Non è affatto scontato che il titolare della piattaforma su cui si appoggiava il sito Phica.eu (ora chiuso) venga condannato. Se ci sarà un’indagine a suo carico, occorrerà dimostrare che fosse a conoscenza dei contenuti ospitati dalla piattaforma.
Il titolare di Phica.eu denuncia il sito
Infatti – come riporta la testata Wired – il manager in questione (titolare della società Hydra che si occupa di servizi di pagamento elettronico per diverse piattaforme, con sede legale a Sofia, in Bulgaria) annuncia già azioni legali: «“Non sono il gestore di Phica.eu”, l’attività di Hydra “si concentra solo sulle transazioni, non sui contenuti” (la società è stata rintracciata proprio a seguito dei pagamenti legati alla piattaforma Phica.eu). E il manager ha annunciato che denuncerà la piattaforma. “Avvieremo tutele legali contro chi ha diffuso notizie false, denunceremo phica.eu, procederemo contro chi ha mandato insulti e minacce sui miei social. Ho piena fiducia nella Polizia postale che dispone degli strumenti per individuare i reali responsabili e fare chiarezza definitiva”.
Il titolare di Phica.eu si difende contro… se stesso
Per tutte noi ha del surreale: il titolare della società denuncia il sito, ospitato dalla piattaforma che fa capo alla sua stessa società. Possibile? Per la legge sì, è del tutto normale, purtroppo, come spiega l’avvocata Marisa Marraffino, esperta di diritti digitali: «A differenza dei giornali online, che sono registrati in Tribunale e hanno un direttore responsabile anche penalmente, i forum come Phica.eu non prevedono responsabilità diretta. Vuol dire che occorre dimostrare che l’amministratore del sito conoscesse i contenuti della piattaforma ma lui, furbescamente, ha già dichiarato che non ne era conoscenza».
La legge è dalla sua parte
È un circolo vizioso perché per esserne a conoscenza occorre che qualcuno lo abbia informato, in questo caso le vittime, le donne a cui sono state sottratte le foto: «Ma come potevano informarlo se sul sito stesso non ci sono i contatti? Come trovarlo?» prosegue l’avvocata. «Se questo fosse stato possibile, e lui – una volta informato – non avesse rimosso i contenuti, allora sarebbe scattata la responsabilità penale, per esempio di diffusione illecita di immagini (il reato di revenge porn). Ora invece sono gli inquirenti a dover dimostrare che lui conosceva quali contenuti fossero veicolati».
Le piattaforme non hanno responsabilità penale…
Questo vale anche per le grandi piattaforme come Meta, che non rispondono di contenuti illeciti penalmente. «La responsabilità penale è di chi era a conoscenza dei contenuti. Chi gestisce la piattaforma – vale quindi per i gruppo Facebook Mia moglie, per esempio – non ne risponde. Ci deve sempre essere la prova rigorosa del fatto: se per esempio si fanno perquisizioni e si trovano scambi di email per cui il titolare del sito sapeva cosa accadeva sulla sua piattaforma, in questo caso scatta l’indagine. Altrimenti si può fare poco. La responsabilità è sempre orizzontale, cioè del singolo. A rispondere – ma solo civilmente – sono le grandi piattaforme (cioè dai 45 milioni di utenti) a cui si applica il Digital Service Art, il pacchetto europeo di norme che regolano i servizi offerti dalle grandi piattaforme digitali. Per esempio, si possono applicare sanzioni amministrative europee per non aver collaborato con l’autorità, ma questo Meta lo fa sempre, soprattutto se sono coinvolti minori».
… e neanche quella di non aver vigilato in modo preventivo
Tutto ciò che riguarda le grandi piattaforme quindi fa capo a queste norme. Ma Meta e gl altri allora non sono responsabili dei contenuti che ospitano. Potrebbero per esempio essere incriminate per non aver vigilato in modo preventivo? «Non hanno l’obbligo di farlo anche se di fatto avrebbero la responsabilità di non aver evitato che queste cose accadessero» dice l’avvocata. «Quanto alla responsabilità penale, si innesca solo quando si dimostra che l’amministratore della piattaforma sa di veicolare contenuti illeciti». È evidente che la legge ha le armi spuntate.
Il web resta una zona franca
Ma c’è di più. Un sito non può essere oscurato a livello mondiale, ma solo europeo. «Occorre una norma che aiuti il Pubblico Ministero a oscurare immediatamente un sito a livello mondiale: la Rete come sappiamo non rispetta confini geografici. E anche questo è un grosso limite» prosegue l’esperta, che ha convocato un tavolo di lavoro per mettere a punto norme sui reati informatici, in modo che il web non sia più una zona franca. Intanto Mara Carfagna, segretaria di Noi Moderati, è al lavoro da tempo su una proposta di legge per contrastare la diffusione di contenuti manipolati e abusivi online e ha annunciato che nei prossimi giorni depositerà il testo alla Camera.
Perché allora è importante denunciare?
Viene da pensare che allora denunciare non serva a nulla, ma non è così. Poiché a pagare è prima di tutto il responsabile del contenuto, la denuncia serve a individuarlo. «La Procura può aprire un fascicolo contro chi carica e gestisce video e foto perché il giudice può imporre al gestore del sito di collaborare fornendo IP e dati di chi si nasconde dietro al nickname che pubblica e commenta. Infatti l’amministratore della società ora è ben contento di farlo, visto che a pagare sarà appunto qualcun altro. Più difficile invece è dimostrare che lui stesso, l’amministratore, sapesse cosa stava accadendo sul suo sito». Le denunce quindi possono avviare una reazione a catena di ricerca dei singoli responsabili dei singoli contenuti, che saranno chiamati a rispondere di revenge porn (diffusione illecita di dati personali), diffamazione aggravata (per eventuali commenti), pedopornografia (se sono coinvolti minori)».
Cosa puoi fare tra denuncia e segnalazione
Se pensi o sai di essere finita su Phica.eu o nel gruppo Facebook Mia moglie, puoi denunciare tu stessa alla polizia postale (http://www.commissariatodips.it ) o andando direttamente nei commissariati di zona.
Puoi anche scrivere alla Consigliera di Parità della Provincia di Rimini, Adriana Ventura, che sta raccogliendo segnalazioni: [email protected]. Lei è la persona che nel 2017 raccolse le denunce per il sito degli uomini single di Lecco, ricordi? Ora i responsabili dei contenuti sono stati condannati in Cassazione.
Puoi andare in un Centro Anti Violenza della tua città. Ogni struttura collabora con reti anti violenza online come Stop NCII (Non Consensual Intimate Image Abuse, https://stopncii.org/), Permesso Negato (https://www.permessonegato.it) e CHYAN Italia (https://chaynitalia.org/. Sui rispettivi siti puoi già trovare form pronti da compilare.