A cosa servono gli algoritmi se i gridi d’aiuto di Lorena Isceri non sono stati ascoltati? Postava stories dal bagagliaio della sua auto per gridare aiuto, ma Meta, che ci geolocalizza in tempo reale per proporci il bar in cui prendere il caffè, non è stata in grado di attivarsi. Neanche adesso, con il profilo di Federico Vella, l’assassino, ancora aperto

Mentre l’auto di Lorena Isceri sfrecciava sull’autostrada A1, si stava consumando un paradosso tecnologico spaventoso. Dentro il buio del bagagliaio, Lorena, 47 anni, lottava disperatamente per la sua vita. Con le mani e i piedi legati, era riuscita ad afferrare lo smartphone. Per venti minuti era rimasta in linea con il 112, cercando di farsi localizzare mentre la macchina rimbalzava da una cella telefonica all’altra. Ma Lorena non aveva fatto solo questo.

In quei minuti sospesi tra la vita e la morte, aveva usato lo smartphone anche per lanciare disperati appelli su Instagram]. Ha gridato al mondo virtuale il suo rapimento, sperando che la rete, quella stessa rete che ci promette connessioni istantanee, potesse salvarla.

La risposta di Meta? Il silenzio

Mentre Lorena lanciava i suoi SOS digitali, il profilo Instagram di Federico Vella mostrava ancora le tracce intatte di una narrazione romantica e tossica Solo poche ore prima, Vella aveva postato una storia con un laconico «Addio a tutti», e appena tre settimane prima, il 12 agosto, pubblicava un montaggio video di sei minuti (sei!) della loro storia d’amore con una didascalia inquietante: «Certi incastri sono così perfetti che, anche se li separi, la forma dell’altro ti rimane addosso per sempre». Un manifesto pubblico di ossessione e controllo, camuffato da romanticismo, che l’algoritmo di Meta non ha decifrato.

Non l’ha decifrato nenanche quando in alcuni frame di questo montaggio, lui riprende lei mentre dorme. Ci ricorda qualcosa? Non ci ricorda gli uomini del gruppo Facebook Mia moglie o di Phica.eu che immortalavano le loro compagne addormentate? Inermi, ignare. Come Lorena.

Il profilo social di Vella è ancora aperto

Quando la macchina si è fermata sul viadotto Lora a Barberino del Mugello, e Vella ha gettato Lorena nel vuoto prima di suicidarsi, il suo profilo social è rimasto lì, spalancato, come un teatro abbandonato dopo la tragedia.

Nelle ore successive, mentre la notizia del femminicidio sconvolgeva l’Italia, il profilo del killer è stato preso d’assalto da una vera e propria furia social. Decine di migliaia di utenti indignati si sono riversati sotto i post di Vella, lasciando commenti di rabbia, insulti e dolore. E Meta? Meta, il colosso da miliardi di dollari che vanta algoritmi capaci di intercettare le nostre preferenze d’acquisto in frazioni di secondo, è rimasta a guardare. Al momento in cui scriviamo, il profilo social è ancora aperto. Life to the fullest – recita la didascalia di Vella: Vivi al massimo. E poi “Una buona azione al giorno”. Paradossale il divario tra ciò che scriviamo sui nostri profili, racchiudendo la nostra vita in un claim, e ciò che siamo davvero.

Il grande divario della moderazione digitale

Meta possiede in realtà linee guida rigidissime. La sua famosa policy sui “Soggetti e organizzazioni pericolose” (Dangerous Organizations and Individuals – DOI) prevede la rimozione immediata e permanente di qualsiasi account appartenente ad autori di sparatorie di massa o gravi atti di violenza, così come la cancellazione di ogni contenuto che ne elogi o glorifichi le azioni.

Il problema non è la mancanza di regole, ma il tempo di reazione. La macchina burocratica e digitale non si attiva istantaneamente. Richiede segnalazioni formali, passaggi attraverso i moderatori umani o richieste dirette da parte delle forze dell’ordine. In questa drammatica “finestra di latenza”, i social network smettono di essere strumenti di comunicazione e diventano giganteschi monumenti al macabro, dove la violenza viene consumata, commentata e storicizzata in tempo reale.

Fa impressione pensare che la tecnologia che geolocalizza i nostri passi per proporci la pubblicità di un bar dietro l’angolo non sia stata in grado di tracciare in tempo reale Lorena, o di intercettare l’anomalia di un account che postava disperati SOS dal bagagliaio di un SUV in movimento.

L’illusione del controllo

La tragedia di Lorena Isceri ci sbatte in faccia la realtà: la nostra vita digitale è governata da giganti che rimuovono account in un’azione di “pulizia” tardiva, quando invece si muovono istantaneamente se si tratta di censurare un seno.

Non si può chiedere a un social network di sostituirsi alle forze dell’ordine o di prevenire fisicamente la follia di un uomo. Ma si può, e si deve, pretendere che una piattaforma che monetizza la nostra attenzione e i nostri dati più intimi non sia così tragicamente lenta nel riconoscere un grido d’aiuto. Fino a quando Silicon Valley non colmerà questo divario tra la reattività del marketing e quella della sicurezza umana, la promessa di “connettere il mondo” rimarrà solo tale.