Un calo dei voti. Qualche assenza in più. Un ragazzo che durante l’intervallo comincia a stare sempre da solo. Un adolescente che fino a qualche settimana prima partecipava, scherzava, parlava e improvvisamente smette. Sono segnali, bandierine rosse? Sì. Ma spesso sono segnali così piccoli, così ambigui, così perfettamente compatibili con ciò che chiamiamo “adolescenza” che rischiamo di non riconoscerli come tali.
«Il punto è proprio mettere insieme gli sguardi», spiega Emanuele Contu, dirigente scolastico dell’Istituto Superiore Puecher Olivetti di Rho. «Un insegnante vede magari un calo di attenzione, un altro nota delle assenze, un collaboratore scolastico si accorge che quel ragazzo passa gli intervalli da solo. I piccoli segnali presi uno per uno possono non voler dire molto; messi insieme possono raccontare qualcosa». È qui che si trova una delle questioni più difficili quando si parla di disagio adolescenziale: non tanto imparare a riconoscere il “segnale”, quanto imparare a non considerarlo isolatamente. Perché un adolescente non arriva a scuola con un cartello appeso al collo che dice “sto male”.
Adolescenti, segnali a pezzi
«La scuola deve avere la capacità di far circolare queste informazioni», dice Contu. «Credo che uno dei compiti fondamentali della scuola sia proprio “tenere vive le relazioni”: se le relazioni sono vive, è più facile accorgersi anche di piccoli cambiamenti». E aggiunge: «Non per fare diagnosi – non è il nostro compito – ma per capire che forse vale la pena fermarsi e parlare con quel ragazzo». Il problema è che la scuola, qualche volta, si accorge di un adolescente soltanto quando il disagio diventa rumoroso. Quando si traduce in un voto che precipita, in assenze, aggressività, isolamento. Quando qualcosa rompe l’equilibrio e diventa impossibile non vedere.
Ti vedo, tutti i giorni
«Qualche volta accade, purtroppo», ammette Contu. «E sono spesso quelle le vicende che finiscono sulle pagine dei giornali per la loro tragicità». Ma c’è anche tutto quello che non finisce sui giornali. È questa la parte più importante da raccontare: «Bisogna ricordare anche le tante situazioni che non fanno rumore proprio perché si è arrivati ad accorgersi di un problema prima che fosse troppo tardi». La scuola, del resto, ha una possibilità che altri luoghi non hanno: vedere i ragazzi con continuità. «Quasi tutti i giorni e per molti anni. Per questo può accorgersi dei cambiamenti, se non guarda soltanto ai risultati scolastici ma presta attenzione alla persona», riflette il preside. Una distinzione tutt’altro che scontata. Perché l’adolescenza è, per definizione, cambiamento. E allora come distinguere una normale crisi dei sedici anni da qualcosa che merita davvero attenzione?
I segnali degli adolescenti non si interpretano, si ascoltano
«È molto difficile», risponde Contu. «Il disagio c’è sempre stato: l’adolescenza è per sua natura un’età di cambiamenti, conflitti, momenti di fatica». E c’è persino un paradosso: «La stessa assenza di conflitto può essere un segnale da osservare con attenzione, magari più degli alti e bassi più o meno vistosi tipici del sedicenne medio». Dunque non esiste una checklist rassicurante, non c’è un manuale: questo è normale, questo invece no: «Credo sia sbagliato pretendere che un insegnante stabilisca da solo dove finisce una normale crisi adolescenziale e dove comincia un vero disagio». E quando il dubbio arriva, la tentazione di interpretare è proprio quella da evitare. «La prima cosa da fare non è interpretare: è ascoltare», suggerisce.
Mettere insieme gli sguardi
A chi spetta raccogliere questi frammenti? Nella scuola, spiega Contu, «non esiste una figura istituzionalizzata con questo compito» e molto dipende dall’organizzazione e dalla cultura della singola scuola. Nel suo istituto, un ruolo centrale è quello del coordinatore di classe, «perché è la persona che più naturalmente raccoglie gli sguardi dei diversi insegnanti». Anche i docenti di sostegno possono trovarsi in una posizione particolarmente favorevole «per raccordare tra loro situazioni e punti di vista». Ma alla fine la questione è più profonda e riguarda una vera e propria cultura dell’attenzione. Ascoltare significa anche imparare a parlare con le famiglie senza trasformare un dubbio in un verdetto.
