Donne mezze nude per pubblicizzare lubrificanti (industriali), rifacimenti (dei tetti), offerte gratis (il secondo occhiale). Paccottiglia talmente vecchia che ce ne eravamo quasi dimenticati. Una norma introdotta nella scorsa legislatura (eravamo in pandemia) vietava cartelloni stradali con manifesti sessisti, omofobi e discriminatori. In pratica, si trattava di un provvedimento che proteggeva la dignità di tutte e tutti, un deterrente culturale contro la violenza e, in particolare, la mercificazione del corpo femminile. Ora Fratelli d’Italia vuole cancellarla, bollandola come censura, scambiandola per libertà d’espressione, quando si tratta invece di libertà di insultare, offendere o discriminare chiunque.

Pubblicità sessiste se l’emendamento verrà approvato

Potrebbero quindi riapparire sulle strade, furgoni, taxi e autobus manifesti pubblicitari con slogan sessisti, quelle frasi a doppio senso che ormai si sentono solo nelle barzellette datate e di cui ci eravamo liberati. Potrebbe ripristinarli un emendamento al disegno di legge Concorrenza (la legge annuale che regola le attività di professionisti e industria) appena presentato in Commissione Commercio e Industria da due senatori di Fratelli d’Italia, Lucia Malan e l’ex sindaco di Catania Salvo Pugliese.

L’emendamento vuole cancellare il divieto di pubblicità sessiste

L’iniziativa, formalmente intitolata “Modifica al codice della strada”, non riguarda la sicurezza stradale né interventi su viabilità e trasporti, come sottolinea il quotidiano Domani. L’obiettivo è cancellare due commi dell’articolo 23, il 4bis e il 4 ter, introdotti con un emendamento al decreto Infrastrutture e Trasporti durante la precedente legislatura, e inseriti nel Codice della Strada. Recitano: «È vietata sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi».

Non si tratta solo di sessismo

Non si tratta solo di sessismo. Nel comma si specifica anche che sono vietati allo stesso modo «i messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche». Come spiega bene Il Corriere della Sera, la norma era firmata dall’ex deputata del Partito democratico Alessia Rotta e dalla senatrice di Italia Viva Raffaela Paita. All’epoca era stata salutata come un avanzamento di civiltà e subito Fratelli d’Italia aveva commentato che, invece, si trattava di un grave attentato alla libertà di espressione. Lucio Malan, allora capogruppo al Senato, dichiarava nel 2021: «Come è possibile che in un decreto su infrastrutture e sicurezza stradale sia stata inserita una norma ideologica, volta a limitare la libertà di espressione, con il pretesto che non può essere esercitata su strade e veicoli?».

Anche i Pro Vita contro la norma del 2021

Una posizione condivisa dai movimenti pro vita, che da subito avevano bollato la norma come un «ddl Zan mascherato». La paura di allora era l’influenza della cultura woke, contro cui la crociata non era ancora partita, e cioè che – con quell’emendamento introdotto – si potessero vietare immagini o frasi religiose perché avrebbero potuto offendere i non cristiani, o si impedissero pubblicità con una coppia uomo-donna perché avrebbe potuto offendere la comunità Lgbtq+. Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, si chiedeva infatti: «Sarà ancora possibile affermare in una pubblicità che i bambini sono maschi e le bambine sono femmine?».

In realtà, l’unico effetto concreto di quell’emendamento del 2021 era stato quello di non farci vedere più nei cartelloni stradali frasi e immagini sessiste, evidentemente ancora in grado di attirare automobilisti e passanti attraverso l’oggettificazione del corpo della donna.

Un passi indietro gravissimo

La nuova iniziativa parlamentare di FdI raccoglie e rilancia proprio queste critiche, proponendo di rimuovere qualsiasi vincolo contenutistico alla cartellonistica stradale. Se l’emendamento fosse approvato, si tratterebbe di «Un passo indietro gravissimo nella lotta contro la violenza di genere» ci dice l’onorevole Michela De Biase, che ha depositato una proposta di legge per introdurre il consenso nel Codice Penale, in modo che, per esempio, non venga assolto chi stupra una donna in stato di incoscienza. «La pubblicità contribuisce a formare immaginari e linguaggi che possono alimentare o contrastare la cultura della sopraffazione. In un Paese che ogni giorno fa i conti con femminicidi e discriminazioni, indebolire gli strumenti che limitano messaggi sessisti è irresponsabile».

Sanzioni verso le pubblicità sessiste: conquiste importanti

Mariangela Zanni, consigliera nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, sottolinea come in questi anni molte denunce «abbiano portato non solo a sanzioni verso le aziende pubblicitarie che hanno prodotto pubblicità sessiste e alla rimozione dei manifesti, ma anche a una maggior consapevolezza da parte di alcuni grandi marchi nella rappresentazione e nei messaggi veicolati. Il pensiero che guida chi propone questo emendamento è proprio quello di chi non riconosce le radici culturali della violenza di genere, cultura che viene rafforzata anche dai messaggio pubblicitari e commerciali. Permettere la pubblicazione di pubblicità sessiste non significa preservare la libertà di espressione, anzi rende legittimo il perpetuarsi della cultura dello stupro».