Un robot umanoide con le forme femminili dotato di utero artificiale, in cui far crescere e poi nascere un bambino. Starebbe lavorando a questo prototipo una company cinese, come riporta il Daily Mail, con tanto di tempistiche e proposta commerciale: sarebbe pronto l’anno prossimo al costo di 100mila yuan (10mila sterline).
Il robot umanoide incinto
I media asiatici intervistano Zhang Qifeng, dottorando presso la Nanyang Technological University di Singapore, che sta sviluppando il robot per la gravidanza: non una semplice incubatrice, ma un umanoide, con un utero nell’addome, in grado di replicare l’intero processo, dal concepimento al parto. La notizia di per sé è vera, cioè si sta davvero cercando di usare la tecnologia dell’utero artificiale e impiantarla in un robot con le forme femminili. Una tecnologia ancora immatura.
L’utero artificiale nella fiction su Youtube
Nel 2022, compare in rete un video – in realtà una fiction – con EctoLife, il primo utero artificiale che sarebbe stato prodotto dallo scienziato e biotecnologo berlinese Hashem Al-Ghaili. Il video diffuso su YouTube mostra 75 laboratori ben attrezzati, ognuno dei quali potrebbe contenere fino a 400 capsule artificiali. In totale, i laboratori potrebbero far crescere fino a 30 bambini all’anno.

L’intento, dice lo scienziato, sarebbe ovviare ai problemi demografici, ridurre la probabilità di nascite premature e consentire a donne a cui è stato rimosso l’utero di diventare madri.
L’utero artificiale però viene bloccato dalla Food and Drug Administration, che dà lo stop alla sperimentazione perché la tecnologia non è ancora pronta per gli studi sull’uomo. Di fatto, quindi, al momento non esiste.
Una tecnologia che ancora non esiste
Nonostante l’annuncio trionfale del Daily Mail, quindi, il progetto dell’utero artificiale nel robot non è stato ancora realizzato, come ci spiega Alessio Musio, professore ordinario di Filosofia morale e bioetica presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ci aiuta a fare chiarezza. «Al momento tutto ciò non è possibile, ma questa notizia è sintomatica di qualcosa che si agita nella nostra cultura e che è importante decifrare: è il fatto che come civiltà stiamo delegando sempre più la generazione alla tecnologia – sulla base di una logica che comporta inevitabilmente la sua trasformazione in produzione – cui si accompagna in questo caso l’emergere evidente di una profonda ‘misoginia tecnologica’».
Il robot supererebbe i limiti della maternità surrogata
In pratica, l’utero artificiale – per di più impiantato in un robot – consentirebbe di realizzare la maternità surrogata senza gli inconvenienti che al momento invece ci si trova di fronte. «L’utero artificiale è pensato per superare i corpi e i limiti che questi corpi, quello della donna e quello del suo bambino in grembo, inevitabilmente pongono al processo della maternità surrogata. A cominciare dal fatto che il corpo della donna non è una macchina, e dunque può accadere che non riesca a portare a termine il processo desiderato. Infatti, mentre una macchina esegue sempre ciò per cui è stata progettata, il corpo nella sua bellezza misteriosa può anche non riuscire. Come accade nel caso di quelle donne disponibili a fare da madri surrogate che iniziano il processo, ma la gestazione poi non va avanti, e il processo si interrompe, scombinando i piani di chi progetta, vuole e organizza le varie fasi della surrogacy».
Dalla generazione alla produzione
Ma c’è un altro aspetto che l’utero artificiale supererebbe: «Esistono infatti anche casi di donne che portano avanti una gravidanza come se davvero potesse essere intesa in analogia con una prestazione professionale, ma alla fine non riescono a separarsi dal bambino e cercano di tenerlo con sé, facendo così fallire il mercato sotteso alla gestazione per conto terzi. Questo accade perché, se con la mente ci si può astrarre dal legame col figlio, la relazione intima e corporea che si instaura in quei nove mesi resta. È questo è vero anche nel caso in cui una madre surrogata non ha messo a disposizione il suo ovocita, ma ospita un figlio embrionale altrui: anche qui si verificano scambi biochimici e genetici che lasciano tracce nel corpo della madre e del figlio per tutta la durata della loro vita. È la smentita fattuale dell’ideologia di chi vorrebbe un figlio che viene al mondo privo di legami relazionali, in modo che questi possano cominciare unicamente dopo il parto, rendendo tutto ciò che è avvenuto prima irrilevante e ininfluente».
Il corpo femminile non è solo un luogo ospitante
Il corpo femminile insomma non è solo un luogo ospitante, un forno dove far crescere il pane. «Le donne che accettano di fare le madri surrogate a pagamento devono anch’esse distanziarsi dal loro corpo, per non vedere il senso intimo e la relazione che la gravidanza porta con sé e determina. Ed è proprio questo che i progetti di ricerca sull’utero artificiale cercano di superare».
