Il 24 agosto 2016 alle 3:36 di notte, una scossa di magnitudo 6.0 colpì l’Appennino centrale: Amatrice fu devastata. Dieci anni dopo una fiaccolata silenziosa ha attraversato il paese e 239 rintocchi hanno ricordato le vittime della cittadina laziale.
Ma questo anniversario racconta anche un presente ancora difficile. Secondo ActionAid, due interventi pubblici su tre non hanno ancora raggiunto il cantiere. Nella sola Amatrice, sono 136 su 172.
Terremoto Amatrice, dieci anni dopo: 239 rintocchi per le vittime
Nel cuore della notte, cittadini e familiari delle vittime hanno attraversato Amatrice portando una fiaccola. Il percorso si è snodato tra ciò che resta del vecchio paese e le zone dove la ricostruzione sta avanzando. Al centro del cammino c’era la torre civica. Rimasta in piedi dopo il terremoto, è diventata uno dei simboli della memoria della comunità.
Alle 3:36 sono risuonati 239 rintocchi di campana, uno per ogni persona morta ad Amatrice quella notte. Dieci anni prima, alla stessa ora, la scossa più forte aveva colpito l’area tra Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto.
Il terremoto investì un vasto territorio dell’Appennino centrale, al confine tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. Distrusse borghi, case e pezzi di storia. Il bilancio complessivo superò le 300 vittime. Secondo i dati riportati nelle fonti fornite, 250 morirono nella provincia di Rieti e 239 ad Amatrice.
A dieci anni di distanza, Amatrice resta il luogo simbolo di quella tragedia. La commemorazione riporta al centro le persone scomparse. Ma basta attraversare il paese per vedere quanto il terremoto appartenga ancora anche al presente.
Dalle Sae ai container: come si vive oggi ad Amatrice
Dopo la sepoltura delle vittime iniziò immediatamente la fase dell’emergenza. Oltre mille sfollati di Amatrice finirono nelle Sae, le Soluzioni abitative di emergenza. A dieci anni dal sisma, meno del 20% di loro è rientrato nelle proprie case.
Le ragioni non sono tutte uguali. C’è chi ha ancora paura e si rifiuta di tornare. Secondo le informazioni fornite, c’è stato anche chi ha tentato di speculare.
Intanto, quello che doveva essere provvisorio è entrato nella vita quotidiana. I prefabbricati sono diventati quartieri. All’ingresso delle abitazioni si vedono i segni degli anni trascorsi. La vita ha dovuto trovare nuovi spazi mentre intorno il paese provava, lentamente, a ricominciare.
Una città ancora in attesa di servizi e luoghi pubblici
Sulla strada principale passano biker in gita tra le montagne e qualche automobile. Ma il paesaggio urbano racconta una normalità ancora incompleta. A parte i pochi palazzi tornati agibili, gran parte della vita al chiuso continua a svolgersi nei container.
Anche molti servizi pubblici aspettano una sistemazione definitiva. La sede del Comune è ancora quella nuova realizzata dopo il sisma. Della stazione dei carabinieri ci sono soltanto le fondamenta. Anche la sede della polizia stradale, le banche e la posta attendono ancora la ricostruzione.

Una delle speranze riguarda l’ospedale, la cui apertura è prevista nel 2027. La grande struttura è ancora circondata dalle impalcature. L’obiettivo è farne un polo sanitario di riferimento per i territori compresi tra Rieti e Ascoli.
La ricostruzione dei servizi non riguarda soltanto il ritorno alla situazione precedente al sisma. Significa anche restituire al territorio quelle funzioni quotidiane che permettono a una comunità di continuare a vivere.
Il rischio più grande è perdere la comunità
Oggi, infatti, il problema non riguarda soltanto gli edifici. C’è una questione demografica e sociale che pesa sul futuro di Amatrice. Sui 2.323 residenti, poco più di mille persone vivono effettivamente nel paese. Ogni anno nascono soltanto tre o quattro bambini.
L’attuale sindaco Giorgio Cortellesi conosce direttamente il trauma di quella notte. Il 24 agosto 2016 ritrovò vivi per miracolo i figli dopo il crollo della propria abitazione. Oggi attraversa un centro storico dove, alzando gli occhi, si vedono le gru dei cantieri.
«È possibile far rivivere la città anche se i cantieri vanno a singhiozzo per problemi con le ditte», dice Cortellesi. Ma per il sindaco la questione non si esaurisce nei tempi della ricostruzione materiale.
Secondo Cortellesi, il 20% delle persone è seguito dai servizi di assistenza perché tende a isolarsi e fatica a uscire. Servono quindi spazi capaci di ricreare relazioni e occasioni di incontro. Il teatro e i due piccoli centri commerciali, osserva il sindaco, non bastano.
Ma tenere viva una comunità significa anche continuare a lavorare e investire nel territorio. In questi anni, la paura, le macerie e le difficoltà della ricostruzione non hanno fermato alcune donne che hanno scelto di restare: attraverso piccole e preziose imprese familiari, hanno continuato a lavorare contribuendo alla rinascita della loro terra.
ActionAid: due interventi pubblici su tre non sono ancora in cantiere
A mostrare quanto sia ancora lungo il percorso della ricostruzione è anche l’analisi di ActionAid contenuta nel report Dieci anni dopo: i dati raccontano. L’organizzazione ha esaminato lo stato della ricostruzione dell’edilizia pubblica nei territori del cratere.
