Sono lontani i giorni in cui bastava incontrarsi a fare due chiacchiere su una panchina, nel parco o facendo “due passi” insieme. Oggi l’uscita è un’experience: ci si dà appuntamento per fare le attività più disparate, dal Reformer Pilates alla scoperta dell’ultima pasticceria in città. Da una parte non ci si annoia mai, ma dall’altra a fine mese il costo della vita sociale diventa importante. E non è raro che ci si ritrovi a fare un bilancio, con tutto il disagio e la vergogna che questo comporta. Siamo nel pieno della friendship recession, letteralmente la «crisi dell’amicizia»: non perché non ci sono più gli amici, ma perché molti di noi cominciano a non poterseli più permettere.
Friendship recession, il costo della vita sociale ci mette K.O.
«Pensavo che la parte più difficile del mantenere amicizie da adulti fosse trovare il tempo, ma mi sbagliavo: il vero scoglio è riuscire a organizzare le uscite senza spendere troppi soldi», scrive Hannah Horvath, esperta di psicologia del denaro, nella sua newsletter Your Brain on Money. Ha ragione: secondo un’indagine di Ally Bank, le uscite con gli amici costano agli intervistati quasi 250€ al mese, un bilancio che influisce negativamente sugli obiettivi finanziari a lungo termine (come conferma il 59% degli intervistati). Non solo: le difficoltà a far conciliare la vita sociale con il proprio budget portano la maggior parte degli intervistati a limitare le amicizie. Il 20%, ovvero una persona su cinque, confessa di aver vissuto friendship breakup proprio per questioni finanziarie.
Uscirne sembra impossibile, perché tutti – anche senza volerlo – alimentiamo questo sistema. Dai contenuti social in cui condividiamo solo il lato cool delle nostre vite fino agli acquisti che facciamo per “stare in pari”, ammettere di avere un budget e quindi dover limitare uscite ed esperienze genera vergogna. Soprattutto con gli amici, che dovrebbero essere i primi a capirci. «Oggi siamo più soli e le uscite rappresentano la nostra rete di benessere», continua Hanna nella newsletter, «rinunciarci o limitarle significa a tutti gli effetti rischiare di perdere la nostra rete sociale, e quindi di ritrovarci soli e fragili».
Uscire insieme non significa spendere: parola di esperta
Ma è davvero così? Annalisa Monfreda, giornalista e founder di Rame, platform di educazione finanziaria, chiarisce: «L’epidemia di solitudine di cui parliamo oggi in realtà ha origini lontane: penso agli anni in cui abbiamo cominciato a spostarci verso le città, dove ancora oggi si concentra la maggior parte del lavoro». Soli in luoghi che non conosciamo, senza le nostre radici, per sentirci parte di un gruppo abbiamo dato un nuovo significato agli acquisti: «Negli anni Sessanta fino a quelli del boom economico, il fenomeno del comprare per appartenere si è diffuso», continua l’esperta. E oggi, nell’era del web, si è evoluto nel social spending, l’acquisto di beni status symbol da mostrare ai follower online.
«Sembriamo esserci scordati che si può uscire anche senza spendere come facevamo da ragazzi, eppure non è vero che non ci sono più gli spazi per farlo», spiega Monfreda. Da piccoli trovarsi nelle piazze e nei parchetti, anche se molto meno curati di come lo sono ora, ci sembrava naturale, ma oggi non lo facciamo più. «Eppure la rigenerazione urbana non è mai stata così efficiente. Gli spazi come parchi e piazze oggi sono molto più belli di com’erano anni fa, ma sono vuoti: è la cultura del consumo a spingerci altrove, e dobbiamo essere noi a rendercene conto».
Se l’amicizia diventa “per pochi”
Quello che non riusciamo più a permetterci, in altri termini, non è la socialità, ma la continua cultura dell’esperienza. Non serve trovarsi nel ristorante stellato per stare bene, non servono “little treat” o ore di shopping, ma momenti di condivisione autentici, chiacchiere sincere, amicizie vere. «Quello che cerchiamo quando vogliamo vedere i nostri amici sono le relazioni, tutto il resto non conta: non dobbiamo avere vergogna di porre il problema del budget e imparare a venirci incontro in modo da creare momenti di condivisione realmente aperti a tutti».
Il rischio infatti è che persino l’amicizia diventi un bene di lusso, una questione di classe. Con amici che non riescono a superare le loro differenze per venirsi incontro e i più svantaggiati che devono chiamarsi indietro, o peggio venire esclusi. «Privarsi di amicizie che trascendono la classe è un rischio che non dobbiamo correre: se ce ne priviamo perché non abbiamo il coraggio di intavolare conversazioni scomode sui soldi stiamo impoverendo profondamente la nostra vita, tutti quanti».
Quando rischiamo di perdere amicizie unicamente per i soldi stiamo lasciando che il mercato governi le nostre vite. Dobbiamo essere noi a prendere il timone delle relazioni, consapevoli che le amicizie tra persone che vivono esperienze diverse ci arricchiscono tutti.
L’importanza di prestare attenzione
Siamo ancora in tempo per combattere la friendship recession, dobbiamo solo imparare ad agire con consapevolezza. Invece che organizzare un’uscita chiedendoci cosa potremmo fare di unico, partiamo col chiederci cosa potremmo fare in modo da includere tutti. E, se proprio non vogliamo rinunciare all’esperienza, chiediamoci se pur di farla tutti insieme siamo disposti ad aiutare chi non può, ma senza che diventi un’abitudine. All’inizio non sarà naturale, ma cercando di pensare in questo modo tutte le volte cominceremo ad abituarci. Per risparmiare soldi, ma anche per arricchirci in quello che conta davvero: la vicinanza alle persone a cui vogliamo bene, soprattutto quelle con prospettive diverse dalle nostre.