Più che di generazione, quindi, nel caso dell’utero artificiale e ancor più del robot, dobbiamo parlare di produzione. «La delega della generazione alla tecnologia diventa inevitabilmente produzione e l’utero artificiale incarna la fase finale di questa delega, che prescinde dalla relazione umana».
Espressione massima della misoginia tecnologica
Con il robot incinto, siamo oltre l’utero artificiale e oltre l’incubatrice, come invece sostengono alcuni autori che guardano con favore al progetto. «In bioetica si parla da tempo di macchina materna; pensavamo fosse una metafora, invece era un progetto: quello di ottenere la generazione senza passare dal corpo femminile e prescindendo dalla vita personale intima della donna, cioè quell’insieme di pensieri e vissuti che costituiscono, di fatto, un intralcio rispetto alla logica produttiva e fanno sì, per esempio, che una donna rifiuti di cedere il figlio che porta in grembo. E davvero non riesco a trovare un’espressione migliore di ‘misoginia tecnologica’ per definire questo tentativo di conservare le funzioni materne ma senza l’ingombro della corporeità, delle emozioni e del pensiero di una donna. Misoginia perché non è difficile immaginare che un simile robot verrà usato da soggetti, probabilmente, di sesso maschile che conservano per se stessi, invece, il privilegio di restare corpi, il tutto nel nome di una generazione sganciata dai corpi in una logica di docilità e obbedienza ai comandi rispetto a cui un corpo femminile materno per fortuna tende sempre a sfuggire».».
Tutto parte dalle ricerche sull’utero artificiale
L’utero artificiale, comunque, non è pronto, nonostante l’intervista pubblicata dal sito sudcoreano ChousBiz al dottor Zhang, che dice: «La tecnologia dell’utero artificiale è già in fase di sviluppo e ora deve essere impiantata nell’addome del robot». Un claim commerciale più che l’esito di tante ricerche. Ricerche che, in verità, sono in corso da anni e che hanno dato qualche risultato grazie agli esperimenti sugli agnellini. Secondo la rivista internazionale Nature Communications, nel 2017 i ricercatori del Children’s Hospital di Philadelphia hanno permesso a un agnello prematuro, pari a 23 settimane di gravidanza nell’uomo, di crescere in un utero artificiale, il biobag. Il biobag, realizzato in materiale vinilico trasparente, era stato riempito con acqua calda e sale per creare liquido amniotico artificiale, con nutrienti forniti all’agnello attraverso un tubo collegato al cordone ombelicale. Di conseguenza, all’agnello era cresciuta la lana quattro settimane dopo. Gli agnellini alla fine sono sopravvissuti, ma per un tempo limitato rispetto alla gestazione umana.
Il vero limite all’utero artificiale è la placenta
Ma non è solo il fattore tempo a rendere impossibile l’utero artificiale: «Al momento il motivo dell’insuccesso nella realizzazione dell’utero artificiale è la difficoltà a realizzare la placenta, che è co-costruita dal corpo della madre e del bambino che collaborano insieme a questo scopo durante le prime fasi della gestazione. E questo è un aspetto fondamentale perché, mentre stiamo immaginando un mondo dove tutto è mentale, docile e smaterializzato, l’impossibilità tecnologica, almeno sino a questo momento, di costruire la placenta, ci dice che i corpi invece contano e che le relazioni passano per i corpi. Tutta la logica della maternità surrogata, che è la premessa della ricerca sull’utero artificiale, passa invece dall’idea che ciò che avviene nei corpi sia irrilevante per le relazioni».
L’utero artificiale è trasparente, perché?
I sacchi in cui gli agnellini crescono, guarda caso sono trasparenti, come l’utero del robot. Ovvero, un progetto verificabile, che non lasci tracce, né sul robot-donna, né sul figlio. Come a dire: niente ripensamenti, niente cambi di programma, niente connessioni mamma-bambino. «Giusta osservazione! Siamo nella società della trasparenza, in cui tutto deve essere visibile e controllabile». Stanno arrivando anche dispositivi per tracciare i pensieri e le emozioni altrui, mentre monitoriamo noi stessi in termini di efficienza fisica e mentale, controlliamo i figli e condividiamo la posizione col partner. «Il grembo materno – metafora e simbolo di custodia e protezione – sembra sottrarsi a questa deriva di controllo; di qui la tesi di alcuni autori per i quali proprio per questo l’utero materno diventerebbe un luogo oscuro e minaccioso. Le ricerche sull’utero artificiale immancabilmente puntano sulla trasparenza spingendo all’estremo gli stilemi maniaci del controllo della nostra civiltà tecnologica».