Dal processo storico in California, iniziato a gennaio, è arrivata ora una sentenza altrettanto storica: Meta e Google sono state ritenute colpevoli di indurre dipendenza, specie nei più giovani. A stabilirlo è stata una giuria di Los Angeles chiamata a pronunciarsi sul ricorso di una 20enne, che ha accusato YouTube (di proprietà Google) e Instagram (del gruppo Meta di Mark Zuckerberg) di aver indotto dipendenza da social e, di conseguenza, di averle causato depressione e istigato pensieri suicidi durante l’infanzia. Il tribunale le ha dato ragione, condannando i due colossi a versare un indennizzo di 3 milioni di dollari a titolo di risarcimento danni. Ma il verdetto è destinato ad avere ben altre ripercussioni nel mondo social, anche in Europa.
Il processo storico
La causa era iniziata a gennaio e vedeva sul banco degli imputati i colossi dell’industria tecnologica e social, come Google, Meta, TikTok e Snapchat. Questi ultimi, però, si erano sfilati subito, patteggiando. Il processo ha subito attirato le attenzioni negli Stati Uniti, ma anche in Europa, dove intanto sul fronte dell’uso di smartphone e social qualcosa si muove, soprattutto riguardo alle notizie allarmanti dei danni che l’uso eccessivo e precoce dei device causa su giovani e giovanissimi.
La Spagna, per esempio, si avvia a vietare l’accesso alle piattaforme social ai minori di 16 anni, la Francia ha già approvato un disegno di legge analogo per gli under 15, mentre l’Australia vorrebbe diventare il primo Paese“social free” per chi ha meno di 16 anni. In Italia la petizione per chiedere misure analoghe ha già totalizzato 210mila firme, mentre negli Stati Uniti era comparso in aula come testimone Mark Zuckerberg nel processo “storico” contro Meta e Google.
La condanna per i big di internet
Ora è arrivata la sentenza, che riconosce una responsabilità diretta dei big di internet nell’indurre dipendenza nei giovani, con conseguenze anche gravi per la salute mentale. Meta ha già fatto sapere che non condivide le conclusioni dei giudici, pur manifestando «tutto il rispetto» per il pronunciamento. Si tratta delle stesse parole pronunciate dopo una precedente sentenza sfavorevole, arrivata poche ore prima, in New Mexico. «Non siamo d’accordo con il verdetto e intendiamo presentare ricorso. Questo caso non comprende correttamente la natura di YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita responsabilmente e non un social media», ha affermato anche un portavoce di Google.
Ora si attende anche una reazione in Europa, dove invece è in vigore il Digital Service Act. «In America hanno la sezione 230 del Dsa che prevede immunità per i social, ma qui non c’entra la responsabilità sui contenuti: si tratta della responsabilità degli algoritmi, che è cosa diversa. Attendiamo di poter leggere le motivazioni della sentenza», commenta l’avvocato Marisa Marraffino, specializzata in diritto informatico e tutela dei minori.
Zuckerberg si era difeso in aula
Zuckerberg si era già presentato in aula, chiamato come testimone, e davanti alla corte si era difeso innanzitutto spiegando che la policy di Meta non prevede l’accesso alle proprie piattaforme (Facebook e Instagram) ai minori di 13 anni. K.G.M, infatti, aveva iniziato a collegarsi a soli 9 anni e oggi ritiene che i social utilizzino appositi algoritmi per indurre a uno scrolling continuo e pericoloso per la salute. Per il numero 1 di Meta, però, è difficile poter controllare la reale età degli utenti, perché «c’è un numero significativo di persone che mentono per poter usare i nostri servizi». Zuckerberg aveva ammesso che circa 4 milioni di under 13 usavano Instagram nel 2018 (30% dei 10-12enni USA), e riuscivano a farlo perché mentivano sull’età al momento dell’iscrizione. Ha negato che i teen generino più dell’1% dei ricavi Meta.
