C’è un silenzio tombale dopo le esplosioni. È quello che aleggia tra le macerie e i corpi senza vita. Poi c’è il silenzio di certi bambini: quelli che non riescono più nemmeno a piangere, che smettono di reagire al mondo. Questa risposta estrema al trauma della guerra si chiama “sindrome della rassegnazione”. A portarla alla ribalta è Carmela Scotti, autrice pluripremiata, nel suo romanzo I bambini dormono ancora (Wudz).
«La sindrome della rassegnazione colpisce mediamente piccoli tra gli 8 e i 15 anni, vittime di traumi legati alle guerre, che cadono in una sorta di coma psichico in cui la coscienza si spegne» spiega l’autrice. «Non parlano, non mangiano, non reagiscono agli stimoli né alla luce. Vengono alimentati con sondini. A volte per mesi, altre per anni.

I primi casi della sindrome della rassegnazione
I primi casi furono documentati in Svezia nel 1990, tra i figli dei richiedenti asilo dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia. Successivamente sono stati segnalati casi in Siria – un bambino siriano, Samir, è stato curato al Bambin Gesù di Roma – e poi in Kuwait e nei centri di detenzione dei profughi in Australia. Ne hanno parlato anche i registi Kristine Samuelson e John Haptas nel documentario su Netflix Sopraffatti dalla vita, del 2019. La patologia è profondamente “simbolica” di ciò che vivono i bambini sui fronti di guerra: è il corpo a rispondere quando le parole non bastano più».
La storia di Anja: quando il trauma paralizza
La protagonista del libro è Anja, 8 anni, bielorussa. Ma Carmela Scotti racconta anche di Birka, Waafa, Dasha, Dina, Polina: ucraini, palestinesi, afghani, siriani, tutti caduti nel pozzo nero del sonno. E per loro crea una Neverland nei sogni. «“La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi” diceva Gianni Rodari. E di tutte le possibilità, aggiungo io. Ho voluto che Anja e gli altri bambini potessero trovare nella fiaba – che vivono durante il loro sonno apatico – il “posto sicuro” dal quale ricominciare.
I bambini sono esseri resilienti per eccellenza, campi fertili dai quali può sempre germogliare una rinascita, ma non vuol dire che non si porteranno dietro traumi con cui dovranno convivere per sempre». L’autrice ha dedicato il romanzo alle vittime innocenti di tutte le guerre, «perché sono convinta che si potrebbe fare di più: si potrebbe offrire un supporto psicologico anche sul medio e lungo periodo, facendo sì che i bambini e le famiglie risorte dalle ceneri delle proprie esistenze non si sentano mai abbandonati, mai soli, mai inascoltati».
La guerra “invade” l’infanzia nel 2024
La guerra ha “invaso” l’infanzia e il 2024 è stato uno degli anni peggiori di sempre. Secondo l’Unicef, più di 473 milioni di bambini vivono in aree di conflitto: 1 su 6. Le Nazioni Unite, dopo aver monitorato 25 aree di guerra, hanno confermato che sono 11.967 i piccoli uccisi o mutilati, anche se il dato reale è di gran lunga più alto, visto che i focolai attuali sono 56 e in molte zone non si riesce a fare la conta delle vittime. «A febbraio saranno passati 4 anni dall’invasione russa in Ucraina e i bambini, a causa del Covid e poi della guerra, non sono più tornati a scuola» spiega Piero Meda, direttore dei progetti in Ucraina di WeWorld, onlus che lavora per garantire i diritti di bambini, bambine e donne in oltre 20 Paesi del mondo (per donazioni: weworld.it).
«Questo ha causato danni enormi sulla socializzazione e sull’apprendimento, perché la didattica è online e i piccoli rimangono chiusi in casa o nei rifugi sotterranei. Hanno sintomi da stress post-traumatico come problemi di sonno, irritabilità, disturbi dell’attenzione, regressione. WeWorld, con il governo locale, ha creato i Children Safe Center, centri diurni per il gioco e lo studio, ma per garantire la sicurezza abbiamo dovuto farli sotterranei, in posti poco illuminati e poco ventilati».
