«Ai carabinieri chiedo di dire alle donne che denunciano che si facciano la valigia, che lascino tutto, la casa e il lavoro e che spariscano. Perché non c’è altro modo di proteggere una donna che denuncia il suo ex compagno che la molesta».

Le parole della mamma di Tania Terrin dopo il femminicidio

Questa non è la direttiva di un programma di protezione testimoni per reati di mafia. È il consiglio sincero, disperato e brutalmente lucido che Marinella Forner, madre di Tania Terrin, ha deciso di consegnare alle istituzioni e a tutte noi dopo che sua figlia è stata uccisa.

Tania aveva 39 anni ed è stata soffocata la sera di Ferragosto sul divano della sua casa a Camponogara, in provincia di Venezia, dal suo ex compagno Dino Keber, che poi si è tolto la vita. Una tragedia annunciata, un’altra, sulla pelle di noi donne, mentre certa politica nega perfino che il femminicidio esista.

Tania Terrin e la solitudine della denuncia

La storia di Tania è lo specchio di un paradosso insostenibile. La madre racconta che erano state insieme dai carabinieri ben sette, otto volte. Tania aveva sporto querela. Ad aprile, l’ex l’aveva aggredita selvaggiamente in quello che le fonti descrivono come un vero e proprio tentativo di strangolamento: lei aveva perso i sensi, era finita in ospedale e lo aveva denunciato. A giugno era arrivato anche un ammonimento del Questore di Venezia. Tania aveva persino mandato una foto di lui ai vicini, scrivendo: «Se viene questa persona non apritegli», e confidando alle condomine che se lo trovava continuamente sotto casa.

Tania aveva fatto tutto quello che i protocolli d’emergenza, le campagne di sensibilizzazione e i talk show televisivi ripetono ossessivamente di fare: aveva denunciato, avvisato, cercato aiuto.

La condanna all’auto-esilio di noi donne

Eppure, l’unica “soluzione” reale e preventiva rimasta sul tavolo, secondo le parole strazianti di sua madre, sarebbe l’auto-esilio. Per non morire, noi donne dovremmo cancellarci: rinunciare alla nostra identità, alla nostra casa, al nostro lavoro e sparire.

Questo non è proteggere. Questa è una resa dello Stato. È la privatizzazione della sicurezza delle donne, trasformata nell’ennesimo compito domestico da sbrigare in totale solitudine.

Perché il peso della violenza ricade ancora sulle vittime?

Le parole di Marinella sollevano un interrogativo che non possiamo più permetterci di ignorare: perché siamo sempre noi donne a doverci fare carico, fisicamente ed emotivamente, del problema della violenza di genere?

Siamo noi a dover imparare a valutare il rischio di un ex partner. Siamo noi a dover scaricare le app di emergenza sul telefono. Siamo noi a doverci guardare alle spalle mentre camminiamo per la strada. E ora, siamo sempre noi a doverci “fare la valigia” e scappare.

Nel frattempo, l’aggressore resta libero di circolare, libero di violare gli ammonimenti e i divieti, libero di tornare a farsi vivo «al massimo dopo un mese» come accadeva a Tania. Il peso sociale, economico ed emotivo della violenza viene interamente scaricato sulla vittima: è lei che perde il lavoro, lei che deve abbandonare la propria casa, lei che deve vivere come una fuggiasca per il solo “crimine” di aver incontrato l’uomo sbagliato e aver avuto il coraggio di denunciarlo.

Il femminicidio non è un problema delle donne

Trattare il femminicidio come un “problema delle donne” è la più grande distorsione cognitiva del nostro tempo. La violenza di genere non è un fenomeno meteorologico da cui le donne devono imparare a ripararsi comprando un ombrello più robusto. È un problema maschile. È una violenza agita dagli uomini, tollerata da una cultura patriarcale che non accetta l’autonomia femminile, ed evidenziata da un sistema di protezione statale che si rivela drammaticamente lacunoso nei passaggi chiave.

La tragica geografia della Riviera del Brenta

C’è un dettaglio che emerge dalle cronache. Tania Terrin era originaria di Vigonovo, lo stesso paese di Giulia Cecchettin. E a pochissima distanza, a Vigonza, lavorava Giada Zanola, gettata da un cavalcavia nel 2004 dall’ex compagno, condannato quest’anno in primo grado all’ergastolo. Tre femminicidi in tre anni in una manciata di chilometri.

Nello stesso momento in cui la Riviera del Brenta piangeva Tania, a Cagliari si spegneva Michela Rubiu, 47 anni, morta dopo 25 giorni di agonia in ospedale dopo che il marito le aveva sparato alla testa.

Questi territori non sono anomalie statistiche; sono la mappa del nostro fallimento collettivo. Il sindaco di Vigonovo ha parlato della necessità di un «ulteriore impegno ed attenzione per saper evolvere su una piaga che continua a mietere vittime innocenti». Un’evoluzione che auspichiamo ma che non può passare per l’invito alle donne a diventare invisibili.

Non dobbiamo essere noi a sparire

Chiedere a una donna di sparire per salvarsi significa decretare la morte civile della vittima prima ancora di quella fisica. Significa che l’aggressore ha già vinto, che ha ottenuto il controllo totale sulla vita di lei, costringendola a cancellarsi.

La risposta alla domanda della mamma di Tania non può essere il silenzio o la fuga individuale. Lo sforzo educativo, penale e di controllo deve concentrarsi interamente su chi agisce la violenza, non su chi la subisce. Gli ammonimenti cartacei del Questore e le diffide non bastano più se non sono accompagnati da un monitoraggio elettronico reale, da braccialetti funzionanti, da un intervento tempestivo e restrittivo immediato al primo segnale di violazione.

Non dobbiamo essere noi a fare le valigie. Non dobbiamo essere noi a sparire. La nostra libertà non può essere il prezzo da pagare per rimanere in vita.