Prima che tornassero di moda le fiabe come chiave per leggere il mondo – con i suoi orchi e le sue regine, le fanciulle in attesa del gesto salvifico e i principi azzurri insipidi e piacioni, depositari di un patriarcato distillato con cura insieme al bacio della buonanotte – c’era stato Italo Calvino. A lui, giovane redattore appassionato di libri, Giulio Einaudi affidò nel 1954 l’arduo compito di raccogliere in un unico volume l’immenso patrimonio di racconti popolari che anziani e cantastorie avevano tramandato, in gran parte oralmente, nel nostro Paese. Un lavoro che non molti conoscono.
Nemmeno io lo conoscevo il giorno in cui, poco più che ventenne, bussai alla porta del professore di Letteratura italiana dell’Università degli studi di Perugia per chiedergli di fare la tesi con lui. Mi presentai con un elenco di autori di nicchia, convinta che i “grandi” fossero off limits. E lui, a sorpresa, rilanciò con il più amato dei miei scrittori, quel genio che mi aveva catturato con i suoi personaggi avventurosi e stralunati, fornendomi un po’ di sollievo nei miei mesi di studio matto e disperatissimo che precedettero la laurea, una piacevole ma intensa vacanza della mente dopo l’indigestione delle avanguardie e dei neorealisti.
La fiaba come archetipo
Calvino e la favolistica è il titolo che diedi alla mia tesi e per ricordare il grande scrittore, a 40 anni dalla sua morte (avvenuta il 19 settembre del 1985) credo sia utile partire da qui. Perché da quell’immane lavoro, in cui si immerse «disarmato d’ogni fiocina specialistica, sprovvisto d’occhiali dottrinari», come lui stesso scrive nella prefazione, ricavò una lezione di scrittura. Anzi, la conferma di quello che forse già sapeva, avendolo iniziato a sperimentare nelle sue prime opere, per poi tornarci con altri strumenti e più convinzione nei suoi romanzi della maturità.
E cioè che la fiaba è l’archetipo di ogni racconto possibile, il prototipo della varietà e della ripetizione da cui ogni storia nasce, perché da un campionario ristretto di ruoli e situazioni (l’eroe, l’antagonista, l’intoppo e l’happy end) può scaturire un’infinità di soluzioni narrative. Come una scatola magica, un cubo di Rubik dalle combinazioni sterminate.
Alla ricerca delle favole italiane
Calvino si dedicò per ben due anni alla raccolta e alla traduzione dal dialetto di “cunti” e novelle regionali, ma senza bisogno di una ricerca sul campo, come avevano fatto nell’Ottocento i fratelli Grimm gettando le basi per i capolavori della Disney, bensì attingendo a documenti e studi già avviati. Viaggiando, indagando, collezionando manoscritti e materiale tratto da riviste specializzate e ricerche inedite o poco conosciute scovate tra biblioteche e librerie. Il risultato finale è un tomo con 200 storie appartenenti alla cultura popolare degli ultimi centocinquant’anni, diviso in tre volumi, Nord, Centro-Sud e Isole. Un viaggio meraviglioso tra boschi e palazzi incantati, mantelli invisibili e pozioni magiche.
La fantasia come arma
«Ora che il libro è finito» scrive Calvino «posso dire che questa non è stata un’allucinazione, una sorta di malattia professionale. È stata piuttosto una conferma di qualcosa che già sapevo in partenza, quel qualcosa cui prima accennavo, quell’unica convinzione mia che mi spingeva al viaggio tra le fiabe; ed è che io credo questo: le fiabe sono vere». Cioè sono lo specchio del mondo. La rappresentazione in chiave metaforica delle sue miserie e delle sue debolezze, il catalogo degli umani destini, la «spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminìo delle coscienze contadine fino a noi», spiega ancora l’autore.
Sta tutta qui la forza e la grandezza di Calvino, l’originalità del suo essere intellettuale, in anni in cui l’impegno era necessario, ma purtroppo, non sempre obiettivo. Usare la fantasia come un’arma, la lievità del racconto fantastico come una lente che fa vedere le cose nella loro interezza, mostrandone la verità senza che questa sia distorta dall’opinione di parte o dall’ideologia, togliendole peso per renderla più “masticabile”.
