Ho detto ai miei genitori che aspettavo il secondo figlio davanti a un piatto di spaghetti. Alla “t” di “incinta”, a mia madre è sfuggito un «No!» come un tuono esploso in una mattinata di sole. Il ristorante ha trattenuto il fiato, Pietro, che aveva tre anni, ci ha guardato stupito, forse chiedendosi cosa avesse fatto di male. Poi tutto ha ripreso il suo corso, io ho finto che la sua fosse una battuta (e di non ricordare di essere una secondogenita), mia mamma è tornata sorridente, come sempre. A quel «No!», però, ho ripensato spesso, arrivando ad acciuffarne l’intenzione mal nascosta: avvertirmi che, insieme alla gioia, sarebbero raddoppiate le preoccupazioni. Che il mondo cattivo si mangiasse i miei figli in un sol boccone. Che loro si sentissero infelici. Che noi grandi non riuscissimo ad aiutarli.

Un carico di ansie che appartiene a ogni madre e a ogni padre. Più che mai oggi, in questa società densa d’incertezze

Col libro Genitori in ansia – Trasforma le tue paure nelle ali di tuo figlio (Feltrinelli), lo psicopedagogista Stefano Rossi ci accompagna in un viaggio nel cuore dei nostri timori più profondi. Che – sorpresa! – possono diventare risorse.

“Genitori in ansia” è dedicato da Stefano Rossi alle madri e ai padri che provano a educare in questa società dell’incertezza (Feltrinelli editore).

Lei scrive che l’ansia contiene un potenziale di saggezza: in che senso?

«L’ansia non è sempre un nemico: può essere una forza che tende il nostro arco e ci aiuta a scagliare la freccia migliore. Ci fa visita prima di un esame o di un colloquio, ricordandoci che stiamo per affrontare una prova importante. Diventa nociva quando va fuori scala e ci paralizza. Vale per tutti, ragazzi e genitori: in ogni ansia ci sono ombra e luce. La paura delle madri che il figlio vada in frantumi, ad esempio, ne potenzia l’empatia, quella dei padri di essere messi da parte li rende più distaccati ma anche più razionali».

Una delle paure più comuni è che i figli soffrano.

«Viviamo in una società algofobica, terrorizzata dal dolore. Che, però, non si traduce sempre in un trauma: spesso è una ferita preziosa, che genera apprendimento. È il senso del kintsugi, l’arte di riparare con l’oro i vasi rotti. Per i genitori, la sfida è restare accanto al figlio quando sbaglia e soffre, con sensibilità, senza correre ad anestetizzarne il dolore. Solo così, potendo cadere, rafforzerà le sue ali».

L’ansia che sale quando iniziano a uscire da soli la sera, però, è potente…

«Quella tensione ha un senso: le strade non sono sicure come vorremmo. Invita alla prudenza, sottolinea l’importanza che i ragazzi imparino a muoversi con attenzione. Il problema nasce quando, nel tentativo di proteggerli, finiamo per tatuare nei figli la paura stessa, che li blocca e li spinge a isolarsi. Noi adulti dovremmo restare lucidi, consapevoli dei rischi ma senza trasmettere panico. Perché solo esponendosi al reale, gli adolescenti possono addomesticarlo».

C’è chi ha paura che i figli non siano abbastanza brillanti, in gamba.

«È vero. Viviamo in una società ossessionata dalla perfezione. Molti genitori finiscono per pensare che non basti avere un figlio bravo: dev’essere un campione. Ma, nel tentativo di scolpire quel ragazzo ideale, rischiamo di ferirlo e di danneggiare la sua autostima. Gli trasmettiamo l’idea di essere amato non per ciò che è, ma per quello che potrebbe diventare. Il vero obiettivo è invece aiutarlo a scoprire e a sviluppare la sua unicità».

Altro timore diffuso: la paura che i ragazzi siano apatici, privi di passione.

«Ma no, non è così. Dietro l’apparente apatia si nasconde un enorme lavoro interiore. L’adolescente è simile alla scultura del Pensatore di Rodin, ma sdraiato su un divano. Se lo guardiamo con amore, ci accorgiamo che sta riflettendo sui temi della vita, dalla giustizia alla morte. La sua attenzione non è rivolta all’esterno, ma verso l’interno. Prima di agire, deve capire chi è».

La vita degli adolescenti è un mistero: come affrontare l’inquietudine che ci prende di fronte ai loro silenzi?

«Il compito dell’adolescente è diventare un po’ irraggiungibile. Se il bambino è un libro aperto, lui chiude il suo, e ci mette pure il lucchetto. Non lo fa per dispetto: sta imparando a gestire il proprio mondo interiore, scoprendo cosa condividere e cosa no. Ai genitori spetta una responsabilità difficile: essere presenti, attenti e disponibili, ma non invadere il suo spazio. A queste condizioni, se e quando avrà bisogno, verrà da noi e si aprirà».

Alcune mamme non resistono e tendono a essere iperprotettive…

«Ogni madre nasce col figlio in una fusione totale. Nel suo inconscio resiste la paura di perderlo. Continua a essere più sensibile a tutte le emozioni che prova e vorrebbe salvarlo dal mondo. Ma come Circe con Ulisse, in questo modo rischia di fermare il suo viaggio, mentre deve permettergli di spiccare il volo. Anche perché solo così, più avanti, lui potrà tornare e mostrarle di nuovo quel lato morbido e affettuoso che con l’adolescenza sembra sparito».

Qual è, invece, l’ansia più frequente tra i papà?

«Quella di non sapere cosa significhi essere un padre. Oggi, superata l’epoca del padre-Dio, che incuteva timore, gli uomini oscillano tra due estremi: il “papi-bancomat”, che ricopre il figlio di doni per compensare l’incapacità di connettersi con lui, e il “mammo”, che teme di perdere il suo amore se gli dice di no. L’immagine che meglio racconta la paternità è invece quella di Ettore che, prima di affrontare Achille, si toglie l’elmo e stringe il figlio tra le braccia. Perché i bimbi e i ragazzi crescano saldi e sicuri, non bisogna avere paura di essere autorevoli, ma nemmeno trascurare il valore della tenerezza».

Nel libro lei affronta anche il tema del benessere della coppia, perché?

«Le guide per genitori ne parlano raramente, ma è ovvio che crescere in mezzo alle tensioni è molto diverso dal farlo accanto a genitori che si amano. Tra partner dovrebbero convivere due poli: quello “della casa”, che rappresenta la cura e la stabilità ma anche quello del “mare aperto”, legato al gioco e all’avventura perché le coppie felici non smettono mai di giocare anche dopo anni e i ragazzi lo avvertono. Entrambe le dimensioni servono: tengono viva la coppia e nutrono i figli, che hanno bisogno di vedere nei genitori sia un porto sicuro sia il coraggio di salpare».

Ci dia un consiglio per trasmettere ai nostri figli la fiducia nel futuro.

«I ragazzi imparano osservandoci: ci guardano mentre resistiamo, continuiamo a lavorare, studiare, costruire anche quando tutto sembra inutile e sul punto di crollare. L’eredità più preziosa è ciò che coltiviamo dentro i nostri figli. Se ci vedono andare avanti a remare tra le onde, troveranno anche loro il coraggio di farlo».