C’è una frase, verso l’inizio di Fine primo tempo, il romanzo d’esordio del giovane scrittore irlandese John Patrick McHugh, che mi è rimasta impressa: «La questione era che John non aveva un futuro. Aveva il giorno successivo. Ovviamente. E quello dopo ancora. Eppure il futuro, per quanto potesse essere nebuloso, non rappresentava una vera e propria realtà per lui». È una frase che parla di un adolescente nell’Irlanda del 2009, ma che suona stranamente familiare a chiunque abbia vissuto, o stia vivendo, quella sensazione di avere il mondo davanti e non sapere da dove cominciare. Non è (solo) un romanzo sull’adolescenza.
Fine primo tempo, edito da Heloola Books, è uno di quei romanzi che ti leggono mentre li leggi. L’ho divorato a 24 anni e ho riconosciuto tutto: il confronto continuo, la paura di non essere abbastanza, l’idea che tutti gli altri abbiano già capito qualcosa che a te sfugge ancora. Segue John Masterson – 17 anni, su una piccola isola irlandese in cui tutti conoscono tutti, l’ultima estate prima dell’università – con la precisione e la delicatezza di un’ombra. Il titolo italiano, un po’ calcistico e un po’ esistenziale, è perfetto. C’è il calcio gaelico, gli spogliatoi, le partite dove si riversano tutte le frustrazioni della vita fuori dal campo. C’è l’amicizia maschile fatta di codici, di aggressività al limite del bullismo, di lacrime che sono cose “da vigliacchi”. C’è il corpo che cambia e che inizia a fare schifo: John si guarda allo specchio e si definisce «raccapricciante, stupido, inesperto». C’è il sesso come classifica di campionato, la prima relazione con una ragazza di due anni più grande, la voglia di innamorarsi ma anche la paura di farlo troppo sul serio. E poi c’è la famiglia che si sgretola, piano, in silenzio, dopo che un selfie nudo della madre fa il giro di tutta l’isola. E gli vale il soprannome “Tette”. «È permesso odiare la propria famiglia e allo stesso tempo desiderare ancora che resti unita?», si chiede. Come quando si scopre che mamma e papà non sono supereroi, che sanno essere sgradevolmente imbarazzanti, che ci fanno pena a volte e che sbagliano come noi. Talvolta anche di più.

McHugh scrive come parlano i ragazzi di quell’età: diretto, volgare a tratti, tenero quando meno te lo aspetti. Non filtra nulla. E il risultato è un romanzo che non assolve nessuno – né John, né i suoi amici, né i suoi genitori – eppure ti fa fare il tifo per tutti. Sally Rooney lo ha definito «un trionfo». Sono due amici, prima ancora che due colleghi, e si capisce. C’è la stessa intelligenza emotiva, la stessa capacità di guardare le relazioni da vicino senza giudicarle. Ho incontrato John Patrick McHugh in videocall da Galway, dove vive e scrive. È esattamente come immaginavo: sorridente, genuino, gentile. Uno di quegli scrittori che sembrano ancora stupirsi del fatto che scrivere sia diventato il loro lavoro. Mettiti comoda, abbiamo chiacchierato a lungo.
Intervista a John Patrick McHugh
Dov’è nata l’idea per questo libro e quanto c’è di autobiografico?
«C’è molta più finzione di quanto si possa pensare, soprattutto considerato che il protagonista si chiama John! (ride, ndr). Un giorno mi è apparsa l’immagine di apertura: due persone che pomiciano in un bosco. Mi sono chiesto chi fossero e che rapporto avessero. E quasi immediatamente, cosa che di solito non succede, avevo già un retroscena, una relazione, due personaggi e una famiglia. È arrivato tutto molto in fretta, quasi per magia. Poi ci sono i temi che esploro da quando ho cominciato a scrivere – il potere, le dinamiche relazionali, il desiderio – ma la scintilla è stata quella scena. Quanto all’autobiografismo, penso che tutta la buona narrativa debba avere un po’ di vita reale al suo interno. John Masterson non sono io, ma ci sono parti di me in lui, e anche nella sua fidanzata Amber, e anche nel suo amico Studzy. È tutta finzione, anche se i miei amici più stretti sono convinti del contrario (ride di nuovo, ndr)».
Com’eri tu a 17 anni? Sapevi già cosa volevi o eri più simile a John Masterson?
«Anch’io, come John, non pensavo al futuro ma semplicemente al giorno successivo. Ero simile a lui: abbastanza perso, ingenuo, me ne stavo a galleggiare tra amici e sport, non avevo ancora assorbito molto della vita. Mi piaceva leggere, mi piaceva la poesia, ma sono dislessico e non avevo piena fiducia in me stesso. Quando mi sono iscritto all’università ho scelto le materie umanistiche quasi senza capire bene cosa fossero. Non mi ero mai immaginato come scrittore. Il college è stato un risveglio: ho visto qualcosa che amavo senza sapere di amarlo».
I commenti dei compagni di John sulle ragazze nel libro sanno essere piuttosto crudeli. Pensi che i ragazzi siano consapevoli di questa misoginia?
