C’erano le montagne e il cielo infinito del Wyoming. E c’erano due ragazzi forti, perfettamente inseriti nell’immaginario maschile più classico, etero e tetragono, quello dei cowboy americani, che si innamoravano perdutamente. Il 20 gennaio del 2006, Brokeback Mountain usciva nelle sale italiane. Un film intenso e importante, capace di raccontare l’amore tra uomini usando con sensibilità i codici del cinema mainstream. Un sentimento ostacolato, nessun luogo comune, zero caricature. E un richiamo mediatico potente, di quelli che strappano le storie dallo schermo e le portano su tutti i giornali e nelle chiacchiere della gente.
L’amore tra uomini sotto i riflettori dei social
Vent’anni dopo, amplificato dal megafono dei social (BookTok in testa), tra meme e tifoserie digitali degne della curva di uno stadio, un clamore simile circonda un’altra love story tra due ragazzi che il mondo vorrebbe rigorosamente “alfa” e “straight”. Stavolta non ci sono stivali sporchi di fango né tori da montare: nella serie più attesa e virale del momento, Heated Rivalry – tratta dai romanzi della canadese Rachel Reid e disponibile nel nostro Paese dal 13 febbraio, sulla neonata HBO Max – i protagonisti sono giocatori di hockey su ghiaccio. Un ambiente sportivo saturo di mascolinità granitica, un po’ come quello del calcio in Italia.
Dai sentimenti negati al diritto a un lieto fine
Brokeback Mountain è un film monumentale, che ha segnato la storia del cinema, Heated Rivalry è una serie romance pop: i due titoli sono distanti anni luce. Eppure c’è un punto in cui, a sorpresa, finiscono per toccarsi. Entrambi pongono la stessa domanda: cosa accade quando il desiderio tra uomini nasce in un contesto che tradizionalmente lo rifiuta? Anche se il percorso resta tutt’altro che semplice, oggi non porta più necessariamente alla tragedia (almeno dalle nostre parti). Sperare nel lieto fine non è un’utopia. Ed è anche merito delle storie che, nel frattempo, hanno allargato lo sguardo e preparato il terreno. Eccone una carrellata, in ordine di apparizione: pochi titoli, ma scelti col cuore.
Brokeback Mountain: il film-spartiacque
A 13 anni di distanza da Philadelphia, prima grande produzione mainstream a descrivere la discriminazione contro un uomo gay (l’avvocato malato di AIDS interpretato da Tom Hanks), arriva Brokeback Mountain a portare avanti la lotta contro i pregiudizi. Diretto da Ang Lee, segue Ennis Del Mar e Jack Twist dal loro primo, folgorante incontro nel 1963, quando, lavorando come pastori stagionali, scoprono di desiderarsi in modo travolgente. Per due decenni si amano di nascosto, si cercano, si perdono. Jack sogna una vita insieme, ma Ennis ha troppa paura del giudizio e della violenza che si abbatte su chi devia dalla norma. «Vorrei sapere come smettere di amarti» gli dice Jack (Jake Gyllenhaal), stremato. Una frase che hanno pensato in molti, quasi tutti, almeno una volta nella vita. Ed è anche questo che rende Brokeback Mountain così potente: racconta un amore complesso e ostacolato, sì, ma riconoscibile, universale. Altro che “diverso”.

Heath Ledger: la leggenda in un titolo leggendario
Brokeback Mountain vince il Leone d’Oro a Venezia, tre Oscar, quattro Golden Globe e quattro BAFTA, ma le reazioni ostili non mancano. Negli Stati Uniti viene attaccato da ambienti conservatori, definito “disgustoso”, liquidato come “il film dei cowboy gay”. Heath Ledger (un Ennis strepitoso, inquieto e dolorosamente trattenuto), risponde arrivando dritto al punto: trova vergognoso che si provi disgusto per due persone che si vogliono bene e invita a rivolgere l’indignazione verso l’odio e la violenza, non verso l’amore. Rifiuta anche di prendere parte a sketch ironici sul film alla cerimonia degli Academy: quella storia, per lui, non è materiale da battuta. Ledger morirà due anni dopo, appena 28enne, lasciando questo ruolo come una delle eredità più forti del cinema contemporaneo.
Milk: l’amore tra uomini e l’impegno civile
Milk, diretto da Gus Van Sant nel 2008, racconta la storia vera di Harvey Milk, primo politico apertamente gay, che viene eletto in California. Sean Penn lo interpreta con energia e fragilità, affiancato da Emile Hirsch – nel ruolo del compagno, Scott. Il film segue Milk dal suo arrivo a San Francisco negli anni Settanta alla nascita di una comunità di amici e attivisti che si stringono intorno a lui. Qui l’amore non è solo sentimento, ma motore di un impegno civile che chiede pari diritti e spinge a esporsi e rischiare. Il film vince due Oscar (attore protagonista e sceneggiatura originale) e consegna una frase diventata manifesto: «You got to give them hope», bisogna dare speranza. Il messaggio è chiaro: quando smettiamo di nasconderci, possiamo cambiare la storia.

