Dopo Jennifer Aniston, pentita di non aver seguito la strada della crioconservazione degli ovuli, arriva un’altra testimonianza. questa volta la protagonista è la cantante Kesha che, in una intervista a Self, ha raccontato di aver provato la tecnica che permette di preservare la fertilità, ma di avere avuto alcune complicazioni. La star di “Take it off” e “Blow” ha spiegato di essersi sottoposta a Eggs freezing, ma di avere avuto alcuni problemi, legati soprattutto alla sindrome da immunodeficienza comune variabile che le è stata diagnosticata. In pratica il suo sistema immunitario è rimasto fortemente indebolito. Si è trattato di un “effetto collaterale” legato alla sua condizione e che può portare a infezioni ricorrenti.

La crioconservazione è diffusa tra le star

Non un rischio specifico della crioconservazione, dunque, che invece è una tecnica che di recente si è diffusa particolarmente. Ne sono conferma le scelte delle supermodelle Bianca Balti ed Emily Ratajkowski, che hanno deciso di far congelare i propri ovuli. Chi, invece, non ha potuto optare per questa possibilità è stata proprio la Aniston. La star di Friends in una intervista ad Allure, aveva raccontato della sua odissea nel tentare ogni tecnica possibile per restare incinta. Dopo che non era stato possibile in maniera naturale e neanche con l’aiuto della fecondazione assistita, aveva spiegato: «Avrei dato qualsiasi cosa. Se qualcuno mi avesse detto “Congela i tuoi ovuli. Fatti un favore”. Ma non ci si pensa».

La crioconservazione è ancora un tabu

In effetti della crioconservazione si parla ancora troppo poco. Gli anglosassoni lo chiamano social freezing ma non ha niente a che fare con le community sul web. Si tratta del congelamento dei propri ovociti fatto da donne che vogliono assicurarsi la possibilità un domani di avere un bambino. Una nuova rivoluzione sessuale dopo quella della pillola contraccettiva. Peccato che questa opportunità si conosca ancora poco, tra lo stupore e il pudore che ammanta quello che oggi è ancora un tabù.

La crioconservazione aiuta a diventare mamme

Eppure, questo nuovo traguardo della scienza può segnare la svolta nella vita di tante donne, oltre a incidere sulle politiche demografiche. «Io l’ho scoperto dalle amiche» racconta Roberta (è un nome di fantasia, per rispettare la sua privacy). «Mi sono sottoposta al freezing due anni fa, a 34 anni, d’accordo con il mio compagno. Non ci sentivamo pronti per un figlio ma allo stesso tempo lo desideravamo. Avevamo anche paura di non riuscire a concepirlo, al momento in cui ci avremmo provato. Per questo ho fatto i primi esami del sangue e ho scoperto che la mia fertilità non era così scontata come pensavo. Ho saputo, insomma, che avrei avuto qualche difficoltà a diventare mamma. Così ho deciso di crioconservare alcuni ovociti, per “bloccarne” l’età anagrafica e darmi la possibilità, quando sarei stata pronta, di provare a restare incinta. Certo, non ho la garanzia di riuscirci ma metto già in conto di poter ricorrere a tecniche di fecondazione assistita. Almeno lo so e non rischiamo, il mio partner e io, di far passare troppo tempo in vani tentativi».

Perché bisogna pensare prima alla fertilità

Già, perché la fertilità è un dato scontato, per molti di noi. Una ricerca condotta da Ixè per l’Istituto Valenciano per l’infertilità (uno dei centri privati di procreazione assistita più diffusi in Europa), restituisce risultati scioccanti: quasi due persone su dieci pensano che la fertilità della donna inizi a diminuire dai 45 ai 50 anni, l’11 per cento dopo i 50. «La verità è che la fertilità inizia a calare prima dei 35 anni, già intorno ai 30» dice la dottoressa Daniela Galliano, direttrice del Centro Ivi di Roma. «Il nostro ultimo studio su 5.000 donne lo dimostra: tra quelle che hanno deciso di ricorrere alla crioconservazione prima dei 35 anni e in un secondo momento hanno usato quegli ovociti per avere un bambino la percentuale di chi ce l’ha fatta ed è diventata mamma oscilla tra il 40 e il 70 per cento. Tra le donne che all’epoca del trattamento di crioconservazione avevano più di 35 anni la percentuale si abbassa e va dal 25 e al 40 per cento». Cosa significa questa “matematica della maternità”? «Tutto ciò dimostra che prima si congelano i propri ovociti, più alta è la probabilità di raggiungere una gravidanza».

Come funziona la crioconservaizone

La selezione e il congelamento degli ovociti avvengono in un centro per la sterilità, dopo alcuni esami prescritti dal ginecologo. In Italia sono 340 e in ogni Regione ne esiste almeno uno pubblico (old.iss.it/rpma). L’intervento è semplice. «Gli ovociti vengono prelevati in day hospital dopo circa 10 giorni di stimolazione ormonale con piccole iniezioni (come succede nei cicli di procreazione assistita). Quindi quelli migliori vengono congelati» spiega il dottor Giuseppe De Placido, docente di Ginecologia presso l’Università Federico II di Napoli. A questo punto, vengono messi a riposo nelle bio banche. «Si tratta di stanze di cui sono dotati alcuni (non tutti) centri per la PMA e che rispondono alle linee guida del Centro nazionale trapianti» spiega l’embriologa Federica Cariati. «Per mantenerne inalterata la qualità, vengono immersi in bidoni con azoto liquido a 196 gradi sotto zero. Lì possono restare senza limiti di tempo».

Il servizio sanitario lo prevede dopo una malattia

Le aspettative sulla crioconservazione sono altissime e i risultati si stanno cominciando a monitorare adesso. Nei centri Ivi, per esempio, dove la tecnica si pratica dal 2007, sono nati 187 bambini. Forse pochi, ma la curva in futuro salirà. «La crioconservazione viene abitualmente e gratuitamente offerta alle donne con una diagnosi di tumore, oppure in alcuni casi di endometriosi o menopausa precoce» commenta il professor De Placido. «Sono gli oncologi stessi a proporla prima che la paziente affronti certe cure, per proteggerne la fertilità. Il social freezing rappresenta invece il futuro: non sarà più un tabù decidere di congelare i propri ovociti da giovane, anche a 20 anni, per scelte di vita: non costrette da una malattia ma semplicemente per non ritrovarsi a cercare un figlio magari a 40 anni, quando la probabilità di concepire cala drasticamente». Se questa opportunità esiste anche in Italia, perché se ne parla poco? «In realtà stiamo assistendo a un cambiamento culturale» conclude il professor De Placido. «Le donne si stanno informando, ma devono essere prima di tutto i ginecologi a guidarle verso questa pratica».