Capita a tutte, almeno una volta nella vita, di sentirsi uniche al mondo. Non in senso positivo, ma nel modo più disperato che ci sia. Come se nessuno avesse mai passato quello che stiamo passando noi, e nessuno possa capirci. Può essere una rottura particolarmente drammatica, un periodo nero, persino una malattia, ed improvvisamente non conta più nessuno. Solo noi e il nostro dolore. Ma, come cantavano i Beatles, «non c’è niente che si possa provare che non sia già stato provato da qualcuno»: ecco perché è in questi momenti di solito che ci vengono incontro amici speciali, i cosiddetti come up friend.
Si tratta di un neologismo nato nel mondo delle start up e reso popolare dall’imprenditrice Andi Eaton Alleman (founder del brand Casa Noon), che in italiano è traducibile (male) come «l’amico delle salite». Il come up friend, infatti, non è la persona che sa darti consigli perché ha già attraversato il tuo stesso problema, ma quella che c’è dentro fino al collo, proprio come te.
Come up friend, la scalata è meno dura se la si affronta insieme
C’è un modo di dire inglese che descrive perfettamente il contorto funzionamento di questo tipo di amicizia: «The blind leading the blind» (letteralmente, «il cieco che guida il cieco»). Quando si affronta una salita insieme, infatti, spesso si perde la razionalità: e certo, servono gli amici che sanno dare un parere esterno e lucido, ma anche quelli che ci lasciano impazzire un po’.
Il come up friend è quello che passa in rassegna gli screen delle conversazioni tra te e il tuo ex dopo una rottura, alla ricerca di dettagli completamente inventati. È quello che ti ascolta esporre una teoria basata solo su sogni e intuizioni, e in qualche modo comprende come mai a te sembri così sensata. Insomma, è quello che ti lascia essere delulu (diminutivo di delusional), ovvero illusa e spensierata.
«La condivisione è uno dei capisaldi dell’essere in relazione: condividere un’esperienza con qualcun altro aiuta a ridurre il senso di isolamento, l’ansia e l’insicurezza legata ai momenti di transizione», spiega la psicologa clinica Gaia Bresciani. «Sapere che c’è un’altra persona che come te sta vivendo nella medesima incertezza è rassicurante, perché il sostegno reciproco non si costruisce né si basa sulle certezze, ma sulla presenza».
Un rapporto che ci aiuta a crescere, e che possiamo portare avanti
Ma insieme ci si aiuta anche a pensare con chiarezza, e spesso è proprio vedendo un come up friend che si realizza (o si rialza) a un ritmo diverso dal nostro può essere fonte d’ispirazione. «Vivere la stessa esperienza di un’amica ci permette di ricevere validazione, ma anche di aprirci ad un sano confronto che possa aiutare a mantenere elevata la motivazione», continua l’esperta.
Il rischio ovviamente è quello che, una volta “affrontata” la salita, ci si perda. Ma se il rapporto è fondato anche su valori importanti, il rapporto si evolve man mano che si cresce insieme. «Bisogna essere in grado di spostare il centro del legame dall’essere orientato al raggiungimento di obiettivi esterni, a una dimensione più interna di affetto e fiducia, dove il riconoscimento reciproco non nasca dal fatto che si sta facendo qualcosa di simile, ma dal fatto che si è simili».
Come up friend e business partner: tre storie, tre ispirazioni
Non è un caso se il termine è nato nel mondo degli imprenditori, perché creare un business dal nulla è una delle esperienze più stressanti che si possano affrontare. Soprattutto per noi donne: in Italia, infatti, un terzo dell’imprenditoria è al femminile, con professioniste sempre più specializzate e sempre più giovani (dati Adepp 2023) che si scontrano ogni giorno con una realtà fatta di stereotipi e ostacoli. Ma sono tante le realtà che devono il loro successo (anche) alla solidarietà tra amici, anzi come up friend. Qui te ne raccontiamo tre.
Otro amor: «Due donne, due socie, due ostinate sognatrici, due spettinati uragani»
Alessia Panza e Giorgia Pizzella si conoscono nel 2013 a un corso di Fashion Design, e si (ri)conoscono subito. Hanno gli stessi sogni, la stessa ambizione, la forza che le spinge a dare il massimo: si impegnano come se ogni esame sia determinante, e durante il progetto di tesi svolto insieme scoprono di essere anche sul lavoro una vera squadra. «La nostra sinergia era troppo forte, e anche se dopo la laurea ci siamo separate non potevamo rischiare che andasse persa», mi raccontano.

Inizialmente pensano di andare a Londra insieme, per cercare ispirazioni e rilassarsi un po’. E i genitori le sostengono dando loro un piccolo aiuto economico: dopo di che, per restare avrebbero dovuto contare solo sulle loro forze. «A quel punto ci siamo confrontate e abbiamo deciso di fare quella che sembrava una pazzia: investire quella piccola somma per creare il nostro brand, completamente da zero».

