C’è un momento preciso in cui le luci del palcoscenico diventano troppo accecanti, perfino per chi è nato per starci sotto. La notizia ha fatto il giro del mondo: dopo la fine dell’Eternal Sunshine Tour, Ariana Grande si prenderà una pausa dalla vita pubblica che potrebbe durare ben oltre un anno. Il motivo non è nuovo per chi calca le scene: la necessità di allontanarsi da un’attenzione mediatica definita «continua e incessante».

La community da tempo le diceva che non stava bene

Negli ultimi mesi, infatti, la popstar è rimasta intrappolata in un vortice di speculazioni e commenti non richiesti sul suo corpo e sul suo dimagrimento. Da una parte la community che sui social la avverte, in quel modo così violento che ben conosciamo ma che, in cefrti casi, è capace di dire la verità: «Non stai bene». Dall’altra, la star, supportata dal suo team, che ribadisce di godere di ottima salute e di affrontare con successo uno spettacolo che richiede una preparazione atletica e fisica immensa. Show must go on.

Quando l’immagine non rivela il tuo dolore

Una scena che si ripete. Già tre anni fa Ariana Grande appare dimagrita, con un look molto diverso dalla versione precedente. E di fronte alle critiche della community, ricorda come l’immagine esteriore non racconti necessariamente la realtà vissuta da qualcuno. In quell’occasione, affida la sua risposta a un video su Tik Tok in cui dice: «Il corpo a cui paragonate la mia immagine oggi era la versione meno sana di me. Prendevo antidepressivi, bevevo, mangiavo in modo sbagliato. Ero nel momento peggiore della mia vita: vi sembravo in salute ma era tutto tranne che sano».

Quando invece il tuo corpo (e i tuoi gesti) parlano

Ariana aveva ragione. Ma la sua vicenda ci offre l’occasione di capovolgere quello specchio e guardare a una dinamica ancora più dolorosa, silenziosa e spaventosamente comune. Cosa succede quando la situazione è esattamente opposta? Cosa accade quando chi ci ama ci guarda negli occhi, vede che stiamo sprofondando in un abisso e noi, ostinatamente, continuiamo a ripetere: «Sto bene, ho tutto sotto controllo»?

È il dramma di chi combatte contro i demoni delle dipendenze e del Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD). Esperienze che anche Ariana Grande racconta di aver vissuto: della serie, ce n’è per tutti, ricchi e non ricchi, famosi e non famosi. Perché quando un trauma non elaborato si annida nell’anima, o quando l’alcol e le droghe diventano l’unico anestetico per sopportare il peso dei giorni, la mente umana costruisce una corazza di negazione.

Negare di star male è un meccanismo di difesa

È un meccanismo di difesa spietato. Madri, padri, amici e partner assistono impotenti alle crisi, sempre più ravvicinate, e poi al tracollo: sguardi spenti, sbalzi d’umore, il corpo che si mangia, la vita che si sgretola. Provano a tendere una mano, a sussurrare: «Hai bisogno di aiuto».

Eppure, chi è intrappolato nel vortice della dipendenza o del PTSD spesso non riesce a vedere le proprie ferite. Interpreta la preoccupazione altrui come un attacco, un’ingerenza, un giudizio non richiesto. Si convince che quel bicchiere in più sia solo un modo per rilassarsi, che quell’esplosione di rabbia sia giustificata, o che seppellirsi sotto montagne di lavoro sia la normalità. Il dolore è così profondo e radicato da diventare invisibile a chi lo prova, trasformandosi in una tragica cecità emotiva.

Sei solo col tuo sintomo

C’è una solitudine disperata in questo cortocircuito comunicativo. È la solitudine di chi grida aiuto senza emettere un suono, e la frustrazione di chi quel grido lo ascolta forte e chiaro, ma si ritrova davanti a un muro di gomma.

Quando si tratta delle star, poi, l’ambivalenza del ruolo pubblico gioca brutti scherzi: molto difficile, insomma, capire quanto ci fai o ci sei. Nel caso di Ariana Grande, però, è il corpo che parla. E il corpo di questa popstar, che si è bruciata l’infanzia esplodendo a Hollywood a 15 anni, urla. Racconta di una sofferenza che, giocoforza, tutti vediamo benissimo (a parte il suo staff, impegnato a tenerla sul palco il più possibile): «Il corpo parla più di quanto vogliamo. E molto spesso i sintomi del malessere sono proprio fisici» spiega lo psichiatra Leonardo Mendolicchio. «La magrezza eccessiva per esempio è una forma di sofferenza con cui si chiede aiuto, ma spesso è difficile ammetterlo anche con se stessi. Oppure ci se ne rende conto, ma non si vuole riconoscerlo con gli altri. Perché il disturbo ha un suo valore: farci rientrare in equilibrio nel nostro malessere, un equilibrio pericoloso».

Perché ci ostiniamo a dire che stiamo bene

La magrezza estrema di Ariana Grande è evidente a tutti, meno che a lei, probabilmente. O, meglio: Ariana lo sa, come in molti casi di disturbi alimentari: «È normale difendere il proprio sintomo, ma è quello stesso sintomo che corrisponde al nostro bisogno. Il cortocircuito rischia però di stritolare: ci si rende conto di stare male ma si pensa che questo malessere sia l’unica soluzione, che non ce ne siano altre. E per trovare una forma di equilibrio, si ricorre alle dipendenze: fumo, alcol, droghe. Soluzioni mortifere con cui alla fine si resta soli. E a questo si hanno due soluzioni: reiterare la “scelta” delle dipendenze o chiedere aiuto. E la richiesta di aiuto è già un atto di cura verso se stessi: toglie dalla condizione di solitudine, innescando un processo nuovo, di evoluzione e crescita».

Cosa insegna la vicenda di Ariana Grande

La vicenda di una popstar globale come Ariana Grande ci insegna che possono essere gli altri a metterci di fronte ai nostri più gravi disturbi, a restituirci lo specchio di noi stessi: quello in cui siamo noi a non voler guardare dentro, convinti di voler restare col nostro dolore, a cui non troviamo via d’uscita. Finché qualcosa accade: un episodio drammatico, una crisi acuta, un incidente, un dimagrimento eccessivo che ci mettono di fronte al momento di dire :«Basta».