Che cosa resta del ’68? È il titolo di un saggio dello scienziato politico Paolo Pombeni pubblicato da Il Mulino a cinquant’anni dalle proteste studentesche. Nel capitolo conclusivo l’autore affermava: «L’eredità del movimento non è nelle risposte elaborate allora, ma nel grido profetico: “Non è che l’inizio”». Era il 2018 e la giovanissima GenZ sembrava prepararsi a ripartire da lì, riunendosi a quel grido.
Dopo oltre quarant’anni di graduale allontanamento dalla politica, i ragazzi tornavano a guardare a leader come Greta Thunberg, ricominciavano a ribellarsi occupando le scuole, gettandosi nelle strade e bloccando intere metropoli in nome della tutela dell’ambiente. Pochi anni dopo, l’Italia intera scendeva in piazza con una straordinaria mobilitazione nazionale in seguito al caso Cecchettin, chiedendo la fine della violenza di genere, la ridiscussione dei diritti delle donne, la lotta agli stereotipi. E arriviamo all’oggi, alle proteste dei giovani che stimolano nuove riflessioni.
I ragazzi in piazza per la pace, senza confini
A spingerli, uniti, in piazza, è una guerra (all’apparenza) lontana: il conflitto tra Israele e Palestina e il desiderio di rivedere la pace in una terra che ormai non la ricorda più. Così la GenZ mostra il suo vero volto, sorprendendo chi l’ha sempre dipinta come superficiale e disinteressata. Tra intellettuali e commentatori c’è chi parla del segnale evidente della fine di un’era. E invece, come aveva intuito Pombeni, è l’inizio. È il momento, ci impongono i ragazzi, di tornare a chiederci cos’è rimasto del ’68. E ripartire da lì.
Hippies, studenti e lavoratori allora occupavano le strade cantando Give Peace a Chance. Vedevano nel Vietnam occupato dagli Stati Uniti il simbolo di una frattura sociale più ampia: le parti in conflitto non erano due Stati, ma i potenti e i deboli, due sistemi in collisione. La GenZ, prima generazione che sperimenta davvero un mondo senza confini grazie a social e globalizzazione, condivide questo sentimento di internazionalismo.
Come la GenZ ripensa i “tipi da piazza”
«Quella fra Israele e Palestina non è una guerra lontana, per questo sono andata a manifestare» racconta Sofia, studentessa di Fisica di 22 anni. «Il conflitto ci riguarda perché si tratta di diritti umani universali: se chiudiamo gli occhi davanti alle ingiustizie dall’altra parte del mondo, domani potrebbe toccare a noi». E in un mondo dove incontrarsi e capirsi è sempre più difficile, la piazza diventa uno spazio in cui sentirsi meno soli, persino protetti.
«Specie nel caso delle manifestazioni a sostegno della Palestina, la piazza ha consentito l’incontro di giovani che provengono da contesti sociali, culturali ed etnici molto differenti, come di fatto avviene ogni giorno nelle periferie delle nostre città» spiega Matteo Jessoula, professore ordinario di Scienza Politica all’Università Statale di Milano. «Seppur in forme diverse, anche il ’68 favorì l’avvicinamento di mondi profondamente differenti – operai e studenti, italiani di Nord e Sud: le mobilitazioni sono laboratori, crogiuoli di esperienze che possono sprigionare energie importanti».
Manifestare è trendy, anche sui social
Jessoula sottolinea un altro aspetto specifico delle manifestazioni GenZ: l’estetizzazione della piazza. «I social hanno giocato un ruolo importante come moltiplicatori e diffusori di informazioni, oltre che come catalizzatori dell’azione. Darsi appuntamento in una mobilitazione è diventato bello, quasi trendy». Il tipico manifestante oggi non è l’hippie, ma – inaspettatamente – il maranza. Non serve più essere esperti di politica, informati su ogni fase dell’escalation, nemmeno sapere esattamente dove collocare Gaza sulla cartina per poter scendere in piazza. A muovere i ragazzi sono i racconti sui social media. «Tra TikTok, Instagram e Twitter, a impedirci di ignorare la guerra sono le testimonianze dirette» racconta Luca, 20enne studente in Scienze Politiche. E lo conferma Chiara, 23 anni, volontaria in una Ong: «Le istituzioni non ci rappresentano, e i media ci sembrano di parte. Ma c’è chi racconta la verità sul campo ogni giorno. Noi scendiamo in piazza perché crediamo ancora di poter cambiare le cose, se ci uniamo».
La politica tra GenZ e ragazzi del ’68
La più grande differenza tra le grida per la pace di ieri e quelle di oggi è il rapporto con la politica. «Alcuni temi sono certamente comuni tra il ’68 e la mobilitazione della GenZ – pace e diritti delle donne in primis – ma assimilare i due movimenti è rischioso» avverte Jessoula. «Le rivendicazioni del movimento di allora seguirono due direttrici: quella anti-autoritaria, contro relazioni d’autorità considerate “illegittime”, e quella materialista, per la redistribuzione della ricchezza. Ogni posizione era basata su impianti ideologici che mancano quasi completamente nelle mobilitazioni di oggi».
Nell’era della post-ideologia, i ragazzi non scendono in piazza per rivoluzionare il sistema. «Si punta alla dimensione che il politologo Ronald Inglehart definiva post-materialista: le rivendicazioni sono volte a un miglioramento della qualità della nostra vita. Temi come la tutela dell’ambiente, i diritti – spesso civili prima ancora che politici – e la libertà di espressione sono al centro delle battaglie degli ultimi anni» continua Jessoula.
La piazza come spazio accogliente
In manifestazione, conferma Marco, liceale di 19 anni, si trova anche uno spazio in cui esprimersi senza timore, un toccasana per la generazione-social. «Siamo cresciuti vedendo crisi climatiche, diseguaglianze economiche, e ci hanno sempre detto che non possiamo fare nulla. Ma quando scendiamo in piazza sentiamo di poter fare la differenza. La pace non è un optional, è un diritto». «Si dice che i ragazzi oggi sono liberi, ma non è vero» riflette Simone Nardini, direttore artistico teatrale che a dicembre riporterà il musical Hair – The Tribal Love sui palchi d’Italia. «Sono oppressi da standard irrealistici, costretti a inserirsi in etichette che stanno strette. Hair è un grido di pace, un capolavoro musicale, ma soprattutto un insegnamento di non accettazione».
E forse è proprio questo il punto: quella del ’68 non era che l’inizio di una conversazione mai conclusa sulla pace, sui diritti, sulla giustizia. Una discussione che la GenZ ha ripreso, con linguaggi nuovi e strumenti diversi, ma con la stessa urgenza. Perché, se c’è qualcosa che accomuna queste due generazioni così lontane, è la consapevolezza che il silenzio non può essere un’opzione.