È così che è nato Otro Amor, un brand nato con focus sui costumi che oggi crea abbigliamento pratico ed eclettico pensato per accompagnare le donne durante l’arco della giornata. «Avere un brand insieme è come un matrimonio, e abbiamo imparato a confrontarci su tutto. Ma anche ad essere pazienti ed empatiche: oggi ci capiamo con un solo sguardo, e quando una ha una giornata no l’altra è pronta a sostenerla», raccontano. «Soprattutto, sappiamo quando staccare. Non siamo solo business partner, ma amiche: quando si esce a fare aperitivo, di lavoro non si parla… O almeno ci proviamo!».
Loste, from Denmark with love
La storia di Lorenzo Cioli e Stefano Ferraro comincia invece a Copenhagen, tra il 2017 e il 2019. Entrambi italiani con anni di esperienza all’estero, i due iniziano subito a parlare di progetti da fare insieme, alternando sogni a progetti. «Volevamo aprire un ristorante in quel periodo, figurati», mi raccontano ridendo.
Dopo un periodo di indecisione, entrambi si convincono a tornare in Italia, ma nel frattempo arriva la pandemia. Un ristorante era troppo difficile da gestire, e il locale preso in locazione non era adatto: «Abbiamo scelto di provare con qualcosa di più semplice, e così è nato quello che Loste è oggi». Una delle bakery più amate della città, con ore di fila quasi tutte le mattine e un menù stagionale i cui cambiamenti sono attesi da tutti i food lover di Milano.
«Quando abbiamo aperto l’Italia era nel pieno del secondo lockdown per il Covid, e noi non avevamo altra scelta. Eravamo tornati in Italia, avevamo dato disdetta dal lavoro, lasciato le nostre case: fermarsi non era un’opzione, potevamo solo crederci».
Oggi Lorenzo e Stefano hanno «due figli insieme», raccontano scherzando. «I nostri locali, in Via Guicciardini e in Via Varesina, sono una famiglia. Il dialogo, prima tra noi e poi con il resto del team, non manca mai. Cerchiamo sempre una terra di mezzo, che tante volte è anche meglio: ogni nostro traguardo è l’unione di due menti», spiegano.
Essere amici, oltre che business partner, dà loro un vantaggio in più. «Non manca mai il supporto reciproco, soprattutto emotivo, perché ci sono tanti momenti in cui ce n’è bisogno. Abbiamo imparato che è giusto mantenere un equilibrio tra i momenti di euforia e quelli di tristezza. Perché è sempre solo un lavoro: la vita è fatta anche di molto altro, e va bene così».
Choir of Catharsis, un urlo (metaforico e non) per liberarci tutte
Chiara Lari e Joséphine-Fransilja, compagne di università a Bristol, non avrebbero mai pensato ad un progetto insieme. Eppure, dopo una lunga chiacchierata fuori dal National Theatre nel centro di Londra, l’idea bruciava dentro a entrambe. Entrambe figlie di avvocate e donne di colore, parlando si sono rese conto della difficoltà che provano nel vederle affrontare stress quotidiano e, soprattutto sul lavoro. Oltre agli ostacoli legati al sessismo, sono ancora tanti gli episodi di razzismo. E il peso, per una madre, è troppo difficile da nascondere.

«Ci siamo dette che era ora di unirci e fare qualcosa insieme, per loro, ma anche per noi. Ed è così che è nata l’idea di Choir of Catharsis, un film che esplora il vissuto delle donne di colore attraverso un urlo catartico, ancestrale», racconta Chiara. «Nessuno ci ha pagato, abbiamo fatto tutto con le nostre sole forze, mosse dalla passione. Ci organizzavamo con meeting regolari, e forse se non ci fossimo spronate a vicenda a lavorare regolarmente ci saremmo perse».
Durante il primo screening sono riuscite a raccogliere quasi 800 sterline. E 200 le hanno investite in un progetto di beneficenza in memoria di Daniella Dzikunoo una donna di colore morta per lo stress sul lavoro. «Ho imparato che davvero non si può fare tutto da sole: Joséphine ha arricchito il film in un modo che non mi sarei mai immaginata», continua Chiara. «Quando io non riuscivo a dare il massimo, lei raccoglieva il testimone. E viceversa. Era una simbiosi. Non mi sono mai sentita da sola».

Vedere l’impatto del loro lavoro attraverso gli occhi di donne che piangevano durante la proiezione è stato come coronare un sogno. «Lavorare insieme ti fa rendere conto che puoi fare qualsiasi cosa con le persone giuste accanto. Puoi davvero fare la differenza in questo mondo».