Un aumento in busta paga dovrebbe essere sempre una buona notizia. Lo stesso vale per una pensione che sale per adeguarsi al costo della vita. Eppure, quando entra in gioco il fiscal drag, qualcosa può cambiare. Il reddito nominale cresce, ma con lui può aumentare anche il peso delle tasse.
Così, mentre i prezzi corrono e il reddito prova a inseguirli, una parte dell’aumento può essere assorbita dal Fisco. È il cosiddetto drenaggio fiscale. Un meccanismo poco visibile, perché non nasce da una nuova imposta o da un aumento esplicito delle aliquote. E può farsi sentire sul reddito disponibile di lavoratori e pensionati.
Fiscal drag: cos’è e come funziona il drenaggio fiscale
L’espressione inglese fiscal drag significa letteralmente “drenaggio fiscale”. Il fenomeno può verificarsi quando stipendi e pensioni aumentano per recuperare l’inflazione, mentre alcuni parametri dell’Irpef restano fermi.
Il punto da tenere a mente è semplice. Se un reddito aumenta nella stessa misura dei prezzi, il suo valore nominale cresce. Il potere d’acquisto, però, non aumenta necessariamente. Quei soldi in più servono infatti a comprare beni e servizi diventati più costosi.
Un problema particolarmente evidente negli ultimi anni: i dati sui salari reali mostrano infatti quanto l’inflazione abbia inciso sul potere d’acquisto in Italia.
Qui può entrare in gioco il fiscal drag. Se soglie e detrazioni Irpef non seguono l’aumento dei prezzi, il contribuente può ritrovarsi con un prelievo maggiore. In altre parole, una parte dell’incremento ottenuto per difendersi dall’inflazione finisce nelle tasse.
Per questo si parla spesso di “tassa invisibile”. La definizione rende bene l’effetto, ma va presa con cautela. Non si tratta infatti di una nuova tassa. Il maggiore prelievo nasce dall’incontro tra l’aumento nominale del reddito e un sistema fiscale progressivo i cui parametri non vengono adeguati nella stessa misura.
Perché l’inflazione può farci pagare più tasse
Un esempio aiuta a capire cosa succede. Immaginiamo una lavoratrice con un reddito imponibile annuo di 28.000 euro. Se riceve un aumento del 3%, il suo reddito arriva a 28.840 euro.
Supponiamo, però, che nello stesso periodo anche i prezzi siano saliti del 3%. Quegli 840 euro in più non rappresentano un vero aumento del potere d’acquisto. Servono, in sostanza, a recuperare ciò che l’inflazione ha eroso.
Se la soglia Irpef dei 28.000 euro resta invariata, gli 840 euro eccedenti entrano nello scaglione successivo. Considerando le aliquote 2026 utilizzate nelle simulazioni, quella parte di reddito viene tassata al 33% anziché al 23%. Guardando soltanto alle aliquote, la differenza è di 84 euro rispetto a una situazione nella quale anche la soglia fosse aumentata del 3%.
La busta paga reale è naturalmente più complessa. Entrano in gioco detrazioni e altre regole fiscali. E proprio le detrazioni possono contribuire al drenaggio, perché in alcuni casi diminuiscono al crescere del reddito.
Per orientarsi tra dichiarazione e imposte può essere utile anche sapere come funziona il 730 precompilato 2026 e quando arrivano i rimborsi Irpef.
Questo significa anche che non bisogna necessariamente “saltare” da uno scaglione all’altro per subire gli effetti del fiscal drag. Il fenomeno può manifestarsi attraverso diversi meccanismi del sistema Irpef.
Quanto può pesare il fiscal drag su stipendi e pensioni
Il tema diventa particolarmente rilevante guardando alle simulazioni per il biennio 2026-2027. I calcoli degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo ipotizzano, nello scenario centrale, 8,1 miliardi di euro di maggiore prelievo sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni.
Circa 6 miliardi ricadrebbero sui lavoratori dipendenti e circa 2 miliardi sui pensionati. Si tratta, però, di stime e non di somme già sottratte ai contribuenti. Il risultato dipenderà soprattutto dall’andamento effettivo dell’inflazione.
Gli scenari cambiano infatti insieme alla crescita dei prezzi. Con un’inflazione cumulata del 6%, il maggiore prelievo stimato arriverebbe a 9,35 miliardi di euro.
Nello scenario più severo considerato dalle simulazioni, con un aumento cumulato dei prezzi dell’8,2%, il conto salirebbe a 12,74 miliardi. Circa 9 miliardi riguarderebbero i dipendenti e quasi 4 miliardi i pensionati.
Le cifre non descrivono quindi ciò che ogni singolo contribuente perderà. Servono piuttosto a misurare la possibile dimensione complessiva del fenomeno in diversi scenari d’inflazione.
Chi rischia di perdere di più
Il fiscal drag non pesa allo stesso modo su tutti. L’effetto individuale dipende dal reddito di partenza, dall’aumento ricevuto e dalle detrazioni a cui si ha diritto.
Le simulazioni sul 2026-2027 riguardano in particolare lavoratori dipendenti e pensionati sottoposti all’Irpef progressiva. Nei calcoli non sono comprese le addizionali regionali e comunali.
Per i pensionati il quadro va letto considerando anche la rivalutazione degli assegni e le modifiche fiscali. Nel 2026, per esempio, è scesa dal 35% al 33% l’aliquota del secondo scaglione Irpef. Una novità che si riflette anche sugli importi delle pensioni 2026, insieme alla rivalutazione legata all’inflazione.

C’è poi una distinzione importante. Perché si produca questo specifico effetto di drenaggio fiscale, il reddito nominale deve aumentare. Se lo stipendio resta fermo mentre salgono i prezzi, non si paga più Irpef a causa del fiscal drag.
La situazione, però, non è certo più favorevole. Senza un adeguamento del reddito, l’inflazione riduce direttamente il potere d’acquisto. Con la stessa cifra sul conto corrente, insomma, si riescono a comprare meno cose.
È proprio questo intreccio a rendere il fenomeno poco intuitivo. L’aumento dello stipendio o della pensione può sembrare un miglioramento. Ma per capire se lo è davvero bisogna confrontarlo con l’inflazione e con l’effetto delle imposte.
Come si può evitare il drenaggio fiscale
Il fiscal drag non è un effetto inevitabile. Può essere compensato, in tutto o in parte, attraverso interventi sul sistema fiscale. Per esempio modificando aliquote, soglie o altri parametri che determinano il prelievo.
Anche una riduzione delle imposte può controbilanciare il drenaggio fiscale. I due fenomeni, però, non sono la stessa cosa. Un beneficio fiscale può infatti convivere con un maggiore prelievo prodotto dal fiscal drag.
Per capire cosa cambia davvero nelle tasche di lavoratori e pensionati bisogna quindi osservare il risultato finale. Da una parte ci sono gli aumenti nominali e gli eventuali interventi fiscali. Dall’altra ci sono inflazione e maggiore prelievo.
Non basta quindi sapere di quanto aumenta uno stipendio o una pensione. Bisogna capire quanto di quell’aumento rimane davvero disponibile e che cosa permette di comprare. È questa la differenza che il fiscal drag rischia di rendere sempre meno visibile.