«È una domanda a cui ho cercato di rispondere anche mentre scrivevo: nel romanzo ci sono passaggi che non rileggo con gioia, anzi mi spezzano il cuore. Ero consapevole di affrontare una materia difficile e speravo di farlo con intelligenza e sfumatura. Se ripenso a noi ragazzi a quell’età… c’era misoginia, c’erano atteggiamenti patriarcali, ma non ne eravamo consapevoli. Non comprendevamo davvero le dinamiche di potere o il peso politico della mascolinità, e spesso l’ignoranza porta con sé insicurezza. I ragazzi del romanzo sono molto soli, si nascondono dietro una maschera di baldanza che non è il loro vero sé. Anche l’educazione sessuale non esisteva, ai miei tempi: si imparava tutto dai fratelli maggiori, dai ragazzi più grandi, dalla pornografia, fonti rozze e irrealistiche. Volevo mostrare come la misoginia possa evaporare nell’aria, esserci senza che nessuno la chiami con il suo nome. John Masterson non è un misogino nel senso pieno del termine, ma ha delle convinzioni sessiste».
John si guarda allo specchio e non sopporta il suo aspetto. Parliamo abbastanza di questo, del confronto costante e del non sentirsi mai abbastanza attraenti?
«Per le donne è un tema molto presente, per i ragazzi meno. Quando vado in palestra, vedo giovani che rincorrono un ideale fisico irrealistico, proporzioni da Hercules della Disney. Sono sempre stato abbastanza autocosciente, cambiando molte scuole e spogliatoi nel corso degli anni. Ho voluto mostrare la tenerezza nascosta dietro la sfrontatezza chiassosa di certi ragazzi. Nel romanzo c’è anche una scena volutamente comica: il cliché vuole che sia la donna a chiedere alle amiche “Mi fa sembrare grassa questo vestito?”, mentre in Fine primo tempo è John a chiederlo ai suoi amici. È buffo, ma c’è anche qualcosa di malinconico in quella scena. E la risposta degli altri – “No, amico, stai benissimo” – ha qualcosa di toccante. È un territorio di cui sarebbe utile parlare di più».
Nel libro piangere è da femminucce e John dice che ci sono cose di cui non riesce a parlare con i suoi amici. Pensi che i ragazzi di oggi si sentano più liberi di esprimere la propria vulnerabilità?
«Vorrei crederlo. I 17enni di oggi mi sembrano molto più aperti rispetto a com’ero io: più consapevoli del mondo e a proprio agio con la sessualità e con le emozioni. Il clima è più sano, sincero, attento. Ma parlare di sé resta sempre difficile, anche per me ancora oggi. John sente un’enorme pressione, non riesce ad aprirsi. Eppure, quando lo fa davvero, raramente viene accolto con scherno. Quasi sempre trova qualcuno che gli dice anch’io ho passato una cosa simile. Essere vulnerabili è difficile a qualsiasi età».
Il calcio gaelico è molto più di uno sport per John e gli altri, è quasi un rito di passaggio. Perché lo hai scelto come elemento centrale?
«In parte per un motivo quasi banale: mi chiedevo perché il football gaelico non apparisse mai nei romanzi irlandesi. E poi c’è un altro aspetto. John ha 17 anni, non è più un bambino, ma non è ancora un uomo. Alla sua età io mi allenavo con i senior, cioè ragazzi di 20 o 30 anni, un mondo incomprensibile per me. Mi sembrava il modo perfetto per mostrare quella zona grigia, quella transizione confusa e impreparata dall’infanzia all’età adulta: all’improvviso sei grande, senza che nessuno te lo abbia insegnato. Volevo che lo sport diventasse il terreno su cui si giocano il corpo, la competizione, le relazioni maschili, l’autostima. Ho vissuto spogliatoi in cui avrei dato tutto per vincere, poi ti fermi un secondo e pensi: vincere cosa, esattamente? È una domanda che John si porta dietro per tutto il romanzo. E poi ci sono questi ragazzi che non riescono ad aprirsi emotivamente tra di loro, ma che in campo si trovano ad afferrarsi, tirarsi per le maniche, toccarsi, sfiorarsi con i pantaloncini corti… Era un paradosso interessante».
Il selfie della madre che diventa virale sull’isola è devastante per John. Come hai pensato al suo rapporto con i genitori?
«Amber e John mi sono venuti in mente subito, in un lampo. I genitori, invece, sono cresciuti nel corso della scrittura, quasi senza che me ne rendessi conto. A un certo punto ho capito che non sarebbe stato il padre il fulcro, ma la madre. Sono sempre stato poco interessato ai personaggi in bianco e nero, ai buoni e ai cattivi. Amo il grigio, le persone fallibili con buone intenzioni. Volevo che entrambi fossero così: pieni d’amore per John, buoni genitori, eppure infelici, con i loro errori. John è in quell’età in cui comincia a rendersi conto che i genitori non sono supereroi. In certa letteratura irlandese il padre è una figura austera, chiusa, priva di tenerezza. Ho voluto rovesciare quell’idea. Anche nelle loro imperfezioni, anche mentre si separano, questi due personaggi mantengono la loro dignità. Sono umani. E quando scrivevo di loro, mi commuovevo spesso».
