Come ci si sente ad essere una star? Jay Kelly, il film di Noah Baumbach in anteprima a Venezia proprio oggi, sembra (involontariamente) rispondere alla domanda. Il ruolo del protagonista è stato pensato per George Clooney, lui lo interpreta meravigliosamente, e – in pieno stile Jay – quando arriva il momento di dire di più, lui non c’è. A volte la vita imita l’arte, ma in questo caso è una fortuna perché il progetto in questione è, diciamolo, una vera perla.
Jay Kelly: cast, trama e quando esce

Il film, disponibile in sala dal 19 novembre (e su Netflix dal 5 dicembre), vanta un cast incredibile. Da Laura Dern ad Adam Sandler, passando per la giovane star Riley Keough e la nostra Alba Rohrwacher. Eppure la una trama è apparentemente poco originale: Jay Kelly (George Clooney) è un attore che festeggia i 35 anni di carriera e, dopo la morte del mentore, comincia a tracciare un bilancio su cosa il cinema gli ha dato, ma soprattutto cosa gli ha tolto. Compie un viaggio emotivo e letterale, perché nel tentativo di seguire Daisy, la figlia «cresciuta troppo veloce» (Grace Edwards), sale su un treno e porta tutto il suo team con lui in una folle avventura.

Non possono mancare infatti, ovunque lui vada, la pubblicista Liz (Laura Dern) e il manager Ron (Adam Sandler). Ma anche la parrucchiera, la stylist, il tuttofare. Jay non è mai solo, come continua a ripetergli Daisy, ma le persone che lo circondano non sono la sua famiglia. E quando veramente vorrebbe i suoi cari accanto, ma si ritrova con solo i suoi dipendenti, non può più mentire a se stesso. Non è stato (solo) il cinema a portagli via gli affetti, ma la sua ambizione, le sue scelte e il suo egoismo.
L’eroe della storia
Jay Kelly è a tutti gli effetti un instant classic, lo si capisce dalla scena iniziale che getta subito nel caos del set cinematografico. Si conferma durante le scene del treno, ricche di emozioni e con la giusta dose di umorismo, e si consacra sul finale. «È sempre stata una storia sulla ricerca del sé, in cui ogni personaggio è a suo modo un eroe», racconta Baumbach in Conferenza Stampa, ma è anche vero che un eroe che spicca c’è. E non è il Jay di Goerge: anche se il personaggio che ci accompagna scena per scena (e a cui non possiamo fare a meno di affezionarci) è il protagonista, l’eroe che resta nel cuore è il manager Ron.

Con uno dei suoi (rarissimi) ruoli seri (per modo di dire, diciamo semiseri), Adam Sandler in Jay Kelly è un alleato che non si ferma davanti a nulla. Convinto che Jay sia un amico e non solo un capo, tanto da affermare (a ragione) di essere «un po’ Jay Kelly anche lui», per il divo si annulla, e mette da parte tutto per seguirlo in ogni dove. Persino dopo aver capito che per questa concezione tossica del lavoro anche lui ha perso più del dovuto, non smette di essere l’unico che resta.
Ma Jay Kelly è George Clooney? Baumbach dice no
La domanda sorge inevitabile, però: quanto di Clooney c’è in Jay? Baumbach sottolinea più volte in Conferenza Stampa che, nonostante il personaggio sia stato pensato subito per l’attore, non abbia ispirazioni in particolare. «Serviva, e lo sapevo fin da subito, una star con cui anche il pubblico reale avesse un rapporto come quello che i fan nel film hanno con Jay», ha spiegato il regista. «E ovviamente ognuno di noi ha un rapporto con George, quindi gli è stato chiesto davvero di mettersi in gioco. E credo lo abbia fatto splendidamente».
Ma, come raccontano gli altri membri del cast, un film del genere obbliga tutti a mettersi in gioco. Lo chiarisce soprattutto Laura Dern, cresciuta in una famiglia di attori, che in sala saluta la pubblicista che la accompagna sin dal suo primo ruolo a 11 anni. «Noah ha saputo creare una vera famiglia nel lavorare a questo film», continua l’attrice. «E così è venuto a tutti naturale dare il massimo, e continuare a legare anche fuori dal set».
Si piange, inutile resistere
Insomma, Jay Kelly non è niente di “mai visto”, ma è impossibile resistergli. Il cast strepitoso fa sentire a casa, e questa sensazione è necessaria per capire davvero la tragedia – per quanto frivola – dei personaggi. I flashback, le battute che si riprendono nel corso della trama, il finale: tutto è strutturato per emozionare, tutto sembra grandioso, e non si può fare a meno di cedere alle lacrime.
Se l’arte è tutto ciò che fa provare emozioni, questo film è un vero capolavoro. Al Lido si gioca con i più grandi, soprattutto nella giornata di anteprima dove si alternano Guadagnino, Baumbach e Lanthimos. Ma a volte vincere facile, soprattutto in un’epoca di “Oscar-baiters” (registi che anno dopo anno tentano l’Oscar con disperati ed evidenti saggi di bravura), è l’unico modo per vincere veramente quello che conta di più. Non l’ultimo premio, il massimo degli incassi o il riconoscimento più illustre, ma un posto nei cuori delle persone. Se c’è una cosa che Jay Kelly ci ricorda è che il ruolo del cinema è proprio quello.