In classe, un cartello: “Vietato l’uso dei cellulari”. È ciò che vediamo nelle scuole con la riforma Valditara: smartphone spenti o chiusi in appositi contenitori durante l’orario scolastico, anche alle superiori.

Vietare lo smartphone dà sollievo

Vietare è sempre più sexy. Fa ordine, dà sollievo, promette sicurezza. E quando si parla di adolescenti e smartphone, il divieto sembra l’unica risposta. Ma se fosse solo una scorciatoia?

Il problema non è lo smartphone

Togliere il telefono agli studenti delle superiori non basta. Perché nessuno sta insegnando loro, e spesso nemmeno a noi, come restare nella tecnologia senza smarrirsi. Nessuno ci aiuta a distinguere il bisogno reale da quello indotto. A riconoscere cosa ci fa bene e cosa ci risucchia. Il problema non è (solo) lo schermo.

Che alternative hanno i ragazzi?

È il vuoto che copre. L’assenza di alternative. Di adulti parzialmente presenti. Di istituzioni e comunità scollegate dai bisogni. La scuola può, e deve, fare la sua parte. Ma da sola non basta. Non può diventare un recinto dove il digitale si cancella con un cartello. Serve coraggio: per insegnare ai ragazzi a guardare in faccia il proprio scrolling compulsivo. E per guardarci dentro anche noi, senza ipocrisie.

Vietare lo smartphone non basta

Non è facile, lo sappiamo. Stiamo tutti cercando di tenere insieme educazione e sopravvivenza quotidiana. Ma proprio per questo, non possiamo più fingere che basti togliere lo strumento.
Siamo noi, spesso, i primi a non staccare mai. A cena. In bagno. Nel letto. Scrolliamo quando potremmo ascoltare. E mentre cerchiamo di dare il buon esempio, diciamo: “Aspetta un attimo, devo solo rispondere a questo messaggio.” Ma loro, i nostri figli, non aspettano. Guardano. E imparano da quello.

Più che vietare lo smartphone, parliamo coi ragazzi

L’educazione digitale non passa da un cellulare in meno, ma da uno sguardo in più. E da
una domanda sincera: che mondo digitale stiamo insegnando a sopportare? E quale a
vivere davvero? Perché educare non è mettere un freno. È insegnare a guidare. Anche nel
caos.