Non bastavano i casi dell’estate, di Raoul Bova e di Stefano De Martino, dei quali sono state divulgate conversazioni telefoniche e video senza il loro consenso. Adesso ci si mettono anche i mariti stessi, che a quanto pare non disdegnano di postare foto delle mogli su Facebook. Non tutti, ovviamente, ma sicuramente quelli del gruppo “Mia moglie”, un piccolo (e neppure tanto piccolo) esercito di 32mila uomini che a quanto pare hanno piacere a “presentare” la consorte a perfetti sconosciuti, decantandone le doti o chiedendo commenti a riguardo.

Il gruppo Facebook è stato chiuso, ma ce n’è un altro

Il gruppo è stato chiuso, come comunica Meta alle agenzie stampa. “Abbiamo rimosso il Gruppo Facebook (Mia Moglie❤❤❤) per violazione delle nostre policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti. Non consentiamo contenuti che minacciano o promuovono violenza sessuale, abusi sessuali o sfruttamento sessuale sulle nostre piattaforme. Se veniamo a conoscenza di contenuti che incitano o sostengono lo stupro, possiamo disabilitare i gruppi e gli account che li pubblicano e condividere queste informazioni con le forze dell’ordine”. Nel frattempo, però, come segnala Nadia Ferrigo su La Stampa, ne è stato aperto un altro. Il creatore precisa che questa volta sarà privato. Si sono già sicritti in 80.

Gli scatti delle mogli online, a loro insaputa

In costume da bagno al mare, in abito da sera al ristorante, magari in occasione di quella che doveva essere una cenetta a due con il proprio compagno o marito. Lo stesso che poi ha pensato bene, invece di tenersi gelosamente quello scatto a proprio uso e consumo, di postarlo sul gruppo che è stato poi chiuso. A scovarlo, chiedendo un intervento della Polizia postale e il blocco dello stesso, era stata Carolina Capria, dal proprio profilo social “L’ha scritto una femmina”.

La protesta contro il gruppo maschilista

«Ieri mi è stata segnalata l’esistenza di un gruppo Facebook di 32mila persone nel quale i membri si scambiano foto intime delle proprie mogli per commentarne l’aspetto in modo esplicito e dar voce alle proprie fantasie sessuali», si legge nel post di Capria, che prosegue: «Donne spesso inconsapevoli di essere fotografate per diventare prede di uno stupro virtuale». Parole pesanti, ma che ben descrivono un nuovo caso di violazione della privacy, che pare non essere così isolato. Il gruppo Facebook in questione, che è chiuso, è presente anche su Telegram e pare non sia l’unico di questo tipo.

Pubblicare senza consenso è sempre reato

Oltre all’aspetto morale ed etico, e al tradimento della fiducia da parte del partner che posta foto della compagna o moglie a sua insaputa, questo tipo di attività si configura anche come reato. Un reato, tra l’altro, sempre più diffuso se si pensa ai recenti casi di Raoul Bova (di cui sono stati pubblicate conversazioni telefoniche private) e di Stefano De Martino, di cui invece sono stati diffusi video intimi con l’attuale fidanzata Caroline Tronelli, nella sua casa romana, grazie a una falla nel sistema di videosorveglianza.

Perché si tratta di revenge porn

«Di sicuro il caso del gruppo di uomini che postano foto delle partner a loro insaputa è un illecito civile: gli scatti che ritraggono una persona sono dati personali e non possono essere pubblicate senza il consenso degli interessati. Se poi sono foto intime si profila anche il reato di revenge porn oppure anche di interferenze illecite nella vita privata, nel caso in cui le immagini siano riprese, ad esempio, in casa all’insaputa della moglie», spiega l’avvocato Marisa Marraffino, esperta in diritto informatico, che prosegue: «Se le mogli vengono offese, si aggiunge anche la diffamazione aggravata».

