C’è un modo di vestire che parla prima ancora che il personaggio pronunci la sua prima battuta. Nel cinema, i costumi non sono mai mere vesti: sono parole silenziose, copioni non recitati ma indossati. In Marty Supreme, il nuovo film di Josh Safdie che ha conquistato pubblico e critica, questo linguaggio visivo raggiunge un livello di complessità raro — così raro da valere alla costumista Miyako Bellizzi una nomination agli Oscar 2026 per il Miglior Costume Design, accanto a titoli di grande spessore.

Anni ’50: non ricostruzione ma mondo che respira

Ambientato negli anni ’50, Marty Supreme racconta la corsa senza tregua di Marty Mauser (interpretato da Timothée Chalamet), un giovane ossessionato dall’idea di trasformare il ping pong in un palcoscenico di celebrità. È un film che scorre veloce come una scarica elettrica, ma che si arresta spesso sul corpo dei personaggi, sulle loro posture, sul modo in cui abitano lo spazio attraverso i tessuti. Qui il costume non è decorazione: è narrazione.

Bellizzi non ha cercato di “ricreare” gli anni Cinquanta come si visita una mostra. Ha costruito un mondo che respira, che cammina, che si sporca. Per Marty, i completi sono spesso boxy, con spalle marcate e giacche ampie, un modo per suggerire una ricerca di identità e il desiderio di apparire più grande di quanto ci si senta realmente. Ogni camicia, ogni giacca racconta qualcosa prima ancora dello sguardo del personaggio.

Foto: IPA

La giacca di Marty, icona di stile contemporaneo

La notorietà dei costumi del film ha trascinato con sé anche l’attenzione fuori dallo schermo. La giacca di Marty — taglio anni ’50 con linee nette e silhouette rigide — è stata analizzata come icona di stile, un equilibrio quasi perfetto tra eleganza e teatralità, tanto da ispirare reinterpretazioni contemporanee nelle collezioni uomo di stagione. In un’epoca in cui la moda guarda sempre più al passato per immaginare il futuro, la giacca di Marty è diventata simbolo di una estetica resoluta: strutturata ma libera, vintage ma sorprendentemente attuale.

Foto: IPA

Costruire da zero un guardaroba perduto

Per creare questi abiti, Bellizzi e il suo team hanno dovuto immaginare pezzi che il guardaroba contemporaneo semplicemente non offre più. Uniformi da ping pong anni ’50, completi con proporzioni audaci, tessuti che si muovono ma parlano di un tempo che non c’è più: «Non è bastato cercare nei magazzini», ha raccontato Bellizzi, «abbiamo dovuto costruire da zero quasi tutto ciò che vedete sullo schermo». Perché quello che si indossava allora non esiste più, o meglio: non esiste più nella sua verità.

Foto: I Wonder Pictures

Kay Stone e il linguaggio cromatico della memoria

E così ogni costume è diventato un micro-racconto di personaggi e relazioni. Prendiamo Kay Stone, diva in declino interpretata da Gwyneth Paltrow: la sua palette cromatica, le linee sobrie e l’eleganza misurata narrano una donna intrappolata in un’epoca che non sente più sua. L’iconico cappotto rosso in raso che indossa a Central Park non è un vezzo visivo, ma un segno visivo — quasi una dichiarazione — tra desiderio di bellezza e peso della memoria.

Foto: IPA

La nomination Oscar: visione oltre lo stile

La nomination agli Oscar non è arrivata per caso. La giuria dell’Academy ha riconosciuto in questi costumi qualcosa di più di un esercizio di stile: una visione, chiara e coerente, capace di tradurre in gesto sartoriale la tensione invisibile tra personaggi e tempo storico. Questo riconoscimento dice che il costume, nel cinema di oggi, non è semplice scenografia ma strumento narrativo autonomo.

Marty Supreme come fenomeno culturale

E Marty Supreme non è solo cinema: ha generato riflessioni culturali. Sul New Yorker è stato analizzato come un film che, pur raccontando una storia estremamente americana, consegna al pubblico globale una sorta di manuale non ufficiale di “come servire come Marty”: non per imitare il personaggio, ma per interpretare l’idea stessa di performance personale e pubblica attraverso stile e postura.

Nel cinema contemporaneo che i costumi non siano più semplici accessori è un dato di fatto. In Marty Supreme, il lavoro di Bellizzi diventa un prisma attraverso cui guardare non solo un’epoca, ma una tensione umana: l’impulso incessante di definire se stessi in un mondo che continua a muoversi più velocemente di quanto si possa raccontare con le parole.

Dalla giacca perfetta ai dettagli più minuti, il costume di Marty Supreme ci ricorda che il modo in cui ci vestiamo non è mai un fatto superficiale: è una forma di storia. E che, in fondo, ogni epoca con i suoi abiti parla di noi — più di quanto immaginiamo.