Adolescenti: solitudine e dipendenze digitali
E gli adolescenti? «Per loro la situazione non è meno drammatica» continua Meda. «Il bambino riesci a farlo giocare, gli adolescenti sono soggetti a isolamento e depressione. Molti abusano di psicofarmaci o cercano altri modi per stordirsi ed evadere dalla realtà. In Italia il dosaggio massimo di melatonina acquistabile al banco è 1 mg, per 3 mg ci vuole la ricetta medica, mentre in Ucraina chiunque può comprarla da 6 mg senza prescrizione. A causa della leva obbligatoria, poi, i ragazzi hanno il terrore di dover partire per il fronte, perché sanno che lì diventeranno carne da macello». Inoltre l’Ucraina è stata minata per il 17% del suo territorio. «Le mine lanciate dai droni spesso hanno un aspetto appetibile per i piccoli che, attratti dai colori, le raccolgono. Perciò abbiamo avviato un progetto di prevenzione sulle mine, oltre a uno per gli orfani a Kiev: 2 orfanotrofi e 19 case famiglia, alcune con centri diurni per lo studio e il supporto psicologico».
I numeri di un dramma
Anche nel resto del mondo si registrano situazioni drammatiche. «Nella Striscia di Gaza il disagio è devastante» racconta Giovanna Fotia, direttrice dei progetti di WeWorld a Gaza. «I più piccoli manifestano paura, incubi, tic, balbuzie, dolori alla pancia, gravi disturbi del sonno. Gli adolescenti ansia, irritabilità, isolamento, depressione, comportamenti aggressivi. I danni sul piano psicofisico riguardano anche il forte aumento della malnutrizione acuta e di malattie conseguenti al crollo dei servizi sanitari. Secondo l’Unicef, il 70% dei bambini di Gaza City ha sintomi di disagio psichico. Il 97% delle scuole è distrutto e 658.000 bambini hanno perso l’accesso all’istruzione, fattore che aumenta i ritardi nell’apprendimento e la regressione». Come affrontare situazioni così? «Prima di tutto ci occupiamo dei servizi essenziali» spiega Fotia. «Poi del supporto psicosociale, con la creazione di spazi per attività ricreative, di studio e di supporto psicologico».
Le altre tragedie di cui non si parla
Non solo Ucraina e Gaza, ogni giorno in prima pagina. Sul fronte caldo del Sudan, quasi ignorato dai media mondiali, Emergency offre assistenza in quella che è stata definita l’emergenza umanitaria più grave del Pianeta (per donazioni: emergency.it). «Attualmente le nostre attività principali sono in Paesi con conflitti attivi come il Sudan, oltre che l’Ucraina e Gaza. Soccorriamo bambini feriti da schegge, gravemente ustionati, vittime di violenza, colpiti da mine con arti da amputare, che perdono vista e udito» spiega Manuela Valenti, responsabile della divisione pediatrica di Emergency.
«Le conseguenze psicologiche sono un dramma nel dramma e sono pressoché identiche nei diversi conflitti. I minori che assistono alla perdita dei familiari o alla distruzione delle case soffrono di stress post-traumatico, con ansia, sonno interrotto, incubi, depressione, comportamenti violenti, autolesionismo, tentativi di suicidio anche in età precoce. Poi ci sono i danni cognitivi, con ritardi nell’apprendimento, nello sviluppo del linguaggio o delle emozioni. A livello mondiale 24 milioni di bambini hanno subìto, a causa dei conflitti, danni psicologici irreversibili. I danni psichici sono infatti più difficili da recuperare, per la difficoltà di intervenire tempestivamente o nel modo più appropriato, anche a causa delle differenze culturali e delle barriere linguistiche».
Sudan: l’emergenza umanitaria dimenticata
In Sudan in 2 anni ci sono stati 150.000 morti, 13 milioni di sfollati, 24 milioni di persone in carenza alimentare e sanitaria (quasi la metà della popolazione), 9 bambini su 10 senza accesso all’istruzione e 825.000 minori reclutati come bambini soldato. «Soprattutto in Darfur è riesplosa anche la terribile piaga degli stupri sistematici: i miliziani entrano nelle case, violentano donne, bambini e bambine, fanno esecuzioni sommarie» continua Valenti. «Infine, nei conflitti moderni una delle armi più feroci ed efficaci è ridurre il popolo alla fame. Dalle stime di Emergency emerge che entro quest’anno nel mondo moriranno di malnutrizione grave ancora mezzo milione di bambini». E mentre i governi discutono di strategie e confini, milioni di piccoli si addormentano senza sapere se domani per loro ci sarà ancora un’alba, un genitore, un futuro. Consapevoli che, anche se la guerra finirà, quella dentro di loro li accompagnerà per sempre.