Con La Grazia, spiega Sorrentino in Conferenza Stampa, si intende un provvedimento giuridico, ma soprattutto un «atteggiamento nei confronti della vita, e amoroso». È la principale dote del protagonista, il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo), che a sei mesi dal termine della carica si trova in dubbio sull’appoggiare o meno la prima legge italiana che legalizzerebbe l’eutanasia. Spronato a firmare dalla figlia (una meravigliosa Anna Ferzetti), l’ex giurista democristiano teme di tradire se stesso, i suoi valori e la Chiesa. Ma soprattutto, teme il confronto che quel testo gli impone: la consapevolezza che il mondo e la vita non lo appassionano più da tempo.

Anna Ferzetti nel film di Sorrentino la Grazia
Anna Ferzetti – Foto Andrea Pirrello

La Grazia, un’Italia sospesa

Ci sono un papa africano, droni che guidano il passaggio del Presidente in Via del Corso, Gué insito del valore di Cavaliere della Repubblica (gli oltre 100.000 fan che gli hanno assicurato sold out ad Assago e a San Siro lo scorso anno sono d’accordo con Sorrentino). Ma anche un Portogallo con un forte leader politico e l’influenza importante della Democrazia Cristiana. Il film di Sorrentino è ambientato in un’Italia sospesa nel tempo, e non è chiaro se in un passato fittizio o in un futuro prossimo.

Indagare la figura del Presidente della Repubblica per il regista è un ritorno alle origini, a quelle figure di potere che da sempre lo hanno affascinato, ma questa volta il suo sguardo è riflessivo e malinconico. La più alta carica di stato, d’altronde, è il simbolo perfetto della sensazione di perdita: le sue responsabilità sono chiarissime, ma i suoi poteri affatto. Non a caso il film si apre con l’articolo 87 della Costituzione, uno dei più discussi proprio per la sua natura che nel corso degli anni è stata interpretata in modi diversi.

A differenza del ruolo del Premier, paragonabile ai Primi Ministri inglesi e ai Presidenti francesi, il Presidente della Repubblica italiano ha un ruolo simbolico eppure può essere decisivo. Deve essere il più possibile apartitico, ma anche avere l’ultima parola (e dunque l’ultima opinione).

Il dramma di De Santis

Sulle spalle di De Santis, personaggio ispirato a una sorta di mix dei presidenti della storia d’Italia, poggia la decisione ultima sull’eutanasia, tema del quale si dibatte da tempo anche nell’Italia reale. A questo proposito il regista afferma deciso: «È un tema importante di cui non bisogna smettere di parlare, sono felice di farmi portavoce della discussione».

Da credente e amico del Papa (con cui si intrattiene in diverse scene ricordando non poco l’Aldo Moro di Gifuni), De Santis teme di tradirsi. Da giurista, pretende che il testo venga rivisto e perfezionato all’infinito. E come padre di una giovane giudice, Dorotea (Anna Ferzetti), vuole dimostrare di avere ancora l’ultima parola.

Una domanda semplice, e cambia tutto

Come in una sorta di Uno, nessuno, centomila, quando scopre di essere soprannominato a sua insaputa «cemento armato», qualcosa in lui cambia. Quella sua sicurezza comincia a sembrargli un’armatura, l’atteggiamento deciso che da sempre l’ha contraddistinto, un modo per non affrontare mai le sorprese. Ad aggravare questi dubbi, il dolore ancora intenso per la morte della moglie, «la parte irrazionale della coppia».

È Dorotea, spazientita dopo l’ennesima revisione del testo di legge, a dargli la scossa finale: «Papà, la domanda è semplice: a chi appartengono i nostri giorni?». Nel tentativo di rispondere a questa domanda, De Santis comincia un percorso di rinascita che (come afferma scherzando il suo segretario) ricorda quello tipico dell’adolescenza. Tra il rap di Gué, incontri «irrituali» e la ricerca della verità sul passato della moglie, il Presidente torna ad innamorarsi di ciò che l’ha attratto della Legge prima che della Politica: la bellezza del dubbio.

Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino La Grazia
Toni Servillo – Foto Andrea Pirrello

La Grazia: abbracciare l’incertezza per affidarsi al futuro

La Grazia è un film sulla riscoperta di sé, ma anche sul progresso.

C’è un tempo in cui sono i figli a dover ascoltare i genitori, e uno in cui sono i genitori a dover ascoltare i figli

Dice in una delle scene finali il Presidente. Nell’accorgersi che la sua passione è venuta meno – verso il lavoro, la vita e la Politica – inizialmente crolla, ma poi scopre che le nuove generazioni non hanno ancora perso il fuoco che aveva mosso anche lui.

Nella determinazione della figlia vede quella che un giorno era stata la sua, e smette di imporle perfezionamenti per affidarsi alla sua visione. Sorrentino con questo film manda un messaggio molto chiaro: nella vita è importante non perdere il contatto con le tradizioni, con ciò che ci ha resi chi siamo, ma bisogna anche sapere quando passare il testimone. Come fa De Santis, che sarà per sempre un Alpino, un uomo di Legge, un Cristiano. Ma non sa più essere il Presidente di cui l’Italia ha bisogno, e va bene così. C’è solo una cosa che gli apparterrà sempre: i suoi giorni. Che vanno protetti e vissuti al massimo.