Sull’isola di Murano, a Venezia, un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni che giocavano a calcio è stato multato. I genitori sono stati convocati in caserma e sanzionati. Un regolamento di polizia urbana del comune di Venezia proibisce infatti attività come il gioco con la palla, che possano causare pericoli, danni o molestie, limitando queste pratiche a bambini fino agli 11 anni, in zone e orari specifici.
I divieti di gioco come al campeggio
Come al campeggio. Come in certe zone residenziali un po’ finte e artificiose, dove ci sono alberi e vialetti e pizzette con fontanelle, tanto carine quanto poco usabili. Bambini e ragazzini non sono graditi. Disturbano: ma chi? Chi fa il riposino dopopranzo?
La lettere dei ragazzi al sindaco di Venezia
La vicenda diventa pubblica perché i ragazzi, coordinati da un’insegnante, scrivono una lettera al sindaco di Venezia chiedendo spiegazioni, ma soprattutto interrogando tutti noi adulti: «Cosa dovremmo fare per passare il tempo come si faceva una volta?» chiedono i ragazzi. «Col telefono no, col pallone no, giocando no». Già. Una bella contraddizione, come sottolinea la pedagogista Roberta Catarzi, Esperta per la Regione Toscana dei Settori Educazione, Formazione e Servizi Socio Sanitari.
Il messaggio contraddittorio di noi adulti
«Ci lamentiamo continuamente perché i giovani passano troppo tempo davanti a uno schermo. Ci chiediamo perché non escano, perché non facciano sport, perché non abbiano la stessa libertà di movimento che noi ricordiamo della nostra infanzia. Poi, quando finalmente un gruppo di adolescenti si organizza per giocare, quando la loro vitalità diventa visibile nello spazio pubblico, ecco che la risposta è la sanzione. Il messaggio che trasmettiamo è contraddittorio: vi vogliamo attivi, ma invisibili. Vitali, ma silenziosi. Sociali, ma senza disturbare. È come chiedere loro di crescere in punta di piedi, senza lasciare tracce».
Non siamo una società che ama i bambini
D’altra parte, che i bambini ci disturbino ormai è evidente: dalla coppia che perseguitava i piccini del nido, ai giovani che scelgono di non avere figli, a quelli che preferiscono il cane. I figli non sono solo un costo: disturbano gli adulti e ci mettono in contraddizione rispetto alle nostre scelte. Invece dovrebbero essere preziosi per una società come la nostra, la più vecchia al mondo, seconda solo al Giappone. E piuttosto che creare spazi per loro, occasioni, un presente accogliente e vitale, facciamo la cosa più semplice: vietiamo. «Proibire queste esperienze senza offrire alternative significa impoverire la crescita dei ragazzi e ridurre le opportunità di apprendimento naturale che la vita stessa offre. È come voler insegnare a nuotare senza permettere di entrare in acqua» prosegue la dottoressa Catarzi.
Il gesto rivoluzionario dei ragazzi di Venezia
«Il gesto dei ragazzi che hanno scritto al sindaco è straordinario. Non hanno reagito con rabbia o rassegnazione, ma con un atto di parola pubblica. Hanno chiesto di essere ascoltati, hanno rivendicato il diritto di giocare, hanno offerto un contributo civile al dibattito cittadino. Dal punto di vista educativo, è un’occasione preziosa: gli adolescenti ci stanno dicendo che vogliono partecipare alla vita della comunità. Sta a noi adulti cogliere questa voce, valorizzarla e trasformarla in un processo di dialogo vero».
Il problema non è il calcio
Il problema, infatti, non è il pallone: è la città. Le nostre città si sono progressivamente strutturate come spazi adultocentrici, orientati al traffico, al consumo, al turismo, spesso dimenticando la dimensione ludica e vitale dei più giovani. Non c’è nulla di più eloquente del fatto che in molti centri storici i bambini e gli adolescenti abbiano sempre meno luoghi dove giocare liberamente. Venezia, poi, è sempre meno da vivere e abitare, sempre più prodotto, sempre più luna park (ma non per tutti: solo per chi paga). «Una città che non accoglie il gioco è una città che si impoverisce culturalmente, perché perde il rumore, l’imprevedibilità e la creatività che l’infanzia e l’adolescenza portano con sé. Hannah Arendt scriveva che il senso della politica è il “nascere sempre di nuovo”: i bambini e i ragazzi, con la loro vitalità, sono l’incarnazione di questo nuovo che continuamente entra nel mondo. Se non diamo loro spazio, impoveriamo non solo loro, ma anche noi stessi».
La soluzione non è il divieto
Non si tratta di puntare il dito contro il Comune o contro le istituzioni: i problemi di convivenza urbana sono reali, e la gestione di spazi condivisi non è semplice. Ma la soluzione non può ridursi al divieto e alla sanzione. «L’educazione è sempre una responsabilità condivisa: famiglie, scuole, istituzioni, comunità. E la domanda giusta è: come possiamo garantire che i ragazzi abbiano spazi sicuri e adatti per crescere, senza entrare in conflitto con i diritti degli altri cittadini?» Chiede la pedagogista. «Alcune strade sono possibili: creare e valorizzare aree dedicate al gioco libero, ma soprattutto coinvolgere i ragazzi stessi nei processi decisionali: perché non istituire un “consiglio dei ragazzi” che contribuisca a regolare l’uso degli spazi pubblici?».
Più spazi pubblici nelle nostre città
Le città devono avere più spazi pubblici, come le piazze. E le piazze entrare nelle scuole, dialogare con esse, come sostiene l’architetta Maria Alessandra Segantini, che progetta scuole e spazi pubblici innovativi. Dove le persone si incontrano, si confrontano, e dove i ragazzi possono giocare, con playground ovunque per i più piccoli, e aree dedicate per i più grandi. Senza togliere anima ai centri storici che tanto amiamo, ma rendendoli fruibili a tutti.