Se cerchi il prezzo della dignità e della sicurezza di una ragazzina di tredici anni, a Torino lo trovi nel reparto corsie di un minimarket in periferia nord, a Madonna di Campagna. Costa appena tre euro: il prezzo di un succo d’uva e due ai frutti di bosco che era andata a comprare per i suoi fratellini.
Liberato dopo 48 ore il 42enne violentatore
Ma se cerchi il prezzo della libertà per chi quella bambina l’ha abusata in mezzo agli scaffali, la tariffa è ancora più stracciata: basta pronunciare due parole strategiche, «sono dispiaciuto», per vedersi aprire le porte della cella dopo appena 48 ore.
La cronaca del caso, ricostruita dal quotidiano La Stampa, lascia sbigottiti non solo per la brutalità dell’abuso, ma per la sconcertante risposta della giustizia. Sabato subito dopo pranzo, una tredicenne esce di casa per una commissione banale e si ritrova intrappolata all’interno del negozio, abusata dal gestore dell’attività, un uomo di 42 anni. All’uscita dal locale, la bambina crolla sul marciapiede, sopraffatta da panico e nausea, prima di riuscire a telefonare alla madre e a un amico. Viene poi soccorsa e trasportata in ospedale, dove viene attivato il “Protocollo Bambi” per le vittime di abusi.
Un uomo recidivo: aveva aggredito 40 minuti prima un’altra donna
Un incubo interamente immortalato dalle telecamere di videosorveglianza dello stesso negozio. E quei video rivelano che non si è trattato di un fatto isolato. Appena quaranta minuti prima dello stupro della ragazzina, lo stesso identico uomo aveva aggredito tra le corsie una cliente adulta, che era riuscita a spingerlo via e a fuggire prima di essere inseguita fino all’uscita.
Scarcerato vista la sua “resipiscenza”
Di fronte a questo scenario di serialità predatoria consumata nel giro di tre quarti d’ora, il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) ha comunque disposto la scarcerazione dell’uomo dopo sole due notti trascorse nel carcere Lorusso e Cutugno. Una decisione motivata, oltre che dall’assenza di precedenti penali e dalla consegna dei filmati, da una presunta “resipiscenza” manifestata dall’indagato.
Ma cos’è questa resipiscenza? Leggiamo che rappresenterebbe il ravvedimento operoso, la consapevolezza intima del disvalore sociale della propria condotta e del trauma inflitto alla vittima. Bastano 48 ore di cella quindi per pentirsi di aver provocato un trauma indelebile nella psiche di questa piccola vittima? Un trauma che ne causerà altri a cascata, che dovrà curarsi tutta la vita.
Prima il silenzio, poi lo strategico pentimento
Accade questo. Durante l’udienza di convalida l’indagato si avvale della facoltà di non rispondere. In modo scaltro sceglie il silenzio processuale, rifiutando di sottoporsi alle domande degli inquirenti e di chiarire i dettagli di un’aggressione brutale. Poi, in coda all’udienza, pronunciato una singola dichiarazione spontanea: si dice «dispiaciuto».
Ecco il paradosso: la giustizia eleva questo generico rammarico verbale — pronunciato a bocca chiusa da chi non ha voluto collaborare all’interrogatorio — a “resipiscenza” sufficiente a mitigare le esigenze cautelari. Un pentimento a basso costo, utile a evitare il carcere, che scambia la convenienza strategica di un imputato per un reale cammino di ravvedimento.
La collaborazione a doppio taglio e la pericolosità dell’uomo
Anche la “collaborazione” dell’indagato, valorizzata dal GIP per aver consegnato spontaneamente i video delle telecamere interne, assume contorni grotteschi. Quegli stessi filmati si sono rivelati non un atto di generosa ammissione di colpa, ma la prova regina della sua colpevolezza e, soprattutto, della sua pericolosità. Sono quelle riprese a mostrare come l’uomo avesse già tentato di aggredire un’altra donna quaranta minuti prima, delineando una condotta ripetitiva e predatoria nello stesso spazio e nello stesso pomeriggio.
È proprio su questo punto che si consuma la frattura con il Pubblico Ministero Paolo Cappelli. Per la Procura, che aveva richiesto fermamente la custodia cautelare in carcere, il concreto rischio di reiterazione del reato è altissimo. Il PM ha evidenziato la gravità inaudita della violenza su una minore di tredici anni, la piena consapevolezza dell’età della vittima da parte del gestore del negozio e la spregiudicata ripetitività delle sue azioni. Elementi oggettivi e drammatici che nessuna dichiarazione spontanea di dispiacere dovrebbe poter cancellare o ridimensionare.
Un precedente pericoloso per la credibilità dello Stato
Invece, il quarantaduenne è tornato in libertà con la sola misura dell’obbligo di firma quotidiano presso il commissariato di zona.
Il messaggio che esce dal tribunale di Torino è devastante. Alle vittime di violenza sessuale si dice che denunciare e fornire prove video inconfutabili può non bastare, perché all’aggressore basterà recitare la parte del “dispiaciuto” per evitare la cella. Agli aggressori si offre una scappatoia legale quasi ridicola: avvaletevi del silenzio, ditevi dispiaciuti e la resipiscenza vi rimetterà in libertà.