John non riesce a pensare al futuro, «in un mondo morente e guerrafondaio». È anche la sensazione di molti giovani oggi. Tu e John siete Millennial, pensi che la Gen Z viva le vostre stesse paure? O ci sono ancora più pressioni oggi, con gli smartphone e i social?
«Questa generazione mi sembra più sveglia, aperta e consapevole di quanto fossi io, sulla sessualità, sulla politica, sul mondo. Ma subisce pressioni enormi. Mi sembra che oggi non ci si possa permettere di sbagliare: basta un errore, e tutto è finito. Se penso a me stesso a 17 anni con uno smartphone in mano, mi pare un inferno. Il punto della vita, di crescere, è sbagliare. Se John fosse un diciassettenne di oggi, i suoi problemi fondamentali sarebbero probabilmente gli stessi: entrare in squadra, conquistare una ragazza, essere “cool”. Ma a tutto questo si aggiunge il peso di una sorveglianza continua. Io stesso a volte mi sento in ombra, e non ho nessuno che mi guarda (ride, ndr). Anch’io, come John, avevo solo “il giorno dopo”. Non sapevo bene cosa fare o dove andare. Poi, per fortuna, al primo anno di università ho incontrato i libri, la scrittura, e da lì ho visto una strada. Ma non sempre succede a 17, 18, 19 anni. Può capitare a 40, e va bene lo stesso».
Vieni da una tradizione di racconti brevi (Pure Gold, del 2021). Cos’è che ti ha convinto che questa storia meritasse un romanzo?
«I personaggi, semplicemente non se ne sono più andati. Li sentivo parlare in testa mentre camminavo. È stato quasi miracoloso. Mi sono sempre un po’ irritato quando leggevo interviste di autori che parlavano della scrittura in modo mistico e magico, pensavo: ma sono solo parole. Adesso sono diventato uno di loro (ride, ndr). Guardo questo romanzo e a volte mi chiedo ancora come sia potuto succedere».
Sei cresciuto a Galway. Quanto le tue radici irlandesi hanno plasmato il tuo modo di scrivere?
«Tantissimo. Essere irlandese mi ha formato profondamente. Siamo un’isola piccola, ma il calibro degli scrittori che abbiamo prodotto è semplicemente incredibile. Ho anche avuto la fortuna di beneficiare di un sistema di finanziamento pubblico alle arti molto solido, che mi ha permesso di lavorare part-time e di scrivere con continuità. Non riesco a immaginare di scrivere qualcosa ambientato a New York, o anche nella tua bellissima Italia. Tutto ciò che voglio raccontare è qui, e in particolare su un’isola al largo della costa del Mayo, a un’ora di barca. Non so spiegare perché. È lì che sento di dover guardare. Una delle cose più belle del vedere il romanzo tradotto è che persone lontanissime dal mio mondo riescono a trovare qualcosa in un libro così… irlandese! E io sento la stessa cosa quando leggo Natalia Ginzburg: mi sembra che capisca la vita in modo profondo, eppure è distantissima dal mio universo. È il miracolo dei libri».
Sally Rooney ha lodato il tuo libro. Come vi siete conosciuti e com’è la vostra amicizia oggi?
«Sally non mente, quindi dev’essere vero ciò che dice (ride, ndr). L’ho conosciuta quando avevo 22 anni, stavamo entrambi cominciando a scrivere, lei faceva poesia e stava iniziando con la prosa. Un editor, Tom Morris, ci ha messi in contatto e ci siamo subito trovati bene. Il nostro rapporto è rimasto essenzialmente lo stesso di allora: la considero una delle mie migliori amiche, ci scambiamo ancora i testi e mi fido di lei come di nessun altro. È buffo perché Sally Rooney è diventata Sally Rooney, ma è ancora la stessa persona con cui scambiavo pagine a 22 anni, riservata, modesta. Mi sento fortunato di aver potuto assistere alla sua ascesa, e mi è sempre sembrata del tutto meritata. Già allora, leggendo i suoi scritti, pensavo: è molto brava».
Quando non scrivi, cosa ti piace fare? E cosa trovi noioso?
«La mia giornata ideale: scrivere, leggere un bel libro, andare al pub. Quella è la perfezione. In generale mi piace stare con gli amici, andare a correre, leggere. Quanto al noioso: le serie televisive, non riesco ad appassionarmi, a parte I Soprano. Ho la fortuna di amare il mio lavoro, e quindi la giornata ideale lo contiene sempre, in un modo o nell’altro».
Quando un lettore termina Fine primo tempo, cosa speri che rimanga con lui?
«I personaggi, il protagonista John Masterson. Spero che resti con il lettore non come uno da amare, ma come uno che ti fa arrabbiare e per cui fai il tifo allo stesso tempo. Mi piacciono quei personaggi: umani, reali, in cui magari ti riconosci in parti che preferiresti non vedere. È quello il potere della narrativa. Spero anche che abbiano riso un po’, e forse pianto. Se i personaggi restano, per uno scrittore è già un sogno».