Tanti gli spunti al cambiamento forniti dagli esperti intervenuti al tavolo di lavoro del 16 settembre sul quarto e ultimo pillar dell’edizione 2025 del nostro progetto Libere e Uguali: il ruolo dei media, ovvero il potere del linguaggio nel costruire o deformare la percezione della violenza di genere. Un tema sfidante soprattutto per noi che facciamo informazione, troppo spesso imprigionati in stereotipi e banalizzazioni, che producono l’effetto di distorcere la realtà e sottodimensionare la violenza sulle donne. Una grande responsabilità, la nostra.
L’impegno dei media nell’uscire dagli stereotipi
Ma qualcosa sta cambiando. Eleonora Cirant, del direttivo di Giulia (Giornaliste Unite Libere Autonome), ci ricorda come anche noi abbiamo incorporato il sistema di genere, per esempio stando aggrappate ai ruoli di cura. Occorre quindi chiederci quanto anche noi donne, per prime, siamo complici nel reiterare certi schemi: quando chiamiamo mammo un uomo che chiede il congedo, quando non lo riteniamo capace come noi di occuparsi della casa o dei figli, quando diciamo alla nostra amica che il partner collaborativo la “aiuta”. Giulia Giornaliste, per scardinare la rappresentazione stereotipata in tv, sta lavorando a un database di esperte, da poter invitare nelle trasmissioni, in modo da garantire alle donne di essere rappresentate in ruoli istituzionali e autorevoli. Esistono poi codici etici per raccontare il fenomeno della violenza sulle donne senza spettacolarizzazioni e morbosità. Anche la pubblicità fa timidi passi in avanti, con spot in cui è l’uomo è a occuparsi della casa anche se, come riferisce Claudio Nader, dell’Osservatorio Maschile, «ancora riprodotto come macchietta, l’uomo cioè che fa la lavatrice e aiuta la donna».
Il potere dei media nel prevenire la violenza anche online
Gli fa eco Laura Nacci, divulgatrice linguistica e direttrice della formazione di SheTech, fresca autrice del libro Parole e potere al lavoro, che sottolinea come, anche se impacciato e didascalico, l’uomo cominci ad affacciarsi negli spot in ruoli diversi. In quelli autorevoli, però, la rappresentazione è sempre maschile. «Anche noi, col nostro linguaggio, contribuiamo a schiacciare e zittire le donne: le parole sono potere e noi non ce ne rediamo conto. Possono accelerare e sostenere dei processi di cambiamento o fare il contrario» dice Laura Nacci. «Per esempio lo stalking è reato dal 2009, ma dopo 2 anni si inizia a parlare di stalkerare, e i libri iniziano a usare il termine come sinonimo di sbirciare. In questo modo si normalizzia la violenza e la si rende meno importante».
Occorre allenare le persone a vedere il potere delle parole, occorre partire dall’educazione, fin dalla scuola primaria, come sottolinea Barbara Urdanch, pedagogista, formatrice AID e membro del Comitato scientifico di MyEdu: «I bambini sono veri ponti fra culture diverse: occorre avvicinarsi ad esse il più possiible, perché il cambiamento arirverà proprio da questi bambini».
Le aziende contro gli stereotipi di genere
Nella destrutturazione degli stereotipi, le aziende possono fare molto. Francesca Panigutto, Head of marketing & communications di Fondazione Libellula, esorta a «usare le parole in modo corretto: quante volte nel mondo del lavoro l’uomo che prende il congedo (solo il 65 per cento) viene etichettato come mammo? Quante volte si sente a disagio nel prendere i permessi? Siamo anche noi donne, spesso, a remare contro il cambiamento». Un ruolo, quello delle parole, su cui anche WindTre sta lavorando, con il Manifesto del Linguaggio Umano, che sottolinea l’importanza di creare una cultura aziendale inclusiva e rispettosa. «Le aziende sono lo specchio della società, quindi scontiamo tutte le disparità culturali: il 95 per cento delle richieste di part time sono delle donne, mentre gli uomini chiedono al massimo congedi di 8 giorni» dice Cristina Tedeschi, Culture People Inclusion&Communication Director di WindTre.
Paola Andreozzi, Head of business communications di Valore D, network che raduna più di 500 aziende, concorda sull’importanza dei luoghi di lavoro per combattere la violenza, nel linguaggio ma anche con azioni concrete, come la nuova policy Dal silenzio all’azione, in collaborazione con Fondazione Una Nessuna Centomila, per aiutare le aziende a contrastare la violenza di genere, che ha ricadute pesanti anche sul profitto: «Con lo smart working l’ufficio non esiste più, per cui si alza il rischio che la violenza che una donna subisce a casa, si ripercuota in modo ancora più deciso nel lavoro: cala la produttività e si crea un forte squilibrio nei team».
Violenza digitale: quanto pesa l’AI
Quanto parole ed espressioni siano importanti, lo vediamo nel linguaggio del web, che riflette una cultura sessista, di cui la parte più oscura della rete si nutre. In questo, ruolo centrale spetta all’AI. H-FARM, per esempio, college dove si pratica un insegnamento digitale e tecnologico innovativo, sta portando nelle scuole il Manifesto per usare l’AI in modo etico, redatto con Paole ostili, come racconta Giulia Franchin, Head of Pr & Communication di H-Farm. Piccoli esempi di un cambiamento culturale di cui tutti noi siamo responsabili, come spiega Paolo Picchio, Presidente onorario di Fondazione Carolina e papà di Caro, morta suicida a 14 anni perché vittima di bullismo ma – sottolinea Picchio – «anche di femminicidio, perché prima della persecuzione e della divulgazione delle sue foto in chat, su di lei erano stati compiuti abusi sessuali. Esiste sempre un responsabile nella vita analogica, perché chi abusa delle persone online non può essere punito?
Il racconto dei media normalizza la violenza
L’onorevole Martina Semenzato, Presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, sottolinea come la Rete abbia maglie troppo larghe e come le nostre norme debbano essere adeguate ai cambiamenti in atto. Sull’AI esiste un regolamento europeo ma ancora non abbiamo una legge nazionale sul deepfake, su cui è stata depositata una proposta in Parlamento. «In Commissione – dichiara l’onorevole – stiamo lavorando sui braccialetti elettronici, sulla violenza online e violenza economica e sul diritto comparato, per capire gli esempi stranieri. Ma una parte del lavoro è sul ruolo dei media e sul linguaggio giornalistico: è fondamentale il modo in cui si racconta la violenza di genere. All’estero l’uccisione di una donna per mano del marito non fa notizia: perché? Raccontando questi femminicidi, quanto li normalizziamo?».
La violenza online
La violenza online è prima di tutto un problema culturale, come sottolinea la dottoressa Valentina Varvaro, responsabile formazione Scuole Fondazione Carolina. «Il cyberbullismo non è il problema ma la consegenza di comportamenti agiti nel quotidiano. Per questo Fondazione Carolina lavora in concreto coi ragazzi e le famiglie: abbiamo creato tre Rescue team, con professionisti in campo in tutta Italia e, a Milano, il centro ReTe, per aiutare i ragazzi imprigionati nel web, nella dipendenza o nelle conseguenze della violenza online». Una violenza che non bastano le leggi ad arginare, come sottolinea Nicole Monte, avvocata esperta in diritto digitale e vicepresidente di PermessoNegato. «Le leggi esistono, dal DSA ai regolamenti di Meta, che è molto attento. Poi esistono linee guida Agcom che
introducono la responsabilità editoriale nei confronti degli influencer per cui occorre verificare che non ci siano contenuti di odio all interno dei vari profili. Il problema è Telegram, un vero Far West: noi monitoriamo piu di 247 canali dove c’è l’indescrivibile».
Le riforme sono necessarie
Alcune riforme sono però necessarie, come sottolinea l’avvocata Marisa Marraffino, esperta di diritti digitali: «Occorre obbligare le piattaforme a fornire i dati di chi si nasconde dietro ai nickname. Finché si potrà agire indisturbati, nessuno pagherà. In Italia l’80 per cento delle diffamazioni online finisce in un’archiviazione. Con Terres des Hommes abbiamo presentato una proposta di legge per rendere obbligatoria l’identità di ogni iscritto alle piattaforme. I social hanno tutti i nostri dati, perché poi non vengono forniti all’autorità giudiziaria?». Sotto alla violenza digitale, però, sappiamo che esiste un problema di educazione. Il giovane Simone D’Amico, visiting researcher al Digital Wellness Lab presso il Boston Children’s Hospital, insieme a due amici (Giulia Violati e Kyle Fernandes) ha messo a punto la App LockBox per bloccare i social, così da usarli meno. E magari in modo più responsabile. Con un pulsante – molto analogico – da condividere in famiglia, possiamo decidere per quanto tempo non farci risucchiare dai social. Un piccolo sforzo che viene poi ricompensato in modo anche questo analogico con sconti per eventi sportivi, corsi di arte e aperitivi in gruppo. Un po’ più di reale, un po’ meno di virtuale.
Con la collaborazione scientifica di Università degli Studi di Milano, Fondazione Libellula, H-FARM, MyEdu, Valore D
Partner: Banca Mediolanum, Generali, Jeep, Mundys, WindTre