L’avvocato di K.G.M., Marc Lanier, aveva tentato però di mettere alle strette Zuckerberg nel fargli ammettere che lo scrolling sia indotto da appositi algoritmi, per trattenere gli utenti il più a lungo possibile sulle piattaforme. Ma per il CEO di Meta il tempo di connessione sarebbe importante solo ai fini statistici, per valutare le performance delle proprie piattaforme rispetto alla concorrenza, in particolare TikTok. «È ben diverso rispetto a una vera strategia – ha sottolineato – Semplicemente, noi cerchiamo di capire come posizionarci in campo industriale».
I danni causati dai filtri di bellezza
Ma un’altra questione delicata affrontata nel processo riguarda i filtri per migliorare l’aspetto fisico: come denunciato da K.G.M. il continuo confronto con modelli irrealistici e irraggiungibili di bellezza l’ha portata a minare la sua autostima, soprattutto per l’insoddisfazione verso l’immagine di sé e del suo corpo. Se Facebook ha di recente rimosso i filtri, proprio a causa delle critiche ricevute e dell’idea che possano spingere i giovanissimi a ricorrere alla chirurgia estetica, rimane il fatto che questi filtri sono ancora disponibili su Instagram, molto più utilizzata da Gen Z e Gen Alfa. Per Zuckerberg, però, si tratta di una scelta improntata alla libertà di espressione: «Noi comunque non li consigliamo», aveva aggiunto.
Dalla stretta sui social al processo storico a Meta
Intanto il processo è stato seguito anche in Europa, perché è recente la notizia della decisione del premier spagnolo Pedro Sanchez di vietare l’accesso ai social network agli under 16. Nel caso americano, invece, al centro c’è la salute mentale dei giovani che, secondo l’accusa ora riconosciuta valida dal tribunale californiano, è messa in serio pericolo proprio da piattaforme come Meta – quindi Instagram e Facebook in particolare – ma anche Google, Snapchat e TikTok. Per la prima volta, infatti, questi colossi sono stati chiamati a rispondere dell’accusa di aver creato danni allo sviluppo cognitivo e psicologico di bambini e ragazzi.
L’accusa a Meta: salute mentale a rischio
Il processo aveva preso il via a Los Angeles dopo una denuncia presentata da K.G.M., oggi 19enne, che ha iniziato a usare le piattaforme ad appena 10 anni. Per lei si è tradotto in un malessere psicologico che l’ha portata anche ad atti di autolesionismo e pensieri suicidari. Colpa di notifiche costanti, scrolling senza fine e algoritmi capaci di proporre contenuti che minano l’autostima, portando a un confronto continuo e dannoso, soprattutto relativo all’immagine di sé e del proprio corpo.
I social come il fumo: nuocciono alla salute
Il punto centrale del processo, che lo rende unico nel suo genere nonostante si contino 1.500 procedimenti analoghi in corso, è che l’uso intensivo e precoce dei social sia paragonabile al fumo negli effetti nocivi per la salute, in questo caso non solo fisica. Nonostante le aziende chiamate in giudizio sostengano che non esistano studi scientifici che provino le accuse, nel 2024 l’allora chirurgo generale degli Stati Uniti Vivek Murthy ha chiesto di introdurre avvisi sui social simili a quelli che si possono leggere sui pacchetti di sigarette, come il classico “Nuoce gravemente alla salute”.
I danni dei social network e l’appello italiano
È d’accordo anche il pedagogista Daniele Novara che, insieme a colleghi, psicologi, medici e molti personaggi famosi, ha promosso da tempo una raccolta firme per chiedere un divieto di accesso ai social e all’uso di smartphone agli under 14. «Sono assolutamente favorevole agli avvisi sui danni da social, come quelli per il tabacco, perché oltre alle conseguenze psicologiche, esistono danni sanitari comprovati: gli optometristi, per esempio, indicano un aumento di disturbi agli occhi. Ci sono anche problemi neurofisici, la disgrafia crescente legata all’uso precoce della tastiera, oltre agli effetti della sedentarietà. I dati scientifici impongono di intervenire», sottolinea.
