La scuola deve essere bella e andarci deve rappresentare un’esperienza speciale. Dev’essere un luogo aperto e dinamico, dove lo spazio, i colori e la luce possano stimolare la curiosità e la creatività dei bambini, ma anche la loro capacità di adattamento e accettazione delle diversità.
La scuola per Maria Alessandra Segantini
È una scuola del futuro (ma non dei sogni) quella a cui pensa l’architetta pluripremiata Maria Alessandra Segantini nei suoi progetti di edilizia pubblica scolastica, il fiore all’occhiello del suo lavoro trentennale, insieme alle residenze sociali e ai progetti di rigenerazione urbana. «Perché l’architettura» ci dice «non può essere che pubblica e al servizio di tutti».

In questo momento, in cui l’Italia è scossa dallo scandalo dell’inchiesta urbanistica di Milano, con più di 70 persone indagate, 150 cantieri bloccati e tanti cittadini che hanno pagato case in cui non possono entrare, le sue parole sono una boccata d’aria pura. La incontriamo via zoom, dopo essere stata scelta dal Ministero della Cultura tra le 20 voci di creativi italiani per raccontare l’arte e il design nazionale. 58 anni, due figli, un marito (Carlo Cappai, figlio d’arte) che è anche socio del prestigioso studio di architettura C+S Architects, l’architetta si divide tra Londra e Treviso, con importanti incarichi, oltre che in Europa, in Africa, Russia e Medio Oriente. Nel 2022 è stata nominata miglior architetto d’Italia ed è la prima donna ad essere entrata nell’albo d’Onore della Repubblica di San Marino, un riconoscimento che premia particolari meriti verso la Repubblica.
Il pubblico ha un ruolo primario nell’architettura
Il vostro studio realizza con fondi pubblici scuole d’eccellenza, innovative, con materiali durevoli, luminose, ecosostenibili. Alcune sono state esposte alla 15esima Biennale di Venezia. Perché mette la sua creatività al servizio delle scuole?
«Perché le scuole sono , dove tutti viviamo per un lungo periodo della nostra vita. Un luogo a disposizione della comunità, come l’architettura, che deve essere sempre pubblica. Ricordiamoci che anche quando si realizza un edificio per un privato, in ogni caso si traducono regole, limiti e vincoli posti dal pubblico, e occorre prima di tutto chiedersi cosa penseranno e sentiranno le persone quando ci passeranno accanto. Perché tutti usufruiscono di ciò che viene costruito. Oltre al cliente diretto, quindi, ce n’è sempre un altro indiretto, ed è la comunità. A questa rispondiamo con il nostro lavoro».
Le sue scuole sono state utilizzate come best practice per scrivere le linee guida del Miur. A cosa si ispira quando le progetta?
«A quella sensazione di assoluto benessere e comfort che provavo da bambina quando giocavo con i puzzle di legno di Enzo Mari davanti al camino con mia sorella. È a questo piacere che hanno diritto tutti i bambini andando a scuola. In quella di Alzano Lombardo, per esempio, si arriva attraverso una rampa con gli animali di Enzo Mari scolpiti in un muro di cemento colorato, dove l’ippopotamo diventa il parcheggio per le biciclette. Ed elefanti, cammelli, tartarughe vivono anche sulle pareti delle aule, e persino nelle pavimentazioni esterne delle corti e del giardino, dove diventano dei giochi. Ogni aula poi ha un animale inciso nel pavimento e ogni colore corrisponde a servizi igienici diversi, il cui colore definisce la classe. E poi tanto vetro, tanta luce e verde intorno, ma soprattutto niente corridoi e aule chiuse: i bambini devono potersi guardare e imparare anche copiando gli altri».
Maria Alessandra Segantini e la scuola circolare
Lei è famosa per i progetti di scuola circolare. In cosa consistono?

«Proprio in questo periodo stiamo lavorando alla scuola circolare di Conegliano, all’interno del parco pubblico: le classi sono circolari e non esistono corridoi ma lucernari sospesi alti 2 metri e mezzo, che guidano i bambini come in un labirinto. Tutto è trasparente e si fluisce liberamente dal giardino, in un percorso senza soluzione di continuità dal verde all’interno della scuola».
Nuovi spazi, nuove geometrie per la didattica del futuro. In che modo lo spazio a scuola condiziona l’insegnamento e l’apprendimento?