Al 30 aprile 2026 risultano programmati 3.667 interventi, per un valore complessivo superiore a 4,85 miliardi di euro. Rispetto al 2025 ci sono 125 interventi e circa 252 milioni di euro in più.
L’avanzamento, però, resta parziale. Il 66,3% delle opere si trova ancora nelle fasi che precedono l’inizio materiale dei lavori. Soltanto il 33,6% risulta invece in fase esecutiva o conclusiva.
Secondo ActionAid, una ricostruzione incompleta può indebolire le reti sociali e il senso di appartenenza delle comunità. Case e opere pubbliche sono infatti una parte dello stesso processo.
I ritardi nelle quattro regioni e nei 44 Comuni più colpiti
La situazione resta complessa in tutte le regioni coinvolte. Nelle Marche sono ancora nelle fasi precedenti all’avvio dei lavori 1.243 interventi, pari al 66,4% del totale regionale considerato. In Abruzzo sono 446, pari al 61,5%.
Nel Lazio gli interventi che non hanno ancora raggiunto il cantiere sono 365, il 69,7%. In Umbria sono invece 378, pari al 69,2%.
Il quadro resta critico anche restringendo lo sguardo ai 44 Comuni maggiormente colpiti dal terremoto. Qui sono programmati complessivamente 1.544 interventi, per un valore di circa 2,1 miliardi di euro. Rappresentano circa il 42% delle opere complessive considerate dall’analisi.
Anche nei territori che hanno subito le conseguenze più pesanti del sisma, circa sette interventi su dieci non hanno raggiunto il cantiere. Sono 1.031 quelli ancora nelle fasi precedenti all’avvio dei lavori. Soltanto il 18,4% è arrivato alle fasi di fine lavori o collaudo.
Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto: a che punto sono i lavori
I numeri diventano ancora più concreti quando si torna nei luoghi simbolo del terremoto. Ad Amatrice, su 172 interventi programmati, 136 non hanno ancora raggiunto la fase di cantiere. Ad Accumoli sono 64 su 86.
Arquata del Tronto mostra invece un avanzamento più rilevante. Sul dato incide anche il maxi-intervento da 71 milioni di euro destinato alla stabilizzazione del centro storico, classificato tra i lavori avviati.
Scuole, municipi e sanità: i servizi essenziali ancora indietro
ActionAid ha analizzato anche gli interventi che incidono più direttamente sulla vita delle comunità. Si tratta di scuole, palestre, università, municipi e strutture sanitarie e sociosanitarie.
Nei Comuni interessati dalla ricostruzione, gli interventi relativi a questi servizi essenziali sono 767. Soltanto 235, pari al 30,6%, hanno raggiunto almeno la fase di avvio dei lavori. Appena 77, cioè il 10%, sono arrivati al collaudo.
Per Patrizia Caruso, Responsabile dell’Unità Resilienza di ActionAid Italia, «i dati sulla ricostruzione non sono un dettaglio tecnico». Una scuola che manca può pesare sulla decisione di una famiglia di restare. Un municipio chiuso riduce la presenza dei servizi di prossimità. L’assenza di una struttura sanitaria può rendere più difficile la permanenza delle persone anziane, vulnerabili o con necessità di cura.
Caruso sottolinea anche il problema dell’accesso alle informazioni. A dieci anni dal terremoto manca ancora, afferma, «uno strumento unico, accessibile e comprensibile» attraverso il quale cittadini e cittadine possano seguire l’avanzamento delle opere, individuare le criticità e valutarne la risposta ai bisogni delle comunità.
ActionAid ha ottenuto solo recentemente, attraverso una richiesta di accesso agli atti, i dati aggiornati al 30 aprile 2026. L’organizzazione precisa che le informazioni trasmesse presentano ancora lacune e incongruenze. Sono quindi necessarie ulteriori verifiche per arrivare a un quadro pienamente attendibile e confrontabile nel tempo.
Cambiamento climatico e terremoti: cosa sta studiando la scienza
A dieci anni dal terremoto di Amatrice, anche la scienza continua a interrogarsi sui fattori che possono influenzare l’attività sismica. Tra i filoni di ricerca più recenti c’è quello che studia le possibili relazioni tra cambiamenti climatici e ciclo dei terremoti. Un legame complesso, che naturalmente non significa attribuire al riscaldamento globale il sisma che colpì Amatrice nel 2016.
Uno studio condotto dalla Colorado State University (CSU), pubblicato nel dicembre 2024 sulla rivista Geology, ha indagato la correlazione tra cambiamenti climatici e frequenza dei terremoti. La ricerca aggiunge nuovi elementi a un filone di studi che analizza come le trasformazioni del clima possano, in determinate condizioni, influenzare anche le dinamiche sismiche.
Il terremoto non è l’unico fenomeno naturale osservato alla luce del cambiamento climatico. Il riscaldamento globale può incidere su eventi estremi legati al ciclo dell’acqua: in Europa, il rapporto tra cambiamento climatico e rischio di inondazioni è diventato un importante terreno di studio.
Fenomeni diversi, con cause e meccanismi diversi, che la ricerca analizza per comprendere meglio come un clima che cambia possa trasformare i rischi naturali ai quali sono esposti territori e comunità.