Nel cinema, il costume parla prima delle parole. È il primo segnale che riceviamo di un personaggio, ancora prima che inizi a muoversi o a parlare. Racconta chi è, da dove viene, cosa desidera, quali sono le sue paure. Perché la moda, in fondo, è un linguaggio. E i costumi sono la sua forma più immediata e potente: basta uno sguardo a un abito per intuire un carattere, una tensione emotiva, un conflitto interiore.

Dalla ricostruzione all’interpretazione

Per decenni il film in costume è stato sinonimo di rigore storico, di fedeltà quasi maniacale all’epoca rappresentata. L’abito doveva “ricostruire” il passato, restituirlo con precisione filologica, rassicurare lo spettatore sulla sua autenticità. Oggi quella stagione è finita (anzi forse già da un po’). Il costume non serve più a replicare ciò che è stato, ma a interpretarlo. I film in costume più attesi del 2026, così come molte delle serie che hanno segnato l’immaginario recente, continuano a raccontare un cambio di prospettiva profondo: il guardaroba diventa uno strumento narrativo, emotivo, politico.

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Cime Tempestose: quando l’abito diventa emozione

Nel nuovo Cime Tempestose diretto da Emerald Fennell, il costume non accompagna la storia: la incendia. Jacqueline Durran, tra le costumiste più influenti del cinema contemporaneo, costruisce un universo visivo che rifiuta l’idea di abito-museo. L’epoca vittoriana non è una gabbia da rispettare, ma un punto di partenza da reinventare. Le silhouette si muovono, i riferimenti storici si contaminano, il passato dialoga apertamente con il presente.

Cathy Earnshaw non indossa semplicemente vestiti: indossa stati d’animo. I suoi costumi cambiano di continuo — oltre quaranta nel corso del film — e raccontano una donna inquieta, incapace di restare ferma, emotivamente e socialmente. Il corsetto stringe ma non doma, le gonne si allargano come a reclamare spazio, libertà, potere. Ogni scelta sartoriale diventa una dichiarazione: qui l’abito è desiderio, rabbia, ambizione. È la traduzione visiva di un amore assoluto, irrazionale, fuori controllo.

Durran usa il costume come atto di rottura. Non rassicura lo spettatore con un “com’era”, ma lo spiazza con un “come si sente”. Il classico diventa vivo, nervoso, contemporaneo. Il risultato è un’estetica sospesa, fuori dal tempo, che ha già acceso il dibattito ancora prima dell’uscita del film. Non conta la fedeltà storica, conta la verità emotiva.

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Frankenstein: vestirsi per diventare umani

Se Cime Tempestose racconta la passione, Frankenstein di Guillermo del Toro usa il costume per interrogare sull’identità. Il lavoro di Kate Hawley è essenziale e simbolico: nulla è decorativo, nulla è casuale. Ogni colore, ogni tessuto ha un peso narrativo preciso. Il rosso diventa sangue e memoria, i materiali sono spessi, stratificati, come se portassero addosso la storia e la carne.

Il costume del Mostro è una narrazione che evolve. All’inizio è grezzo, incompleto, quasi assemblato per necessità. Poi cambia, si struttura, si “civilizza”. Non è solo una scelta estetica, ma una dichiarazione di senso: l’umanità non è naturale, è una costruzione. Ci si veste per appartenere, per essere riconosciuti, per esistere agli occhi degli altri.

Nel cinema di del Toro il costume dialoga con tutto: scenografia, luce, trucco. Il gotico non è nostalgia, ma uno strumento per parlare del presente. Gli abiti rattoppati e imperfetti raccontano un mondo in cui la bellezza nasce dalle ferite. Vestire il mostro significa renderlo umano; spogliare gli uomini, al contrario, può renderli mostruosi.

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Povere Creature!: lo spartiacque che ha cambiato tutto

Prima di Cime Tempestose e Frankenstein, c’è stato Povere Creature! di Yorgos Lanthimos. Il film, uscito nel 2023 e premiato con l’Oscar per i migliori costumi a Holly Waddington, ha segnato un punto di non ritorno. Qui il costume per la prima volta smette definitivamente di essere un riferimento all’epoca e diventa pura sperimentazione narrativa. L’epoca vittoriana è solo un pretesto, una cornice da deformare. Le maniche a sbuffo si gonfiano in modo grottesco, i colori sono acidi e innaturali, le proporzioni sono volutamente distorte. Nulla è rassicurante, tutto è straniante.

Bella Baxter non si veste secondo il decoro vittoriano: si veste secondo la sua evoluzione emotiva e cognitiva. All’inizio indossa abiti infantili, goffi, inadeguati. Poi, mentre scopre il mondo e il proprio corpo, i costumi diventano audaci, sensuali, provocatori. Ogni outfit segna una tappa della sua emancipazione: dal controllo maschile alla libertà individuale. Il guardaroba diventa mappa di una crescita interiore, non cronaca di un’epoca.

Waddington ha dimostrato che tradire la storia può essere più vero della fedeltà assoluta. Ha aperto la strada a una generazione di costumisti che non hanno più paura di reinventare, distorcere, contaminare.

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La lezione delle serie tv

Questa libertà creativa non riguarda solo il cinema d’autore. Le serie tv hanno avuto un ruolo decisivo nel cambiare il modo di intendere il costume. Bridgerton è stato un punto di svolta: la costumista Ellen Mirojnick ha scelto di non inseguire una ricostruzione rigorosa dell’epoca Regency, ma di usare colori, tessuti e contrasti per raccontare caratteri e dinamiche sociali. I pastello eleganti dei Bridgerton comunicano controllo e armonia, mentre l’eccesso cromatico dei Featherington racconta ambizione e disordine. Il percorso di Penelope passa anche — e soprattutto — attraverso i suoi abiti, che evolvono insieme alla sua identità.

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In Emily in Paris, i costumi firmati da Marylin Fitoussi non sono semplici look iconici, ma una vera mappa emotiva. Stagione dopo stagione, lo stile di Emily cambia: da caricaturale e iper-colorato diventa più sofisticato, segnando la sua crescita personale e il suo rapporto con Parigi. La moda diventa racconto, non decorazione.

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E poi c’è Stranger Things, che con i suoi costumi anni Ottanta ha dimostrato come la moda possa diventare memoria collettiva. Non una copia nostalgica, ma un linguaggio emotivo capace di parlare a generazioni diverse, rendendo il passato improvvisamente attuale e condiviso.

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Una nuova era per il costume cinematografico

Oggi il pubblico non cerca la perfezione storica, ma un’emozione riconoscibile. Il costume serve a dire chi siamo, non in che anno siamo. In un cinema sempre più digitale, resta una delle poche materie davvero fisiche: pesa, si muove, modifica il corpo e lo sguardo. Quando funziona davvero non si nota, si sente. E resta addosso, come un ricordo che continua a parlare anche dopo i titoli di coda.