Se avessi detto alla me anche di pochi mesi fa che mi sarei trovata, di venerdì sera, a una partita di hockey, non mi sarei mai creduta. E invece eccomi nella ancora incompleta Arena Santa Giulia, in un giorno di freddo polare, con un tramonto che ha un che di artico. Ad intrattenermi per quasi tre ore, una dozzina di uomini che pattinano sul ghiaccio cercando di mandare in rete un disco. Come ci sono finita? È iniziato tutto poco prima di Natale, quando ho scoperto la serie canadese Heated Rivalry. E, come me, anche le (tantissime) ragazze sugli spalti, gli amici andati alla finale il giorno dopo, e tutti quelli che – sono sicura – si stanno lanciando proprio ora sugli ultimi biglietti disponibili per le Olimpiadi di Milano Cortina. L’hockey oggi non è uno sport sconosciuto e un po’ snobbato, ma la disciplina del momento.
Heated Rivalry e la serie Game Changers
Facciamo un passo indietro. Era il 2018 quando Rachel Reid, autrice canadese di romanzi rosa, pubblicava Game Changer. Un romanzo evidentemente d’esordio, che raccontava l’amore tra Scott Hunter – professionista dell’hockey americano – e il barista Kip Grady. Scott si innamora di Kip subito, sa di essere gay da tutta la vita, eppure l’idea di fare coming out non gli passa per la testa minimamente fino a metà della storia. «Ho realizzato Game Changer spinta da una grande rabbia verso il mondo dell’hockey», ha raccontato nel 2023 Reid. «Sono una grande fan dello sport, ma è innegabile che soprattutto tra i protagonisti ci sia una cultura fortemente omofoba, che spesso mi ha fatto vergognare di essere fan».
L’anno dopo, Reid sposta le storie dei suoi protagonisti in Canada, tra Montreal e Ottawa, pubblicando Heated Rivalry. È con Ilya e Shane, e il loro amore proibito tra rivali, che conquista finalmente l’attenzione del mercato editoriale. Da allora, la saga è arrivata a sei libri pubblicati (il settimo, Unrivaled, è previsto per quest’anno), di cui tre focalizzati sulla coppia protagonista del secondo volume.
La serie canadese che ha conquistato il mondo
Ma a rendere veramente Ilya e Shane irresistibili a tutto il mondo ci ha pensato la produzione canadese di Heated Rivalry (in uscita il 13 febbraio su HBO Italia), al momento accessibile solo tramite la piattaforma canadese Crave. Il regista Jacob Tierney certo non si aspettava che il suo progetto potesse diventare l’ultimo fenomeno culturale del 2025 (e al contempo il primo del 2026), eppure è andata proprio così. Complici la sceneggiatura coerente coi libri eppure autentica e ingaggiante, le ispirazioni (tutto il cast ha ricevuto istruzioni basate su serie amatissime come Young Royals e Heartstopper), il fatto che finalmente anche la letteratura rosa viene adattata con serietà e rispetto.
Se le pagine di Reid sono decisamente spinte, la serie di certo non si tira indietro, eppure a fine puntata la sensazione non è quella di aver visto qualcosa di proibito. Restano nel cuore gli sguardi pieni di desiderio, i momenti segreti tra i due ritagliati tra un torneo e l’altro, la paura ad accettare quei sentimenti che non si sanno spiegare, accettare, men che meno mostrare.
Perché proprio l’hockey? E perché proprio ora?
Insomma, dopo l’ultima puntata (la serie è in sei episodi di poco più di mezz’ora), il verdetto è chiaro per tutti: ne vogliamo di più. Tanto che Connor Storrie e Hudson Williams (rispettivamente Ilya e Shane nella serie) sono già stati adottati dal jet set hollywoodiano immediatamente. Hanno presentato i vincitori ai Golden Globes e sono presenti nei salotti del Saturday Live e Tonight Show, e ogni post che li ritrae è istantaneamente virale.
E mentre gli attori entrano a far parte dell’Olimpo dei sex symbol, il pubblico si interessa sempre di più allo sport. Se football, rugby e calcio – già protagonisti di serie e prodotti di successo – sono discipline in cui spesso si emerge per la forza fisica, nel racconto dell’hockey di Heated Rivalry c’è la tanto agognata fragilità maschile. Il ghiaccio è un’ambientazione ostile, che richiede preparazione, manutenzione, calcolo dei rischi. Non diventa mai realmente confortevole: cadere significa farsi male, non solo fare una figuraccia. Ogni azione è un calcolo minuzioso, non c’è spazio per l’ego, la forza, la passione.
Seguire una partita di hockey: facile a dirsi…
Anche dal vivo, l’hockey è qualcosa a cui non siamo abituati. Sulla pista ci sono le tensioni, i giocatori si alzano letteralmente da terra a vicenda o si buttano contro il rink (quella specie di teca gigante che sul web viene già soprannominata boy aquarium). Ma nel gioco vero è proprio è faticoso capire le strategie, i cambi “volanti”, quello che è ammesso oppure no (perché un giocatore a un certo punto ha preso in mano il disco?). L’unica cosa facile da intuire sono le punizioni, perché i giocatori vengono letteralmente imprigionati per un numero di minuti compatibile con il loro affronto.
Insomma, di certo non è uno sport facile o familiare. Eppure rapisce: persino me, che non saprei distinguere un attaccante da un centrocampista (e che ho chiesto: “Ma è un calcio d’angolo?” indicando la pista circolare davanti a me). Perché quelle che si sfidano sono squadre con una coordinazione paragonabile a una coreografia: si entra e si esce alla velocità della luce, si prendono (e frantumano) accordi con solo sguardi, poche parole, nessun gesto.
Non ci si tocca mai, perché per proteggersi dal ghiaccio ogni atleta è sommerso da strati, eppure si è sempre a contatto con gli altri. Forse è questo calore nel freddo, questa vicinanza nella distanza, che lo rende affascinante al nostro gusto post-pandemico. O forse è la consapevolezza che, per quanto si sfidino tra loro, nemmeno i campioni possono realmente sentirsi protetti sul ghiaccio. Persino i più forti sono fragili, è solo questione di tempo.