Buffo e insolente come non si era mai visto. «Sei proprio ’nu sfaccimm» – tradotto: un furbacchione – hanno detto ad Alessandro Preziosi gli amici napoletani corsi alla Festa del Cinema di Roma per vedere in anteprima due episodi di Sandokan. Il 52enne attore partenopeo interpreta Yanez de Gomera, il corsaro portoghese fedele compagno della Tigre della Malesia, nella serie evento dalla saga di Emilio Salgari partita su Rai 1 il 1° dicembre.
Sulla scia della fiction del 1976, le 8 puntate dirette da Jan Michelini e Nicola Abbatangelo vantano un cast internazionale e sono state recitate in inglese. Se Preziosi ha il ruolo che fu di Philippe Leroy, il 36enne turco Can Yaman ha preso il posto dell’indiano Kabir Bedi, affiancato da Alanah Bloor (la Perla di Labuan), Ed Westwick (Lord James Brooke) e John Hannah (il sergente Murray).
La storia è stata ampliata rispetto ai romanzi. «Di Yanez si racconta un passato sorprendente, l’incontro con Sandokan e il diverso approccio dei due alla vita. È anche più coinvolto nell’azione» dice Alessandro.
La lunga carriera di Alessandro Preziosi
Sta vivendo un momento soddisfacente della carriera, che dagli anni ’90 tocca teatro (da Amleto a Cyrano di Bergerac), serie tv (come la recente La vita bugiarda degli adulti da Elena Ferrante) e cinema d’autore (La masseria delle allodole dei fratelli Taviani). Lo vedremo prossimamente anche nei panni di un giudice in Portobello, serie di Marco Bellocchio sul caso Enzo Tortora, e in quelli di un broker cresciuto nei bassifondi di Napoli nella fiction Black Out 2. Popolarissimo dai tempi di Elisa di Rivombrosa, è stato a lungo inseguito dalle cronache rosa per la relazione – finita nel 2010 – con Vittoria Puccini, dalla quale ha avuto una figlia di quasi 20 anni, Elena, oltre al primogenito Andrea Eduardo, 30, nato da una precedente relazione.
Alessandro Preziosi nei panni di Yanez in Sandokan
Che altro le hanno detto gli amici napoletani guardandola in Sandokan?
«Erano venuti con lo spirito da “tifosi”, per vedere Napoli contro la Turchia di Can Yaman (ride, ndr). Facile vincere con gli amici e con un personaggio che è un po’ Masaniello…».
Il suo Yanez è comico e misterioso.
«È stata una soddisfazione sentir ridere il pubblico in sala. Ero spiazzato e divertito pure io sul set, anche se, girando in inglese, ero preoccupato innanzitutto della lingua. Abbiamo riso parecchio anche durante il doppiaggio insieme ad Adriano Giannini, voce di Sandokan nella versione italiana».
Tra lingua e allenamento, cosa è stato più difficile nella preparazione?
«Avevo già recitato in inglese, per esempio nella serie I Medici, ma qui ho dovuto curare sfumature quasi impercettibili, all’inizio ero teso. C’era poco spazio per l’improvvisazione ma, per me che sono un imbonitore teatrale e amo la sonorità delle parole, è stata anche una scoperta di tempi nuovi. Sono anche dovuto dimagrire 5 o 6 chili: ho passato un mese tra digiuno intermittente e una preparazione atletica che non so quanto sia visibile».
Per il resto, come ha costruito il personaggio di Yanez? Senza “spoilerare” la sorpresa sul suo passato…
«Pensando ai suoi traumi, comuni a molte persone che mascherano ad arte le ferite non rimarginate. Per me è stato anche un modo per fare il verso alla cultura “on the road” del cinema americano: Easy rider, certi personaggi di Jack Nicholson o Johnny Depp».
Non si riferisce al Depp-Pirata dei Caraibi…
«Direi più ai tipi stravaganti di tanti suoi film. Ho pensato anche a classici come Cyrano de Bergerac, il guascone per eccellenza che ho interpretato centinaia di volte a teatro».
Da bambino aveva letto Salgari o visto la serie tv?
«Ho visto le repliche di Sandokan a singhiozzo, a 6 o 7 anni, perché dopo le 9 di sera si andava a dormire».
Da avvocato ad attore
È figlio di un avvocato e si è laureato in Giurisprudenza. Una coincidenza che colpisce, visto che interpreta un giudice nella serie Portobello. C’è qualcosa dei suoi studi che ha trovato utile facendo l’attore?
«Quando interpreto un uomo di legge, come in Portobello, sento aria di casa. Ho studiato Giurisprudenza, ma poi ho ascoltato chi, magari scherzosamente, mi ha detto: “Fidati di me, devi fare l’attore”. Mi divertivo a fare il buffone ma, se non fossi stato preso all’Accademia dei Filodrammatici di Milano e dal regista Antonio Calenda per il ruolo di Laerte nell’Amleto, forse non sarei qui. Puoi avere la più grande passione, ma devi essere scelto in questo mestiere. Avevo cominciato a fare l’avvocato e in qualche modo mi è servito per il controllo della parola. L’inizio nella recitazione è stato dettato dall’incoscienza e dalla voglia di essere indipendente. I miei genitori mi hanno permesso di trovare la mia, di felicità».
Alessandro Preziosi padre
E lei da padre cosa desidera?
«Tendo a non condizionare i figli. La mia idea di felicità non è legata al lavoro o alle scelte sentimentali, ma alla coerenza di seguire quello che senti più giusto per te. Andrea Eduardo fa l’avvocato, Elena si vedrà, ma spero di averli cresciuti imparando ad ascoltare ciò che desiderano. Anche se io per primo mi sono trovato nei guai per questo, perché non si è mai certi di seguire davvero se stessi. Ultimamente mi sono fermato per un po’ nel lavoro, per non anestetizzare cose di cui volevo occuparmi meglio. Ora mi sto concentrando su un progetto di regia, di cui preferisco non parlare, e su Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, che vorrei portare a teatro».
Passioni e tempo libero
In realtà, quindi, non si è fermato più di tanto. Passioni del tempo libero?
«Suono il pianoforte, amo cantare e creo spettacoli di stand up comedy e musica con amici come Stefano Di Battista e il suo gruppo. Mi diverto da pazzi. Sono serate che non pubblicizziamo se non tra conoscenti, con il tam tam. Improvvisiamo in leggerezza su un tema, l’ultima volta era la “speranza”: una messinscena giocosa e anche un po’ cinica. Tipo “Io speriamo che me la cavo”.
Lo dice perché sono tempi duri per la speranza?
«Sì, tempi in cui ci si sente impotenti rispetto a quanto accade nel mondo».
Ha paura per il futuro dei suoi figli?
«Ormai sono adulti e hanno gli strumenti per non farsi ipnotizzare da false illusioni. Spero abbiano avuto gli esempi giusti. Non tanto il mio di napoletano impertinente, ma quello delle loro madri, belle dentro e fuori».