«Lo spazio determina il modo in cui bambini, ragazzi e docenti interagiscono. Io immagino sempre uno spazio aperto, in cui si possa condividere e collaborare; flessibile e trasformabile, per favorire l’inclusione; con materiali didattici visibili, colori e arredi accoglienti, per stimolare la curiosità dei bambini e coinvolgerli. Il rapporto tra spazio e pedagogia deve cambiare. In una società in costante evoluzione come la nostra, è tempo di reinventare gli ambienti per preparare i ragazzi ad adattarsi, essere curiosi, ad accettare il diverso, ad aprirsi: le scuole devono diventare dei veri hub per la comunità, luoghi di incontro e punti di riferimento. Le scuole che progettiamo infatti sono aperte anche al pomeriggio, per dare modo a tutti di usufruirne, con la biblioteca e la mensa che alla sera, in alcune strutture, diventa una cucina per la comunità».
Quindi la scuola ha un ruolo urbano fondamentale, nella sua idea di comunità e città.
«Nella città diffusa dove lo spazio pubblico è smagliato, le scuole diventano nei nostri progetti le “piazze delle periferie”: ecco perché il lavoro sulle scuole è fondamentale. È necessario spostarsi dal modello del typical male commuter che è quello su cui sono disegnate le città, per innestare il DNA femminile di un design che si prende cura delle persone. Alla città veloce delle infrastrutture, pensate per l’uomo che si sposta velocemente da casa al lavoro, e viceversa, è oggi necessario affiancare la città lenta dello spazio pubblico, dove anziani, persone con disabilità e bambini possano godere di spazi belli, aperti a tutti, mentre le infrastrutture digitali permettono di lavorare in remoto e di accudire i più fragili. Dobbiamo fare come i lupi che mettono i membri piú anziani del branco a dettare il passo, per proteggerli dai predatori».

Il valore degli spazi pubblici
Il vostro studio, oltre che alle scuole, ha lavorato a musei, residenze, uffici, edifici religiosi e civici, oltre a grandi interventi di riqualificazione urbana. Qual è il valore degli spazi pubblici?
«Gli spazi pubblici rafforzano il senso di identità delle comunità. Abbiamo sempre pensato che, in qualche modo, lo spazio pubblico dovesse essere una sorta di spina dorsale dei nostri interventi. Come il nostro corpo si fonda sulla spina dorsale, così l’intervento urbano si fonda sullo spazio pubblico, uno spazio libero, aperto, generoso, di grande qualità, sostenibile, durevole: uno spazio per tutti. Non costruiamo l’edificio per poi risolvere in un secondo momento il verde, i percorsi, le panchine, i lampioni, come se fossero oggetti diversi. A Londra per esempio dove abito ci sono 40 metri quadrati di spazio pubblico (tra parchi, musei e infrastrutture aperte e manutenute bene dalla municipalità) per abitante.

Con lo stesso principio di equità, in Belgio, fuori Bruxelles, abbiamo rigenerato le ex Scuderie Reali restituendo alla popolazione aree dismesse, attraverso un’edilizia di lusso con una percentuale di edilizia sociale: siamo convinti che le residenze sociali non devono essere un ghetto ma integrate in quelle di lusso. Per questo usiamo le stesse finiture, magari con gli stessi materiali di pregio per le facciate e le parti comuni.
Con questa mentalità, è come lavorare sull’essenza dell’architettura stessa.
«Sì perché, indipendentemente dai desideri dei clienti, si restituisce a tutti i cittadini un ‘common ground’, quel terreno comune su cui la città si deve innestare. Se questo funziona, gli edifici dialogano tra loro e costruiscono la scena per le relazioni tra le persone e tra queste ultime e il paesaggio».
Come nel progetto della piazza che sarà realizzata a Bergamo, insieme al museo GAMeC (in costruzione e previsto per il 2026), dove la piazza stessa entra quasi nell’edificio, dopo essere passata attraverso un’area verde pensata con piante commestibili per piccoli animali del bosco. «I musei non devono spaventare, ma essere sempre aperti, e gratuiti, per tutti. Come le scuole».
