Funziona così, ormai da qualche anno: prendi una cosa che fai perché non hai scelta, le dai un nome in inglese, ci monti sopra un reel con una playlist un po’ retrò e voilà! Improvvisamente non sei povero, sei minimalista. Non sei rimasta a casa perché il conto in banca piange, stai facendo home tending. Non hai rinunciato al viaggio, ti sei regalata una staycation. Il trucco è talmente ben fatto che spesso ci casca pure chi lo vive.
Proviamo a fare il percorso inverso: prendere le etichette che riempiono i feed e chiederci, senza girarci troppo intorno, cosa c’è davvero sotto.
Tiny living e staycation: l’estetica del “basta così”
Il tiny living è la “scelta” di vivere in pochi metri quadrati, generalmente tra i 15 e i 40, spesso in micro-appartamenti o vere e proprie tiny house arredate con la cura maniacale di un servizio fotografico da rivista di interior design. Ogni centimetro è ottimizzato, ogni oggetto “essenziale”. Tranne la bolletta del riscaldamento, quella non ci piace “tiny”. E poi sai che comodità, pulire così poco spazio!
La staycation è sua cugina stretta: dall’inglese stay + vacation, significa passare le ferie senza muoversi da casa, o al massimo a pochi chilometri, ma viverle come se fossero un viaggio vero. Quindi colazione curata, giornate scandite, foto identiche a quelle di chi è appena atterrato altrove. Ma puoi sempre consolarti acquistando un souvenir al mercato del tuo paese (sempre che costi meno di 10 euro).
Online paiono entrambe filosofie di vita di chi un giorno si sveglia e dice: «Da oggi scelgo la lentezza consapevole». Nella realtà è quello che succede quando lo stipendio non tiene il passo dei prezzi. Secondo il Rapporto Istat 2026, dal 2019 le retribuzioni italiane hanno perso l’8,6% di potere d’acquisto: con la stessa busta paga, oggi, ci si compra sistematicamente meno. Ecco la vera differenza tra prenotare un volo e prenotare una staycation. L’unica vera lentezza, qui, è quella della crescita dei salari.
Sober curiosity: quando il benessere incontra il conto del bar
Qui la questione è più sfumata, ed è giusto dirlo: la cosiddetta sober curiosity, cioè la scelta di ridurre o eliminare il consumo di bevande alcoliche, nasce da un movimento reale, legato a salute mentale e consapevolezza. Quindi sarebbe scorretto liquidarla come pura “scusa economica”. Ma si intreccia con un fatto molto concreto: uscire costa, e continua a costare sempre di più. Le inchieste recenti sulla cosiddetta “inflazione della socialità” raccontano di una generazione che rimanda aperitivi, cene, weekend con gli amici non per virtù ma per necessità. E «sto benissimo senza bere» suona più presentabile di «non posso permettermi un altro Gin Tonic» (anche perché, checché se ne dica, parlare di soldi è ancora un tabù).
Home tending: la casa come rifugio (obbligato?)
L’home tending è la versione ancora più totalizzante del restare dentro casa: non solo abitarla, ma curarla come un piccolo mondo autosufficiente. Piante, pulizie rese rituale, luce calda, playlist giusta. E Netflix che ti chiede ancora se ci sei, come se avessi altrove dove andare. Nella stessa famiglia ci sta anche la girl dinner, la cena improvvisata in casa con quello che c’è (o con le amiche, al posto dell’aperitivo fuori): due cracker, qualche cetriolino sottaceto e tre acini di uva, poche cose messe insieme con gusto e raccontate come un piccolo genere culinario a sé. Sì, siamo riusciti a romanticizzare persino la cena con gli avanzi (senza contare le conseguenze dannose in materia di alimentazione sana).
In entrambi i casi il messaggio è «sto benissimo qui dentro», il che può anche essere vero. Solo che spesso è l’unica voce di spesa su cui si riesce ancora a intervenire, quando tutto il resto – l’assicurazione della macchina, il gasolio, la frutta, il tasso fisso del mutuo – è del tutto fuori controllo.
Underconsumption core: la povertà con un filtro
Il caso più esplicito. Nato su TikTok nel 2024, mostra ragazze che finiscono il fondo del correttore, indossano gli stessi leggings da anni e arredano con mobili di seconda mano, spacciando il tutto per gusto estetico (“core”, appunto). Anche dentro il trend, però, c’è chi lo ha smontato da sola: alcune delle creator che lo hanno reso virale hanno ammesso che consumare il minimo indispensabile non è una scelta stilistica ma ciò che fa da sempre chi non ha alternativa. Solo che prima nessuno lo filmava.
Perché sempre in inglese
«Resto a casa perché, tra le vacanze e l’auto, ho scelto il tagliando» non diventa un trend. Staycation sì. Scrivere le nostre frustrazioni in una lingua straniera come l’inglese crea una distanza psicologica che riduce l’impatto emotivo delle parole. L’english è il rivestimento che rende esportabile, brandizzabile, persino vendibile quello che altrimenti sarebbe “solo” un problema. E infatti il passo successivo è sempre lo stesso: qualcuno trasforma il vincolo in un prodotto. Per il tiny living arrivano le box in abbonamento a tema “casa minimal”; per la sober curiosity le app che contano i giorni senza alcol; per l’underconsumption core la “capsule wardrobe”, cioè una piccola collezione di capi d’abbigliamento coordinati e intercambiabili venduta già pronta dai brand. Che poi è l’esatto contrario dell’idea di comprare meno.
Chi ci guadagna a chiamarlo trend
Chiamarla scelta invece che necessità non cambia il conto in banca, ma cambia chi ne porta la responsabilità: se è un trend, è tua. Sei tu che hai scelto quello stile di vita. Se è una necessità, invece, la domanda si sposta altrove, per esempio verso chi fissa i prezzi degli affitti o le buste paga. Forse è ora di far girare una nuova tendenza, vera e scritta in italiano: chiamare le cose con il loro nome.