversa. Forse perché si portano dentro storie complesse, ferite invisibili, aspettative altissime. «Anche nelle famiglie adottive, come in tutte le famiglie, esistono momenti di crisi. La differenza è che spesso queste difficoltà vengono vissute con maggiore intensità e con un senso di responsabilità molto forte» conferma la psicologa. E aggiunge: «Questa dissonanza — “l’ho aspettato tanto e ora non mi sento come immaginavo” — può essere difficile da accettare. È importante sdoganare l’idea che una genitorialità autentica contempla emozioni complesse: questo non significa non essere buoni genitori». Eppure, proprio questa difficoltà spesso resta in silenzio.
Adozione e pentimento: se subentra la vergogna
«Io credo che alcune emozioni – come la delusione – possano essere sovrapponibili, tra genitori biologici e adottivi, però nella genitorialità adottiva è più difficile poterle esternare. Ci si vergogna di più. Non c’è ancora uno spazio in cui queste fatiche vengano nominate con chiarezza, e allora si vivono con un senso di colpa maggiore. La sofferenza di un genitore adottivo si accompagna spesso alla pressione di dover essere all’altezza, sempre» riflette Beck. E quando la stanchezza diventa troppo grande, quando si arriva a pensare di non farcela, si insinua anche il senso di colpa. Un dolore sordo, che riguarda non solo sé stessi ma anche il bambino.
Ti ho tanto voluto, dunque mi sento in colpa
Mettere in discussione la propria scelta significa, in qualche modo, mettere in discussione anche il legame con il figlio. Ed è qualcosa di molto difficile da accettare. Quando la fatica diventa troppo grande, può trasformarsi in un peso che blocca. «Il senso di colpa va prima di tutto nominato», suggerisce la psicologa. «Poi il lavoro è trasformarlo in senso di responsabilità, perché c’è una grande differenza: il senso di colpa schiaccia e blocca, mentre il senso di responsabilità permette di tornare alle motivazioni originarie della scelta. Prendersi uno spazio di pensiero, ritornare al progetto condiviso, permette di rispondere alla crisi invece che reagire emotivamente». Esiste la possibilità di attraversare questi momenti senza negarsi, senza giudicarsi. Di riconoscere che la fatica non cancella l’amore, che il dubbio non annulla il legame.
L’adozione e il senso di inadeguatezza: conta l’età
Ogni famiglia adottiva ha una storia unica, fatta di equilibri delicati. L’età dei genitori, quella dei figli, il momento della vita in cui avviene l’incontro: tutto può influire. «Accogliere un bambino piccolo o un adolescente comporta sfide molto diverse. Un bambino molto piccolo può aver vissuto esperienze difficili senza poterle mentalizzare. Il corpo registra tutto, anche se non può essere verbalizzato, e questo a volte viene sottovalutato», ammonisce Beck. «Con i ragazzi più grandi invece il passato è più presente, più strutturato, e richiede uno spazio di ascolto maggiore. Però questi ragazzi hanno risorse: possono raccontare, comunicare. Più che l’età della coppia, invece, conta il suo vissuto, come sta insieme, e come la sua storia si intreccia con quella del bambino. Non è il dato anagrafico preso da solo a fare la differenza». L’adozione è un incontro tra identità già in cammino, non una pagina bianca.
Quando invece l’equilibrio non si trova
E poi ci sono i casi più dolorosi, quelli in cui il percorso si interrompe. Quando una famiglia si spezza, quando si fa un passo indietro, il dolore è profondo e attraversa tutti. «Quando un’adozione fallisce, è una ferita che riguarda sia i genitori sia il bambino. È fondamentale che queste situazioni vengano accompagnate e sostenute, senza giudizio». Arrivare a chiedere aiuto è già un passaggio importante. Da lì si cerca di capire se si tratta di un momento di crisi affrontabile o di qualcosa di più profondo. «Quando si arriva a situazioni più gravi, il focus deve rimanere sul miglior interesse del minore. È un processo di elaborazione paragonabile a un lutto: un progetto tanto sognato che non è andato come si immaginava» riflette Beck. «Anche con i bambini è fondamentale evitare che si sentano responsabili: quando c’è un fallimento adottivo non ci sono scorciatoie per affrontarlo». L’adozione, in fondo, non è una favola. È una relazione viva, complessa, a volte fragile. E forse è proprio lì, in quella verità imperfetta, che trova la sua forma più profonda.