Sedie di plastica bianca ingiallite dal sole. Bicchieri con lo stemma del Cynar. Gratta e vinci dietro il vetro. Il barista che ti chiama «Campione», anche se è la prima volta che ti vede. C’è stato un tempo in cui nei bar “scrausi” si entrava solo per necessità: un caffè al volo, una schedina da giocare, una sigaretta accesa con l’accendino del banco. Luoghi anonimi, fuori moda, da evitare. Eppure, su di me quei posti hanno sempre esercitato un certo fascino. Mi sembravano veri, senza filtri. Poi ho sposato un toscano e ho scoperto che quella passione poteva diventare una piccola abitudine quotidiana.

Lì li chiamano “i barre”, con quella “e” finale che sa di affetto, e sono molto più di un caffè o di un tabacchi: sono il posto dove i vecchietti si siedono fuori, giocano a carte, parlano di partite e di politica, e dove il barista ti saluta per nome. Oggi quei luoghi che sembravano destinati a sparire sono diventati quasi di moda, il nuovo rifugio urbano, il posto dove un Negroni sbiadito vale più di un cocktail perfetto. Perché forse, dopo anni di patinato, abbiamo voglia di cose vere. «Entrare in uno di questi bar non è solo una scelta economica e nostalgica. È quasi una dichiarazione d’intenti» dice Mauro Ferraresi, professore di Sociologia della comunicazione e dei consumi all’Università IULM di Milano. «In città come Milano, dove spesso ci si sente esclusi da una vita sociale che corre troppo veloce e che è troppo cara, luoghi come questi diventano un atto di ribellione». Che non invade, non produce. Ma rallenta, ammicca, ci ricorda che possiamo ancora sederci, parlare, farci chiamare per nome.

È un modo per dire: io questa città voglio viverla davvero, voglio farne parte

Il fascino dei bar brutti: luoghi autentici dove il tempo rallenta

Più che “scrausi”, questi bar sono diventati spazi di resistenza emotiva, lontani dai locali patinati di Instagram. E proprio per questo, paradossalmente, fotogenici. Ma soprattutto, sono luoghi dove si torna a praticare una socialità più lenta, più accessibile, più vera. «Vorremmo una Milano – e, in generale, delle città metropolitane – più accoglienti» dice il professor Ferraresi. «E non a caso questa tendenza sarà di ampio respiro: è la riscoperta di un modo nuovo, meno prestazionale, di vivere la città». Così, tra tavoli in formica e bicchieri sbeccati, si torna a sentire che c’è spazio anche per chi non corre, per chi non performa. E che un bar può essere ancora un posto non solo dove consumare ma dove stare. E dove stare bene. «Hai presente quando entri in un locale troppo chic o in un negozio fuori dalla tua portata, e ti senti subito a disagio? Ti muovi con cautela, parli piano, aggiusti i gesti per paura di sbagliare qualcosa» racconta il professore. Ecco, in questi bar succede l’opposto. «Entri e ti senti a casa. Nessuna soglia da superare, nessuna etichetta da indossare. Ti rilassi, ti siedi come ti viene, chiacchieri senza filtri. Ti mostri per quello che sei, senza sentirti fuori posto».

In un certo senso, è uno spazio dove smettiamo di recitare. E forse è proprio questo che stavamo cercando

L’estetica del brutto

Non è però solo questione di prezzi popolari o di socialità ritrovata. C’è qualcosa, in questi bar, che ci attrae anche esteticamente. «Sarà l’effetto vintage che ormai travolge tutto, o forse è il fascino del brutto, quello storto ma irresistibile, come certi film anni ’70 o come Jean Paul Belmondo, con quel volto sbagliato che però ti resta in testa» riflette Mauro Ferraresi. E poi, diciamolo: oggi più che mai ci piace il trash perché in fondo ci parla. Ci mostra il disordine, il brutto, la voglia disperata di essere visti. Ci fa ridere, ci rassicura, ci permette di osservare l’umano nella sua versione più estrema. E forse è proprio per questo che certi posti, con le loro tovaglie in plastica e le sedie traballanti, ci sembrano più veri di mille locali studiati a tavolino. Perché non hanno niente da dimostrare.

E in un’epoca in cui tutto è progettato per colpire, loro restano lì, fuori moda e senza filtri. Semplicemente autentici

Instagram e la nuova moda dei bar brutti

Ma è anche merito di Instagram se questi luoghi stanno vivendo una seconda giovinezza. «È nato tutto per caso, a marzo» mi raccontano Anita e Martina, amiche da una vita e due delle sei fondatrici di Poveritivo, il profilo (@Poveritivo) che, con i suoi quasi 41 mila follower, in pochi mesi è diventato la guida non ufficiale ai bar scrausi di Milano. «Prima su TikTok, poi su Instagram. La prima recensione? Il bar sotto casa nostra, in via Primaticcio. Eravamo lì che “aperitavamo” con quattro euro, ci siamo guardate e abbiamo pensato: perché non raccontarlo?». Da allora hanno recensito una trentina di posti, ma la lista di quelli da provare – segnalati dai loro follower – è diventata chilometrica. «Il bello non è solo che spendi poco, dai quattro ai sei euro per bibita e cibo» spiega Anita. «È che entri e trovi sempre le stesse facce, quella sensazione di famiglia allargata che in città è difficile trovare». Martina annuisce: «Alla fine diventano il posto del cuore, no? Quello dove sai che puoi sempre tornare».

I bar “scrausi” del cuore

Ripensandoci, i bar che ho nel cuore sono tutti un po’ così. Il Bar Stadio a Montecatini dove mio marito da bambino andava a comprare le figurine e dove ora ci fermiamo ogni volta che torniamo dai suoi. La Maristella a Genova dove ho imparato a giocare a cirulla dai vecchietti seduti ai tavolini e dove il bancone di legno scuro sembrava eterno come le loro partite pomeridiane. Il Bar Cosmo in zona Isola dove ho capito che Milano poteva essere anche questo: un posto dove il barista ti riconosce tra mille volti anonimi. O il Bar Terzo Millennio, dalle parti di Loreto, con il suo cappuccino quando Milano era ancora tutta da scoprire, e dove ogni mattina mi sembrava di prepararmi non solo alla giornata, ma a una vita nuova. Forse è questo che cerchiamo, in fondo: non un posto dove essere perfetti, ma dove essere semplicemente noi stessi.

Un angolo di mondo che non chiede niente in cambio, se non di esserci. E che ci restituisce qualcosa che pensavamo di aver perso: la sensazione di appartenere a un posto, anche solo per il tempo di uno Spritz