Sono passati circa 10 anni da quando Ragioni per continuare a vivere ha reso Matt Haig una voce imprescindibile della letteratura contemporanea. In quel memoir lo scrittore britannico, già autore degli applauditi romanzi Il patto dei labrador e Il club dei padri estinti, raccontava senza filtri il tentato suicidio a 24 anni, la malattia mentale, il percorso per ritrovare un equilibrio. La sua carriera è culminata nel successo di La biblioteca di mezzanotte, fenomeno da 10 milioni di copie nel mondo che nel 2027 diventerà un film con protagonista Florence Pugh.
Di cosa parla il nuovo romanzo di Matt Haig?
A 6 anni da quel bestseller Haig torna ora con Il treno di mezzanotte (e/o): il protagonista è Wilbur, proprietario di una catena di librerie che, in punto di morte, sale su un misterioso treno che gli permette di ripercorrere il proprio passato. Lo accompagna la libraia Agnes, che lo guiderà attraverso ricordi e occasioni mancate, finché Wilbur si renderà conto di quante cose avrebbe potuto fare diversamente con la ex moglie Maggie, il fratello Dugie, la madre Edith. Ma cambiare il passato è impossibile… O no?
Questo romanzo si può considerare il sequel di La biblioteca di mezzanotte?
«Non è un vero sequel, perché i personaggi sono diversi, ma condivide alcuni concetti chiave. Sono partito dall’idea di un’esistenza che ti scorre davanti agli occhi in una dimensione sospesa tra la vita e la morte. Il concetto è arrivato prima del protagonista: Wilbur è emerso quando ho iniziato a scrivere».
Agnes è una moderna Beatrice. C’è un legame tra il viaggio di Wilbur e quello di Dante nella Divina Commedia?
«L’idea del percorso ultraterreno e della dimensione metafisica fa parte del mio immaginario, sono stato molto influenzato dagli scrittori italiani. Amo Dante, ma il mio autore italiano preferito è Italo Calvino. Non a caso, ambiento il viaggio di nozze di Wilbur e Maggie a Venezia: c’è un parallelo tra la città che sta affondando e il loro amore che ha il punto di svolta in quella città evanescente. Da lì il racconto, da realistico, diventa onirico».
Rivivere il passato per comprenderlo, e cambiare
Wilbur e Dugie reagiscono a un’infanzia traumatica in modo opposto. Si può cambiare dopo un passato doloroso?
«Dugie è autodistruttivo, Wilbur trova la sua salvezza nei libri. Nei due fratelli ci sono i miei due lati: quello che a 24 anni voleva morire perché si sentiva diverso e incompreso e quello salvato dai libri e dalla scrittura. Da giovane, vivendo nel buio totale, avevo la sensazione che le persone non potessero cambiare. Oggi so che è possibile, ma richiede lavoro, consapevolezza e spesso un percorso di psicoterapia».
Wilbur perde Maggie perché si dedica solo alle sue librerie.
«Viene risucchiato dal sistema capitalistico. Intanto Maggie perde il loro figlio per un aborto, sua madre rimane sola, lui stesso licenzia il suo migliore amico. Il capitalismo nelle società occidentali è dominante, ogni aspetto della vita è tradotto in cifre: contiamo passi, calorie, chili, zeri nello stipendio, follower. Tutto è diventato un numero, ma i numeri sono profondamente inumani».

Matt Haig, la diagnosi di autismo e il potere dei libri
Ha detto che i libri hanno rappresentato per lei l’unico modo per rimanere ancorato all’umanità.
«Quando da giovane soffrivo di attacchi di panico, non riuscivo a guardare la televisione, ad ascoltare musica, soffrivo terribilmente di solitudine. Potevo solo leggere: i libri mi hanno aiutato a restare attaccato alla vita a e all’umanità».
Dopo la diagnosi di ADHD e autismo, ricevuta a 45 anni, ha intrapreso anche un percorso terapeutico?
«In realtà, è capitato il contrario. Da giovane sono finito in ospedale, mi hanno dato i farmaci, ma non ho fatto psicoterapia come avrei dovuto. Ci sono arrivato 20 anni dopo e, in quell’occasione, il terapeuta mi ha consigliato di fare una valutazione e mi hanno diagnosticato autismo e ADHD. Allora molte cose del mio passato difficile hanno finalmente avuto senso. Ho capito perché da studente facevo fatica a concentrarmi, perché ero in perenne stato di agitazione, avevo istinti incontrollati, non sopportavo alcune situazioni».
Il successo ha aiutato la sua autostima?
«Da giovane mi sentivo diverso, incredibilmente solo. Pensavo che nessuno avrebbe mai potuto capirmi. Diventare scrittore mi ha permesso di creare una comunità di persone che provavano sensazioni simili alle mie. Quando ho scritto un libro per bambini su un alieno che non riusciva ad ambientarsi sulla Terra, molti genitori mi hanno detto: “Grazie per aver scritto un libro su come si sentono le persone autistiche”. La cosa più importante è sapere che il senso delle mie storie arriva a qualcuno».
Il senso della vita, secondo Matt Haig
La sua narrativa è definita “speculativa”. I libri devono far riflettere o intrattenere?
«Gli scrittori che amo fanno entrambe le cose. Per esempio, Elena Ferrante: nei suoi romanzi c’è una trama, ma l’autrice indaga anche sulla condizione esistenziale umana».
Wilbur da giovane libraio consigliava ai clienti i titoli migliori. Due libri che consiglierebbe alle nostre lettrici?
«Il primo, senza alcun dubbio, è Le città invisibili di Italo Calvino. Il secondo la sorprenderà: Winnie the Pooh. Non è un semplice libro per bambini, è molto educativo perché i personaggi sono tutti neurodivergenti. Pimpi è ansioso, Tigro iperattivo, Ih-Oh è depresso, Winnie è un soggetto dipendente. È un libro da rileggere in ogni fase della vita».
Wilbur alla fine si rende conto che non vale la pena rinunciare a vivere per il lavoro.
«Il viaggio di Wilbur si conclude con la stessa consapevolezza che ho acquisito anch’io. La funzione più profonda della letteratura è aiutarci a comprendere noi stessi e ricordarci che, se ci dedichiamo solo a lavoro, guadagno e successo, rinunceremo a vivere e rischieremo di perdere le persone più care».
Quali sono le cose importanti per Matt Haig?
«Andare al cinema con mio figlio, autistico anche lui, con cui ho un bellissimo rapporto; ascoltare musica con mia figlia; restare attivo, curioso e aperto a tutto ciò che è nuovo».