«Attraverso il calvario si arriva a conoscere se stessi, e non è un incontro da poco». Cédric Sapin-Defour, autore rivelazione della narrativa francese con il bestseller del 2023 Il suo odore dopo la pioggia, in cui raccontava di come il suo cane Ubac gli avesse cambiato la vita, è tornato in libreria con Dove cadono le stelle (Salani) per raccontare un’altra vicenda autobiografica.

Da dove nasce il nuovo libro di Cédric Sapin-Defour

Venerdì 12 agosto 2022, in una valle della provincia di Bolzano, Cédric Sapin-Defour e sua moglie Mathilde si lanciano in volo con il parapendio. Conoscono quelle montagne, sono abituati alle imprese spericolate, che condividono da quando si sono conosciuti all’università per diventare entrambi insegnanti di educazione fisica. Subito dopo il lancio, però, Cédric perde di vista Mathilde. Il romanzo, con uno stile accorato ma privo di toni patetici, narra un drammatico incidente e una lunga convalescenza, in cui si alternano fatica, pazienza, dolore e speranza. Un tempo sospeso descritto in tutte le sue sfumature, tra momenti di fragilità e di enorme resilienza. Ma soprattutto l’autore scandaglia il cambiamento di un uomo alle prese con la paura più grande: perdere la persona che ama di più.

Cito dal suo libro: «Scrivere è fuggire il reale e imprigionarlo intero. Sotto le parvenze di supplizio, è il mio unico rimedio».

«Scrivere è stato un modo per fissare gli eventi e, allo stesso tempo, sbarazzarmi del reale. Ho spostato il peso del dolore, l’ho distribuito tra le pagine. A quel tempo doveva essere una lunga lettera per mia moglie, solo per lei: avevo in mente qualcosa che le permettesse di riprendere il suo spirito esuberante e vitale e tornare da noi. Avrebbe potuto ricostruire se stessa anche con il mio aiuto, leggendo tutto quello che le era successo».

L’incidente di Mathilde

Che trauma ha subito Mathilde?

«Aveva un ematoma cerebrale, un trauma spinale, 11 vertebre e 20 costole rotte. Era a pezzi, all’inizio non si sapeva neanche se ce l’avrebbe fatta. Non riusciva a muoversi o a parlare. Aveva perso la memoria e non capivo neanche se mi riconoscesse».

L’incidente è avvenuto in Italia, tra le montagne che amavate.

«Da lì ci eravamo lanciati tante volte con il parapendio… Il percorso di cura è cominciato in Trentino-Alto Adige: i medici hanno dovuto pensare prima di tutto a salvarle la vita. Dopo 15 giorni c’è stato il rimpatrio in Francia per la riabilitazione: un calvario durato un anno. Ma, una volta a casa, non è finita: Mathilde è ancora in fase di ricostruzione. Fisicamente, psicologicamente e socialmente. Quando ti capita un incidente di quella portata, la tua “seconda vita” è interamente dedicata alla ricostruzione».

Lei scrive: «Se smetti di guardarmi, allora noi spariremo. E l’amore pure».

«Io credo che non solo l’amore, ma tutte le relazioni tra gli esseri umani dipendano dallo sguardo degli altri su di noi. All’inizio mia moglie non mi guardava più negli occhi, quindi mi sono chiesto in che cosa consistesse la nostra relazione e mi sono risposto che un rapporto esiste finché lo sguardo di chi ci ama continua a poggiarsi su di noi».

La copertina del romanzo di Cédric Sapin-Defour "Dove cadono le stelle" (Salani)

Convivere con il senso di colpa

Il suo senso di colpa attraversa ogni momento del racconto. Oggi lo avverte meno di allora?

«Non posso incolpare il vento o la montagna di quello che ci è capitato, quindi, quando risalgo la catena delle responsabilità, vedo che il solo responsabile sono io, perché 25 anni fa ho fatto conoscere la montagna a Mathilde e anche lei se ne è innamorata, al punto da lasciare tutto per una vita quasi nomade. In più, lei quel giorno non se la sentiva di volare, aveva delle sensazioni negative, ma alla fine mi ha seguito lo stesso. Il senso di colpa è sempre vivo, viene placato soltanto quando mia moglie mi ricorda che, se mettiamo sul piatto della bilancia il dolore e le gioie passate insieme in 20 anni, la bilancia pende dalla parte dei momenti belli».

Descrive in modo crudo la perdita di dignità del corpo, la vergogna della malattia, la pena che prende il sopravvento sull’attrazione.

«Il libro ha 400 pagine e non mi sarei sentito onesto se non avessi raccontato anche le parti più scabrose, dure, umilianti. Il corpo di mia moglie era uno scheletro, aveva il cranio spaccato e rasato, non riusciva a trattenere le feci. Chi è passato attraverso queste esperienze sa che non c’è niente di poetico. Ma lei era d’accordo con me, non volevamo raccontare bugie. Mi sono domandato se, quando un corpo diventa irriconoscibile, si riesca a fare a meno del desiderio carnale: mi sono risposto che ci sono elementi di avvenenza di una persona che non hanno a che fare solo con il fisico».

Cédric Sapin-Defour: «Quando capitano certe cose, le certezze si azzerano»

A un certo punto dice a Mathilde: «Sentiti libera di morire, ce la farò anche da solo». Si arriva a quel punto per pietà o stanchezza?

«Avvertivo che Mathilde poteva sentirsi responsabile nei miei confronti al punto da resistere per non lasciarmi solo, quindi le ho mentito. Probabilmente, se lei non ce l’avesse fatta, io l’avrei seguita. Quando va tutto bene, è facile dire “Farei questo” o “Non farei quello”. Invece, quando capitano certe cose, le certezze si azzerano».

La montagna è un luogo di libertà estrema, ma anche il teatro dell’imprevisto. Oggi che rapporto ha con la sua più grande passione?

«Ho attraversato varie fasi: all’inizio le ho girato le spalle, perché ero disperato e arrabbiato. Poco alla volta mi sono riconciliato: solo in montagna, nella natura e tra gli animali, avverto le vibrazioni che mi fanno stare bene. Anche mia moglie ama ancora la montagna, per noi è vitale».

Nel finale racconta la quotidianità nella vostra casa di Beaufort. Tra i grandi progressi di Mathilde e qualche inevitabile discussione…

«Come scrivo nel libro, le persone che ci vedono da fuori ci dicono che stiamo bene, ma solo noi sappiamo che cosa viviamo ogni giorno: mia moglie cerca di migliorare la sua condizione facendo piccoli progressi e io, a volte, vivo la frustrazione di sentirmi solo un caregiver. Abbiamo fatto entrambi un percorso di psicoterapia per “riaccordare” le nostre solitudini: lei dopo mesi immobile in un letto e io a urlare la mia disperazione nella foresta».