Gli effetti sul lungo periodo
Se l’esempio del fumo non bastasse, si potrebbe aggiungere quello dell’alcol: «La mia generazione e quelle precedenti avevano la consuetudine di iniziare a far bere il goccetto di vino ai bambini, fin dai 6/7 anni: oggi sappiamo, però, che questo ha contribuito a ridurre la crescita in altezza dei giovani. Le evidenze mostrano come l’aumento di statura dei ragazzi di oggi non è attribuibile a una miglior alimentazione, che invece sta peggiorando a causa del cibo spazzatura, ma al venir meno di quell’abitudine, alla luce del fatto che l’alcol in età evolutiva blocca l’altezza. Ormai è noto, nonostante ciò non faccia piacere al business dell’alcol, proprio come avviene per i social», afferma Novara, autore tra gli altri del recentissimo Il papà peluche non serve a nulla (Bur), che affronta il tema della nuova genitorialità maschile.
Il ruolo delle famiglie
Proprio i genitori, però, giocano un ruolo fondamentale nel rapporto tra i giovani e i device. Perché se le Big Tech si erano appellate alla Section 230, la norma federale americana che limita la responsabilità dei gestori sui contenuti pubblicati, l’unica difesa – specie in Italia – rimane l’educazione digitale, che passa dalle famiglie: «Il problema non è solo la presunta passione dei ragazzi per queste tecnologie e i social, ma il fatto che si sia consentito e a volte spinto il ricorso ai device, sia in famiglia che a scuola. Gli account a YouTube a bambini di 10 anni spesso sono aperti dai genitori, mentre la cosiddetta alfabetizzazione digitale prevedeva, fino a poco tempo fa, l’uso dello smartphone persino nei nidi!», ricorda Novara.
Le responsabilità della scuola
«Oggi si assiste a un’inversione di marcia, ma negli anni scorsi il Ministero dell’Istruzione aveva sostenuto progetti per introdurre lo smartphone anche alle elementari come strumento didattico, arrivando a investire 1 miliardo di euro anche in progetti 0-6 anni. Trovo che fosse un delirio, a cui i genitori non sono riusciti a opporsi – insiste il pedagogista – Si partiva dall’idea che, per non passare per “primitivi” come l’uomo di Neanderthal, si dovesse mettere a disposizione la tecnologia ai bambini. I genitori si sono sentiti colpevolizzati nel non adeguarsi, o non al passo coi tempi, un po’ come negli anni ’50 quando fumare era considerato cool».
Occorrono divieti
Oggi fumare è vietato ai minori, come consumare alcolici. Sarà possibile, un giorno, vietare davvero l’uso di social e smartphone ai più piccoli? «Le regole occorrono e lo dimostrano gli esempi di Francia, Australia e Danimarca che si sono mosse molto bene pensando a una regolamentazione sull’accesso ai social. Intervenire sullo smartphone è più complicato, ma credo che sia necessario, come lo è stato per il divieto di fumo nei locali pubblici, che un tempo sembrava impossibile da introdurre», insiste Novara.
Sull’efficacia dei divieti l’esperto non ha dubbi: «La società è fondata su regole: i semafori rossi e le soste vietate fanno parte del vivere comune, così come esistono regole chiare su alcol, tabacco, guida di auto e moto, uso del casco, ecc. Non dimentichiamo che il senso del pericolo di un 14enne o 16enne è molto basso. Un ragazzo non ha la stessa consapevolezza di un adulto: occorre tutelare i più giovani. Sono certo che i genitori non desiderino vedere i propri figli vivere chiusi in una stanza davanti a uno schermo».
Il caso americano come processo pilota
Per questo il processo pilota americano, con la storia sentenza, ora potrebbe spingere anche molti altri Paesi, Italia compresa, ad adottare una legislazione più netta in materia. Viene definito, infatti, un “bellwether case” e alcuni gestori di social lo hanno capito fin dal principio: TikTok e Snapchat, infatti, hanno patteggiato ancor prima dell’avvio della prima udienza, raggiungendo un accordo extragiudiziale con la famiglia della ragazza che ha sporto denuncia. I termini non sono noti, ma l’obiettivo è stato di evitare risarcimenti milionari e, soprattutto, una pessima pubblicità comparendo in aula.