Mine vaganti: per sorridere e riflettere
Nel 2010, Ferzan Özpetek porta l’amore tra uomini in un luogo delicato: la famiglia tradizionale italiana. Mine vaganti racconta il ritorno a casa di Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio), deciso a fare coming out. Ma qualcuno lo precede: il fratello (Alessandro Preziosi) rompe il silenzio per primo, facendo esplodere un equilibrio già fragile. Il film usa la commedia per parlare di identità, aspettative e paura di deludere. Ma non scivola mai nella caricatura: l’omosessualità del protagonista è il detonatore che costringe tutti a fare un po’ di sana autoanalisi. In continuità con Le fate ignoranti, Mine vaganti racconta la fatica (e la meraviglia) di mostrare al mondo chi si è veramente. E vince due David di Donatello e cinque Nastri d’argento.

Moonlight: dove l’amore tra uomini non può esistere
Cosa succede quando il contesto in cui si vive rende tutto ancora più difficile? Lo racconta Moonlight nel 2016. Diretto da Barry Jenkins, il film ha per protagonista Chiron, ragazzo afroamericano omosessuale che cresce in un quartiere povero di Miami, tra bullismo, una madre instabile (Naomie Harris) e un’idea di mascolinità che non contempla la fragilità. Da adolescente, Chiron diventa amico di Kevin, lo desidera, lo perde. La loro vicinanza dura una notte sulla spiaggia, poi si spezza sotto il peso della paura e delle aspettative esterne. Quando si ritrovano da adulti, anni dopo, non ci sono promesse né soluzioni. Solo un grande affetto e una verità tosta, detta ad alta voce: «Sei l’unico uomo che mi abbia mai toccato». Moonlight vince l’Oscar come miglior film, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista (a Mahershala Ali).

Call Me By Your Name: tra passione e crescita emotiva
Il 2017 è l’anno di Call Me by Your Name di Luca Guadagnino. Timothée Chalamet interpreta Elio, 17enne curioso e inquieto. Armie Hammer è Oliver, il dottorando americano che arriva per l’estate nella villa di famiglia nel Nord Italia. Tra loro, piano piano, tra sguardi e giri in bicicletta, nasce un desiderio forte, vissuto (quasi) alla luce del sole. Qui l’ostacolo non è l’ignoranza e l’odio della gente, ma la natura stessa del primo amore: intenso, breve e irripetibile. Il monologo del padre di Elio (Michael Stuhlbarg), che dice «Non uccidere il dolore, con esso uccideresti anche la gioia», è da tenere a mente a ogni età. Candidato a quattro premi Oscar e vincitore per la sceneggiatura non originale, Call Me by Your Name mostra la potenza dell’innamoramento, vissuto come un passaggio formativo, che aiuta a diventare più consapevoli e tenaci.

Heartstopper: la dolcezza di due ragazzi innamorati
Nel 2022, Heartstopper racconta un innamoramento adolescenziale che germoglia mentre noi, davanti allo schermo, restiamo incantati. Da una parte Charlie (Joe Locke), timido, dichiaratamente gay e già segnato dal bullismo, dall’altra Nick (Kit Connor), popolare, sportivo e convinto di essere etero. Si incontrano a scuola, diventano amici e poi qualcosa cambia. La serie Netflix tratta dai fumetti di Alice Oseman non cancella la sofferenza: Charlie porta con sé le conseguenze dell’isolamento e di un disturbo alimentare, Nick affronta la confusione e la paura di esporsi. Ma Heartstopper sceglie una strada poco battuta: affronta tutto con serietà ma anche con estrema delicatezza, senza spettacolarizzare il dolore. Tra i protagonisti, l’ascolto è centrale, il rispetto reciproco è costante. È proprio questa dolcezza ad aver reso la serie un successo, con la quarta e ultima stagione in arrivo entro la fine dell’anno.

Rosso, bianco & sangue blu: l’attrazione e la leggerezza
Prendi il figlio della presidente degli Stati Uniti, carismatico e impulsivo, e presentagli il principe britannico, rigido e apparentemente inaccessibile. Nel 2023, Rosso, bianco & sangue blu sceglie la commedia romantica per raccontare l’amore tra il biondo Henry (Nicholas Galitzine) e il moro Alex (Taylor Zakhar Perez). All’inizio i due si detestano per poi scoprire, come da tradizione del genere, di piacersi da matti. Il film punta sul ritmo, i dialoghi brillanti e la chimica tra i protagonisti. Ed è proprio questa leggerezza a renderlo un caso. Quando esce, Rosso, bianco & sangue blu diventa subito uno dei titoli più visti su Prime Video. Qui l’amore tra uomini non è più una conquista da difendere né un dolore da elaborare, ma una storia per cui fare il tifo.

Heated Rivalry: la serie diventata ossessione globale
E rieccoci a Heated Rivalry. La serie in sei episodi di cui tutti parlano, nata con un budget contenuto, ha trasformato in star due attori fino a ieri semisconosciuti. Connor Storrie e Hudson Williams interpretano il canadese Shane Hollander e il russo Ilya Rozanov, campioni di hockey rivali che, tra una partita e l’altra, danno segretamente vita a un rapporto intenso e pieno di passione. La forza della serie? Il tono, leggero ma mai superficiale, la tensione sessuale che cresce, la rappresentazione dell’intimità maschile, mostrata con naturalezza. Una scelta narrativa che ha intercettato un pubblico femminile ampio, a caccia di storie romantiche e protagonisti lontani dai cliché. Heated Rivalry è stata ovviamente rinnovata per una seconda stagione (e noi intanto facciamo partire il countdown per vedere la prima).
