«Le donne vengono private di spazio da così tanto tempo che quando una finalmente accede all’arena ha il terrore che un’altra le rubi il posto. Ma lo spazio non funziona così, vede tutti nell’arena, tanto più forti quanto più cresce il loro numero. Più donne nell’arena, quindi, più spazio per l’ascesa di tutte noi, più forti insieme».
Francesca Giannone e il valore della sorellanza
Appena incontrate, dopo le prime battute sul valore della sorellanza, Francesca Giannone ha voluto leggermi questi versi della poetessa canadese di origine indiana Rupi Kaur che racchiudono il significato del suo ultimo romanzo. Dopo La portalettere, bestseller del 2023 da 800.000 copie, e Domani, domani, tra i libri più letti del 2024, l’autrice salentina torna in libreria con Gli anni in bianco e nero (Nord): la storia di quattro donne che negli anni ’60, in un piccolo paese del Sud in provincia di Lecce, riescono a realizzare i loro sogni rimanendo unite e spalleggiandosi. Gli anni in bianco e nero del titolo sono quelli delle sorelle Maria, Giovanna, Ada e Mimì, scanditi da giornate sempre uguali nella sartoria di famiglia, con un padre-padrone, e di una madre amorevole ma rassegnata. Così, mentre attorno si accendono le lotte operaie e le occupazioni studentesche, e si formano i primi gruppi femministi, le sorelle Elia combattono le loro rivoluzioni private.
Com’è nato questo romanzo sul valore della sorellanza?
«Le svelo una cosa: stavo lavorando a un’altra storia. Poi una sera ho visto il film Diamanti di Ferzan Özpetek e nella testa ho cominciato a sentire la voce di Mimì, la protagonista. Ho deciso di darle spazio per esprimersi, l’ho fatta parlare – è il mio primo romanzo in prima persona – e man mano si sono materializzate le sorelle e gli altri personaggi».
Dopo due bestseller aveva un po’ di ansia da prestazione?
«In realtà, l’ansia l’ho vissuta più dopo La portalettere. Sarei riuscita a scrivere una storia all’altezza di quel romanzo? Anche perché era stato un successo inaspettato: avevo mandato il manoscritto alla casa editrice Nord, accompagnandolo con una lettera di presentazione e dopo due mesi la direttrice editoriale mi ha proposto il contratto. Non ho neanche un agente letterario: preferisco interfacciarmi con l’editore senza intermediari. Gli editori dovrebbero essere più attenti ai manoscritti di autori che si propongono da soli: magari tra loro c’è una voce a cui dare fiducia e su cui investire».

Quattro sorelle, quattro modi di cercare la libertà
Maria, Giovanna, Ada, Mimì: quattro modi di immaginare il futuro con il grande sogno della libertà di esprimersi.
«Maria, la maggiore, cerca la libertà dalla famiglia d’origine sposandosi presto; Giovanna scappa con lo studente “comunista” Luigi; Ada vive di nascosto una relazione omosessuale; Mimì si innamora segretamente del cinema. Poi c’è l’associazione femminista Cassandra, fondata da Ada per dare voce alle donne. A volte idealizziamo gli anni ’60, ma volevo ricordare che troppe donne allora non avevano diritti. Mi premeva raccontare che le nostre bisnonne e nonne sono morte senza aver goduto delle leggi a favore dei diritti femminili, senza sapere che c’era un’altra possibilità di vita».
Scrive: “Non si può chiamare amore un rapporto in cui la donna viene trattata in quel modo”.
«Tutte le protagoniste del romanzo si rendono conto che gli uomini con cui stanno non le rispettano abbastanza per poter chiamare quel sentimento “amore”. Perfino Luigi, apparentemente progressista e di sinistra, vorrebbe che fosse Giovanna a fare un passo indietro. E Vincenzo alla fine delude Mimì mettendo la madre al primo posto. Per fortuna Mimì, grazie alla rete di salvataggio delle sorelle più grandi, si rende conto che i suoi amori veri sono quello verso se stessa e quello per il cinema. Sono convinta che, per ottenere quello che vogliamo, sia fondamentale avere altre donne che ci coprono le spalle. Come dice Mimì nel finale: quando raggiungiamo i nostri obiettivi, noi siamo tutte le donne che ci hanno preceduto e tutte quelle che verranno».
L’indipendenza economica come vera emancipazione
Le quattro sorelle riescono poi a “liberarsi”…
«Maria e Giovanna lasciano la sartoria in paese e aprono un atelier di moda a Lecce; Ada, in occasione degli scioperi alla fabbrica del tabacco in cui lavora, fonda l’associazione femminista Cassandra; Mimì conquista una borsa di studio al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. La libertà di una donna, ieri come oggi, passa attraverso l’indipendenza economica».
Mimì sceglie la macchina da presa come voce. Quanto c’è di lei in Mimì?
«C’è un po’ di me in tutte le sorelle, in aspetti passati e presenti. Ma mi ritrovo in particolare nella passione per il cinema di Mimì e nello spirito ribelle di Giovanna. Come per alcune delle sorelle Elia, la piena consapevolezza per me è arrivata solo a 44 anni, e non è stato un uomo a darmela ma il mio amor proprio e il mio lavoro. Mi ha aiutato molto la psicoterapia, che è coincisa con la scrittura del mio primo romanzo. Con quel libro finalmente ho liberato la mia voce».
Il Salento come luogo dell’anima
I suoi romanzi sono ambientati in Salento, che diventa anche paesaggio dell’anima.
«Ci tengo molto. Nella letteratura classica e in quella contemporanea il Sud viene spesso raccontato da campani o siciliani, meno dai pugliesi. Infatti i salentini sono contenti di questa mia scelta. Voglio parlare della terra in cui non abito più da anni, ma in cui in futuro vorrei tornare e aprire un’azienda agricola in cui produrre vino. Dopo tanto girare, sogno un futuro lì».
Il romanzo suggerisce che raccontare sia una forma di resistenza.
«Ovunque nel mondo le donne sono oppresse da un carico fisico e mentale troppo pesante. Anche in Occidente, se vogliono essere indipendenti economicamente, spesso non hanno spazio da dedicare a se stesse. Da femminista credo che trattare queste tematiche sia la mia battaglia, magari nel prossimo romanzo ne parlerò attraverso donne del presente. Oltre che nei libri, lo faccio nella pratica quotidiana: sono convinta che la so- Il nuovo romanzo di Francesca Giannone Gli anni in rellanza sia contagiosa!».