Adolescenti, i segnali non sono un verdetto
«Se convochiamo una famiglia per comunicarle che suo figlio “ha un problema”, o peggio ancora facciamo capire a un genitore che per noi suo figlio “è un problema”, è inevitabile creare chiusura e diffidenza». La strada, invece, dovrebbe essere un’altra: «Abbiamo osservato questi cambiamenti, vorremmo capire se anche voi avete notato qualcosa e ragionare insieme». Prima i fatti, dunque. Poi le domande.
E soprattutto niente diagnosi improvvisate. «Stare alla larga dalle etichette», ammonisce. C’è poi un altro equivoco da evitare: quello per cui scuola e famiglia dovrebbero sapere le stesse cose. «Non possiamo mai vedere tutto di un’altra persona ed è proprio l’incrocio di sguardi diversi che ci può aiutare a capire qualcosa di più», sostiene Contu. Un adolescente può essere un ragazzo a scuola e un altro a casa. «Nessuno dei due possiede da solo la verità sul ragazzo». Il confronto, allora, non dovrebbe diventare una gara fra adulti a chi conosce meglio quel figlio o quello studente. Dovrebbe servire a «mettere insieme pezzi diversi dello stesso quadro». E in quel quadro deve esserci anche il ragazzo.
Il ragazzo al centro
È il passaggio più delicato: costruire una rete di adulti intorno a un adolescente senza trasformare l’adolescente nell’oggetto di quella rete. Senza che tutti parlino di lui mentre lui rimane fuori dalla stanza. Contu cita la battuta di un collega: il consiglio di classe come «un gruppo di adulti che si chiudono in una stanza a parlare male di un adolescente assente». Naturalmente, precisa, «questa non è la regola». Ma la provocazione contiene una domanda importante: «Quando parliamo dei nostri studenti adolescenti, chiedersi se in loro presenza diremmo le stesse cose». Perché prima o poi quella porta bisogna aprirla.
I segnali comunicati agli adolescenti
E allora, invece di convocare una squadra di adulti che decide cosa fare di lui, si potrebbe cominciare da una frase semplice: «Ci siamo accorti che stai attraversando un momento particolare, che forse stai cercando di dirci qualcosa; forse possiamo ragionarci assieme, cosa ne dici?». È qui che può partire la svolta: «La rete funziona se il ragazzo può raccontarsi, non se diventa soltanto l’oggetto del racconto degli adulti». E soprattutto: «Costruire una rete non significa stringere una rete attorno al ragazzo: significa creare dei punti di appoggio perché possa fare i suoi passi».
La persona che rischiamo di proteggere senza ascoltare
Coinvolgere direttamente l’adolescente non è, dunque, una concessione. È una necessità. «Se scuola e famiglia parlano continuamente di un ragazzo senza mai parlare con lui, rischiamo di renderlo spettatore di decisioni che riguardano la sua vita», dice Contu. E a sedici, diciassette anni, quella dinamica rischia di produrre esattamente l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: «Non ne vuoi sapere di adulti che decidono per te ed è giusto che sia così». Diversamente «rischiamo di costruire un sistema pensato per tutelare un ragazzo nel quale l’unica persona che non ha voce è proprio lui». Anche questa è una forma di mancato ascolto. Una forma molto adulta, molto organizzata, persino animata dalle migliori intenzioni.
La scuola non può fare tutto
C’è infine un limite che Contu sottolinea con chiarezza. Agli insegnanti non si può chiedere di diventare ciò che non sono. «Non sempre gli insegnanti hanno strumenti e tempo sufficienti per svolgere anche una funzione di osservazione così complessa», sottolinea. La scuola può essere il primo luogo in cui qualcosa viene notato. Può essere il luogo in cui una variazione, un comportamento, una solitudine diventano una domanda. Ma quando il problema entra in dimensioni specialistiche, «la presa in carico deve essere fatta da chi ne ha le competenze». Alla scuola non spetta tutto. E forse non si dovrebbe nemmeno chiedere tutto.