«Io ci provo a non raccontare gli adolescenti, dicendomi questa volta è l’ultima, ma sono gli adolescenti che vogliono essere raccontati da me». Con questa dichiarazione, Niccolò Ammaniti ha ringraziato per il Primo posto nella sezione Narrativa che il suo romanzo Il custode, si è aggiudicato all’ultima edizione del Premio Costa Smeralda, la kermesse letteraria promossa dal Consorzio Costa Smeralda, con il patrocinio del Comune di Arzachena e la direzione artistica di Stefano Salis. A decretare i vincitori, anche della categoria Saggistica (quest’anno vinta da Adriana Cavarero con Il canto delle sirene), una giuria di illustri colleghi, composta da Marcello Fois, Lina Bolzoni, Elena Loewenthal e Chiara Valerio. Nel panorama della narrativa italiana, Ammaniti, è uno dei protagonisti più apprezzati e tradotti. Dai romanzi che hanno segnato generazioni di lettori, come Branchie, Io non ho paura, Come Dio comanda (Premio Strega 2007), fino ai lavori più recenti, l’autore romano, ha costruito un immaginario in cui horror, ironia e tenerezza convivono nello stesso spazio narrativo.

La trama di “Il custode” di Niccolò Ammaniti

Con Il custode (Einaudi) Niccolò Ammaniti racconta, con la voce del 13enne Nilo Vasciaveo, un mondo adulto oscuro e contraddittorio. Il romanzo è ambientato a Triscina, un borgo della Sicilia isolato dal mondo. Ufficialmente la famiglia di Nilo gestisce un’attività di lavorazione del marmo, in realtà porta avanti da generazioni una missione più inquietante: proteggere un segreto indicibile, nascosto tra le mura domestiche. Ma essere “custode”, per Nilo, significa rinunciare agli amici, ai social, alla libertà. Fino all’arrivo in paese di Arianna e di sua figlia Saskia, grazie alle quali scoprirà la forza del desiderio e la possibilità di una vita diversa.

La voce dell’adolescenza

In Il custode torna, con lo sguardo e la voce di un 13enne, una prospettiva che aveva già funzionato in Io non ho paura e Io e te, come a concludere una sorta di trilogia…

«Sì, la voce di un adolescente è una voce ancestrale, di chi ancora non ha avuto esperienza del mondo e ripone speranze nel futuro. È una voce anche di metamorfosi: si abbandona l’infanzia e bisogna attraversare il guado dell’adolescenza, nel quale c’è ancora la memoria delle fantasie infantili ma i desideri diventano potenti, adulti. È una miscela esplosiva».

La ditta “Marmi Sorelle Vasciaveo” di mamma Agnese e zia Rosa nasconde un’attività secolare che ha come protagonista un monstrum mitologico. Il mito dialoga ancora con l’umanità?

«Nel libro ci sono Le metamorfosi di Ovidio, c’è Scilla, ci sono le Sirene, c’è Medusa. Senza il mito non potremmo conoscere e riconoscere le nostre basi culturali mediterranee. Gli dei sono più umani degli umani, le loro storie di violenza, crudeltà, odio, amore ci appartengono, anche se le abbiamo sotterrate prima con una religione monoteista, per semplificare, e oggi con le nuove tecnologie. Ma le tragedie e i miti greci, tanto amati dalla madre di Nilo, rimangono necessari per la cultura umanistica».

La cover del romanzo "Il custode" di Niccolò Ammaniti

Il protagonista Nilo, diviso tra famiglia e amore

Quando in paese arrivano dal Nord Arianna e Saskia, Nilo è stregato. Grazie a loro scopre il desiderio che brucia le viscere.

«Il romanzo è dedicato alle donne, non a caso scrivo: “Alle donne della mia vita”. Anche Medusa, prima di diventare un mostro, è stata una ragazza abusata, punita per essere troppo bella, in questo senso rappresenta tante donne. Molte, come Arianna, fanno di tutto per compiacere gli uomini, ma io credo che non ci sia niente di peggio che rovinarsi la vita per amore. Tanto che Arianna dice a Nilo: “Tieniti lontano dall’amore perché la vita, per colpa dell’amore, non è più tua”. Lei è il prototipo della donna che si fa usare dal suo compagno, dal suo agente, dai suoi follower: è disposta a tutto nel tentativo disperato di essere amata».

Custodire vuol dire proteggere qualcosa, ma anche esserne prigionieri. È un gesto ambiguo. In questo caso è una metafora delle eredità familiari che ci tocca accollarci nostro malgrado?

«La famiglia Vasciaveo custodisce da secoli un segreto e questa missione diventa una prigione per Nilo. Ognuno nasce in una famiglia che ha una storia: può essere meravigliosa o terribile. In questo caso è una missione a cui Nilo si dedica anima e corpo da piccolo, perché ha assoluta fiducia in sua madre e sua zia. Ma poi, arrivata l’adolescenza, c’è il tentativo di svincolarsi dalla matassa che lo avvolge, ed è l’amore che gli apre nuovi orizzonti».

Niccolò Ammaniti: la lettura deve scuoterci

Dialoghi fulminanti, personaggi grotteschi e tragici allo stesso tempo… I suoi romanzi sono talmente “visuali” che sembrano già cinema.

«Fa parte del mio modo di scrivere, è la mia maniera di vedere e di raccontare il mondo. Ma non penso al cinema quando scrivo, penso a essere originale, anche rispetto a me stesso. Sono anche convinto che spesso ci facciano “vedere” più cose i libri che il cinema o la tv».

Il finale, sorprendente e spiazzante, mi ha ricordato i tempi dell’antologia Gioventù cannibale.

«Quella di provocare e destabilizzare è una mia necessità nella scrittura. Smentire le premesse del libro e portare la storia a “dibattersi” fino alla fine. Qui racconto delle metamorfosi, anche quella di Nilo. Penso che la lettura debba scuoterti e farti interrogare: se non ti va di metterti in gioco, puoi sempre rifugiarti nei libri edulcorati».

Gli scrittori ultimamente prediligono temi surreali o l’autofiction. Il presente è troppo inquietante?

«La violenza del presente ci annichilisce. Tuttavia penso che per chi fa il narratore, e non il saggista o il giornalista, non sia obbligatorio parlare del presente. Gli scrittori sono più adatti a esplorare altre dimensioni».

Niccolò Ammaniti: «C’è sempre meno spazio per il pensiero critico»

In una recente intervista ha detto: «Il pensiero critico è ormai inaccettabile, è più facile schierarsi. In difficoltà ci sono le persone che hanno dubbi, i moderati». Lei si sente in difficoltà?

«Negli ultimi anni c’è una spaccatura netta tra posizioni opposte che lascia sempre meno spazio al pensiero critico. Anche sui social il like è una presa di posizione semplice: mi piace o non mi piace. Ma, senza i dubbi, il pensiero complesso muore. Peccato, perché moltissime cose vivono nella possibilità del “forse”».

A settembre compirà 60 anni. Ha un sogno da realizzare dopo la svolta?

«Desidero tanto viaggiare di più. Spostarsi aiuta a riconquistare lo sguardo infantile, rimette in gioco la meraviglia. Oggi è difficile farlo, ma io spero che presto sarà di nuovo possibile, perché in vecchiaia non bisogna spaventarsi e chiudersi in casa, ma allargare sempre di più lo sguardo sul resto del mondo».