La Resistenza dagli occhi di un ragazzo
È quello che fa fin dal primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno. Storia di formazione e di Resistenza, in cui la lotta partigiana viene raccontata attraverso gli occhi di un ragazzino, Pim, che si avvicina ai guerriglieri per sentirsi grande e imparare il coraggio.
Un punto di vista «spostato e abbassato», come scrisse Pavese, il primo a credere nell’originalità di quel manoscritto e nelle potenzialità del suo giovane autore.
Il libro uscì nel 1947, Italo aveva 24 anni, e aveva sperimentato in prima persona l’esperienza partigiana, insieme al fratello Floriano, entrando prima nelle bande del capitano Umberto e poi nella brigata Giacomo Matteotti. Renitente alla leva, venne portato nel carcere-fortezza di Santa Tecla. In una manciata di anni, ancora studente universitario, ha modo di vivere da dentro una delle pagine più importanti della nostra Storia e di portare con sé aneddoti, personaggi, emozioni, ricordi che lo avvicinano al mondo dei reietti e degli umili, quelli di cui nessuno parla.
Amici di una vita
Tornato a casa dopo la Liberazione, racconta tutto a Eugenio Scalfari, fidato amico dei tempi di scuola, con cui è rimasto in contatto epistolare, e a cui resta legato per tutta la vita. I due avevano frequentato lo stesso liceo a Sanremo, condividendo l’amore per la letteratura e i turbamenti dell’adolescenza.
Il giovane Italo è un ragazzo introverso e di poche parole, ma molto generoso nelle relazioni. Purché le abbia a cuore.
Le sue grandi passioni: editoria e giornalismo
Nato a Cuba, da padre agronomo, Mario, direttore della Stazione Sperimentale di Santiago de Las Vegas, e madre sarda laureata in matematica e scienze naturali, Eva – prima donna a ottenere una cattedra in botanica – si trasferisce ancora piccolissimo nella città ligure dove i genitori vengono chiamati a coordinare la Stazione Sperimentale di floricoltura appena aperta.
Vanno ad abitare in una grande casa che domina la città, Villa Meridiana, con un parco di tremila metri quadrati, serre e laboratori dove decine e decine di specie vegetali vengono studiate, coltivate, catalogate.
Italo è un ragazzino disciplinato e ubbidente, molto protettivo col fratello minore. All’apparenza molto diverso dal vitalismo paterno e dall’interesse per le piante che accomuna entrambi i genitori, ma in realtà molto vicino a loro per lo spirito nomade e anticonformista, oltre che per la passione compilatoria e l’approccio scientifico alle cose.
Dopo il ginnasio, in cui non brilla particolarmente, si iscrive prima ad agraria, ma con poca convinzione, poi a Lettere, presso l’Università di Torino. Qui si avvicina al gruppo degli intellettuali che ruotano attorno alla redazione di Einaudi, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Natalia Ginzburg… Due passioni lo accompagnano per tutta la vita, l’editoria e il giornalismo.
Mentre aumentano la stima e gli incarichi nella casa editrice, scrive articoli per l’Unità e si iscrive al partito comunista.
Guardare il mondo da un’altra prospettiva
Sente la responsabilità e il peso che deve avere la cultura nel dibattito politico e sociale, con un rigore intellettuale che lo porta nel ’56 a stracciare la tessera quando i carrarmati sovietici sopprimono i rivoltosi della primavera di Budapest, mostrando apertamente la deriva dogmatica e dittatoriale che ha preso ormai il comunismo dell’Urss. Mentre Togliatti, in Italia, resta in silenzio.
L’anno dopo Calvino scrive Il barone rampante, storia surreale ambientata nel Settecento illuminista, in cui il protagonista Cosimo Piovasco di Rondò, rampollo 12enne di una nobile famiglia ligure, in seguito a un litigio con i genitori sale su un albero e da lì non scende più. Non scappa dal mondo, semplicemente lo abita e lo guarda da un’altra prospettiva. Imparando a considerare le cose dall’alto, conquistando una visione d’insieme e una giusta distanza capaci di rendere il suo giudizio più obiettivo, il suo intervento più efficace.
