Don Massimo Biancalani è stato rimosso. Dopo 10 anni di accoglienza, scontri con la popolazione dei quartieri di Pistoia di cui era parroco e col vescovo, arriva il verdetto del Vaticano. Una vicenda che rispecchia la complessità dell’accoglienza ma anche le inevitabili strumentalizzazioni della politica
“«Vogliamo un nuovo parroco», «I doveri di un prete: cura pastorale dei fedeli, la predicazione del vangelo, la celebrazione dei sacramenti»; «Don Biancalani dove vai porti caos e problemi»; «Basta protezione a Don Biancalani». Le proteste dirette al vescovo di Pistoia, con sit-in e odio social, contro l’accoglienza selvaggia del parroco, don Biancalani, da parte della gente di Ramini (Pistoia), hanno ottenuto il risultato sperato. La cacciata del “prete dei migranti”.
Un parroco che ha diviso per 10 anni i quartieri di Pistoia
Sulla sua pagina Facebook da quasi 5mila followers, insulti e odio ma anche tanta solidarietà. E sotto alla foto del sit in sotto casa del vescovo, tanti commenti di chi – pur sopportando disagi e problemi – ha capito come la vicenda sia stata strumentalizzata: «Gente che non mette piede in Chiesa dalla Prima Comunione», Vedo molte camicie nere», «Cristiani questi quattro scappati di casa?».
La vicenda di Don Massimo Biancalani rappresenta il manuale di come un’opera di accoglienza parrocchiale possa essere trasformata nel palcoscenico ideale per la propaganda politica locale e nazionale. Per le forze politiche e i movimenti di destra, il “prete dei migranti” non è stato semplicemente un parroco da contrastare, ma un vero e proprio generatore automatico di indignazione e consenso elettorale.
L’epilogo finale del parroco
Ora la complessa parabola di questo parroco, per un decennio il controverso simbolo dell’accoglienza dei migranti in Toscana, è giunta al suo definitivo epilogo canonico. Con il respingimento dei suoi ricorsi da parte della Santa Sede, si chiude un capitolo che ha profondamente diviso la comunità pistoiese e acceso i fari della politica nazionale. Un viaggio lungo dieci anni, segnato da ideali di carità estrema, durissimi scontri di quartiere e una battaglia legale con i vertici della Chiesa che ha sancito, infine, la sua rimozione. Ma com’è nata e si è evoluta questa complessa vicenda?
L’inizio dell’accoglienza senza confini
Tutto ha inizio nel 2016 quando Don Massimo Biancalani, alla guida delle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini (Pistoia), decide di spalancare le porte della Chiesa per dare un tetto a chi non ha nulla. Un’iniziativa fondata sulla carità cristiana che, tuttavia, assume fin da subito una gestione d’emergenza che preoccupa i residenti della zona.
Agosto 2017: Il caso dei “migranti in piscina” e la bufera di Forza Nuova
La miccia mediatica esplode nell’estate del 2017. Don Massimo accompagna un gruppo di migranti in piscina, postando le foto sui social. Portare dei ragazzi migranti a fare un bagno estivo è bastato a far piovere insulti feroci sulla Rete , dimostrando come il termometro del dibattito social fosse già ampiamente surriscaldato. Ma la vera strumentalizzazione si consuma sul campo: movimenti di estrema destra come Forza Nuova organizzano contestazioni dirette sul sagrato della parrocchia, cercando di trasformare un luogo di culto in un ring ideologico per capitalizzare la rabbia dei residenti contrari all’accoglienza. In questa polarizzazione esasperata, ogni gesto di Don Biancalani viene vivisezionato.
Dona Massimo Biancalani: il nemico perfetto
Da parte sua, il sacerdote prova a disinnescare la bomba politica chiarendo che in chiesa non deveentrare nessun vessillo politico, arrivando persino a stringere la mano ai militanti di Forza Nuova in segno di dialogo e pronunciando parole destinate a rimanere il manifesto della sua azione: «Non si lasciano in mezzo al mare persone che rischiano la vita». Eppure, nella narrazione semplificata a cui ormai siamo abituati, Don Biancalani è il “nemico perfetto”: l’incarnazione del sacerdote che, secondo i suoi detrattori, antepone l’attivismo sociale alla cura dei fedeli.
Luglio 2025: lo sgombero di Vicofaro in tenuta antisommossa
Dopo anni di convivenza forzata tra i residenti, che lamentano il degrado e il caos gestionale delle strutture, e un numero di ospiti costantemente oltre i limiti fisici dei locali parrocchiali, la situazione precipita. A luglio del 2025, la polizia in tenuta antisommossa interviene per sgomberare gli ultimi migranti che occupavano illecitamente la parrocchia di Vicofaro. È il segno tangibile che l’esperimento dell’accoglienza selvaggia a Vicofaro è giunto al capolinea istituzionale.
Agosto 2025: Il vescovo toglie la rappresentanza legale e Don Massimo si “rifugia” a Ramini
Il mese successivo allo sgombero, l’allora vescovo di Pistoia, Fausto Tardelli, decide di intervenire d’autorità, togliendo a Don Massimo la rappresentanza legale della parrocchia di Vicofaro. Per evitargli una sospensione formale e tentare di “riportarlo nei binari” della disciplina ecclesiastica, la Diocesi gli propone un incarico alternativo e più protetto: un ruolo d’ufficio presso l’Ufficio missionario diocesano, lontano dalla prima linea.
Don Massimo, però, rifiuta fermamente il ricollocamento. Decide di continuare a fare l’unica cosa in cui crede: accogliere. Si sposta quindi nella parrocchia di San Niccolò a Ramini, portando con sé e dando ospitalità a una cinquantina di immigrati senza fissa dimora.
Autunno 2025 – Primavera 2026: La controffensiva dei ricorsi in Vaticano
Non accettando le decisioni del Vescovo, Don Biancalani intraprende una formale battaglia legale all’interno della gerarchia cattolica. Presenta due ricorsi ufficiali alla Santa Sede: il primo contro la rimozione forzata e l’allontanamento dalla parrocchia di Vicofaro, il secondo contro il provvedimento che mirava a reindirizzarlo verso l’Ufficio missionario. Per mesi, il destino pastorale di Vicofaro e Ramini resta sospeso, in attesa del pronunciamento definitivo delle massime autorità canoniche di Roma.
Agosto 2026: Il Vaticano respinge i ricorsi e ordina la rimozione totale
L’epilogo giunge a metà agosto del 2026. La Santa Sede mette la parola fine alla disputa, rigettando in toto entrambi i ricorsi del sacerdote. Don Massimo viene rimosso ufficialmente non solo da Vicofaro, ma anche dalla parrocchia di Ramini. La motivazione vaticana tocca il cuore del ministero sacerdotale: Don Biancalani ha “trascurato la pastorale ordinaria” e trasformato illecitamente i luoghi di culto in centri d’accoglienza, ignorando con pervicacia i disagi e le reiterate proteste dei parrocchiani e dei residenti dei quartieri coinvolti. Per la Chiesa cattolica, l’accoglienza del prossimo non può avvenire a spese dei compiti pastorali ordinari e della cura dell’intera comunità dei fedeli.
Una comunità spaccata e l’ostilità del territorio
Al di là degli aspetti giuridici e canonici, la vicenda di Don Massimo è lo specchio di una profonda frattura sociale. Da un lato, il sacerdote ha incarnato un’idea di accoglienza radicale, un cristianesimo di trincea che non guarda ai regolamenti o alle capienze, raccogliendo anche solidarietà e vicinanza da chi vedeva in lui un baluardo di umanità.
Dall’altro, si è generato un clima di profonda ostilità e risentimento. I residenti e una parte degli stessi parrocchiani si sono sentiti “espropriati” delle proprie chiese, trasformate in dormitori e centri d’accoglienza privi delle necessarie autorizzazioni e condizioni di vivibilità. Questa ostilità quotidiana, legata a problemi concreti di gestione e convivenza, si è fusa con correnti di intolleranza politica e xenofoba di respiro nazionale, alimentando una polarizzazione tossica che ha reso impraticabile ogni forma di dialogo o di mediazione.
Quale futuro ora?
La sentenza del Vaticano – giocata su regole di puro diritto canonico interne alla Chiesa – è esecutiva, ma la procedura prevede un’ultimissima carta. Don Massimo Biancalani ha infatti a disposizione 60 giorni per presentare un eventuale nuovo e ultimo ricorso contro la decisione.
Se sceglierà di non farlo, o nel caso in cui anche quest’ultimo tentativo fallisse, il suo destino è segnato: dovrà abbandonare definitivamente la prima linea e i suoi ragazzi per sedersi dietro la scrivania dell’Ufficio missionario della Diocesi. Una fine silenziosa e burocratica per un sacerdote che, nel bene e nel male, ha fatto del rumore e della frontiera la propria ragione di vita.