Non solo revenge porn: gli altri reati commessi

Ma non si tratta delle uniche possibili violazioni commesse dai mariti in questione: «Se le foto fossero vendute, ci potrebbero essere gli estremi per il reato di trattamento illecito dei dati perché le immagini possono contenere anche dati sensibili (come, ad esempio, la disabilità o la provenienza etnica). Questo caso mi ricorda molto quello del catalogo delle donne single di Lecco, che fece molto scalpore nel 2017», aggiunge l’esperta. Si trattava di un vero e proprio schedario di 95 pagine che conteneva 1.218 profili Facebook di donne nella provincia di Lecco. L’autore, accusato di trattamento illecito di dati, diffamazione e sostituzione di persona, è stato poi condannato nel 2021 a un anno e sei mesi di reclusione.

Da Raoul Bova a Stefano De Martino

Di recente, invece, ad essere vittime di violazione della privacy sono stati personaggi noti, come Raoul Bova, appunto, e Stefano De Martino. Nel caso dell’attore, il Garante per la Privacy ha aperto un’istruttoria «a seguito della diffusione dell’audio, o di estratti della conversazione privata, dell’attore Raoul Bova al fine di accertare eventuali violazioni della normativa privacy e delle Regole deontologiche dei giornalisti». «L’audio, diffuso senza consenso, proviene da una conversazione privata via chat tra l’attore e un soggetto terzo – prosegue il Garante – Il contenuto è stato successivamente rilanciato sui social, spesso accompagnato da post, video e vignette dal tono ironico o denigratorio, ottenendo un’ampia risonanza mediatica».

La legge vale per tutti

I legali di Bova, tra i quali la ex suocera Annamaria Bernardini de Pace, hanno presentato anche una denuncia per stalking nei confronti di Fabrizio Corona, il fotografo verso cui è stato presentato un altro esposto per diffamazione e illecita diffusione di dati personali. «Nonostante sia teoricamente possibile registrare una conversazione privata, infatti, se non se ne è il destinatario non è possibile divulgarla, a meno che non ci si trovi in ambito giudiziario e quel contenuto non sia considerato corpo del reato. In generale, però, le norme che tutelano la privacy di una persona si applicano anche ai vip», ricorda Marraffino.

La sicurezza personale a rischio

Nel caso di De Martino, invece, si procede per l’accesso abusivo a sistema informatico «perché gli hacker hanno bucato il software delle telecamere, bypassando presumibilmente la password. Ma si può configurare anche l’interferenza illecita nella vita privata e, dal momento che i contenuti pare siano intimi, si potrebbe parlare anche di revenge porn, cioè di diffusione di contenuti sessuali senza il consenso del diretto interessato, quindi di materiale che doveva essere destinato a rimanere riservato».

La tutela della riservatezza, anche in casa

«Un altro caso analogo era capitato anche quando alcuni fotografi avevano filmato e scattato foto dalla siepe della villa di George Clooney sul lago di Como: la finalità giornalistica non giustifica la diffusione di materiale che proviene da un luogo privato, come la propria dimora, e non ci sono eccezioni per i giornalisti o i fotografi». Fin qui i vip, ma quando si tratta del proprio marito, regna lo sconcerto, come confermano i commenti degli utenti social alla notizia del gruppo dei mariti che “presentano” le mogli in pubblico.

Revenge porn: tanti Pelicot “nascosti”

Quanto accaduto alle mogli – ignare – degli iscritti al gruppo “Mia moglie”, infatti, ha riportato alla mente quanto accaduto a Gisèle Pelicot, che per oltre 10 anni ha subito violenze da parte di ottantatre uomini, contattati dal suo stesso consorte via chat. Un marito che, nel caso specifico, le somministrava sostanze per farle perdere i sensi, filmandola poi mentre altri uomini la abusavano. «Aprendo le porte del processo ho voluto che la società potesse trarre vantaggio da quel che si diceva in aula e non mi sono mai pentita della decisione. L’ho fatto perché spero di aiutare le altre donne, le vittime non riconosciute, le cui storie rimangono spesso nell’ombra». Come le ignare mogli degli iscritti al gruppo Facebook.