Proprio quello che deve fare un intellettuale. E che Calvino farà nel corso di tutta la sua esistenza: osservare, vigilare, guidare laddove possibile, ma senza perdersi in inutili polemiche, conservando l’interesse per le faccende del mondo, senza lasciarsi condizionare.
Tra successi letterari e grande amore
Le avventure di Cosimo di Rondò rappresentano il secondo capitolo della trilogia araldica I nostri antenati, prima c’era stato Il visconte dimezzato (1952), poi Il cavaliere inesistente (1959), tre storie che usano l’allegoria per raccontare la crisi dell’uomo contemporaneo.
In mezzo, le Fiabe italiane. L’estro creativo e immaginifico, il gusto per il fantastico e il bizzarro qui si esprimono al loro meglio. Ma accanto alla produzione allegorico-simbolica, lo scrittore continua a coltivare l’interesse per la società, il suo evolversi verso una dimensione più urbana e disumanizzante. Lo fa nella raccolta di novelle Marcovaldo e ne La giornata di uno scrutatore.
Intanto, dopo una breve e tormentata avventura sentimentale con Elsa De Giorgi, diva del cinema italiano, grande amica di Anna Magnani, già sposata, trova finalmente il grande amore in Esther Singer, detta Chichita. È argentina, piccola di statura, rossa di capelli, lentigginosa, estroversa ed esplosiva. Figlia della buona borghesia di Buenos Aires, ama l’arte e la letteratura, frequenta il giro cosmopolita di Borges e delle sorelle Ocampo, parla varie lingue, lavora come traduttrice per l’Unesco e per la Fao, vive a Parigi col figlio Marcelo.
Italo la conosce a casa di amici e se ne innamora all’istante. Sposata nel 1964, vive con lei fino alla fine dei suoi giorni, viaggiando molto tra l’America e l’Europa, creando legami di amicizia con Julio Cortàzar, Gore Vidal, Salman Rushdie, persino Richard Gere, che sogna di portare sullo schermo un adattamento del Barone Rampante.
Intellettuale postmoderno e ironico
Nel ’67 si trasferisce a Parigi, dove si avvicina agli strutturalisti francesi. Così, dopo aver attraversato il neorealismo, il postmodernismo, il fantasy fiabesco e la fantascienza (con Le Cosmicomiche, Ti con zero), dà libero sfogo alla sua ossessione per le combinazioni scrivendo Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il castello dei destini incrociati, Le città invisibili… Qui il gioco dei rimandi e degli incastri diventa esercizio letterario, divertimento intellettuale spinto allo stremo, ma sempre stemperato dall’uso dello humor e dell’ironia. Intanto, Calvino continua a scrivere articoli, partecipare a programmi, vincere premi, addirittura nel 1981 presiede la giuria della 38° Mostra del cinema di Venezia. Nel 1985 viene invitato dall’Università di Harvard per tenere un ciclo di 6 incontri nell’arco del nuovo anno accademico.
Ne nasce un saggio, pubblicato postumo, Le lezioni americane Sei proposte per il prossimo millennio, che non verrà mai concluso. Il 6 settembre, all’età di 61 anni, Calvino viene colpito da un ictus nella sua villa a Castiglion della Pescaia, nella pineta di Roccamare, dove trascorre ormai gran parte del tempo. Muore il 19 settembre a causa di una emorragia cerebrale.
L’eredità di Calvino
Lascia ai postumi un’eredità immensa, legata non solo al grande e variegato campionario di titoli, ma anche al messaggio di libertà e coraggio con cui ha saputo farsi interprete del suo tempo. Spesso nuotando contro corrente, esercitando una sana e costruttiva disubbidienza. Quella che ha reso immortale il suo barone di Rondò e che ha sintetizzato in modo egregio lo stesso autore: «La disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella».