Uno: non esistono sport da maschi e sport da femmine. Due: più rispetto per il corpo. Tre: sì a una sana competizione, no all’ansia da performance… Giovanni Malagò, Presidente del Coni, ascolta assorto, il mento appoggiato sulle mani, mentre gli elenco i 10 punti del Manifesto di Donna Moderna per lo sport femminile che trovate in fondo a questa intervista. Abbiamo voluto stilarlo in un momento importante: l’inizio della “stagione dei Mondiali”, – nuoto, scherma, calcio femminile, atletica, ritmica – che ci porterà alle Olimpiadi di Parigi 2024. E con un obiettivo, altrettanto importante: contribuire a sradicare il gender gap che ancora esiste, anche, nello sport. Malagò annuisce. Ogni tanto guarda fuori dalla grande vetrata del suo ufficio al 44esimo piani dell’Allianz Tower a Milano, dove ha sede il Comitato organizzatore dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 che presiede. Non lontano lo stadio di San Siro, che ospiterà la cerimonia inaugurale. Alle pareti i ritratti dei campioni e delle campionesse che hanno fatto grande l’Italia: da Gustav Thoeni ad Alberto Tomba, da Deborah Compagnoni a Sofia Goggia. Gli squilla il cellulare, per suoneria, l’Inno di Mameli, lui si scusa, risponde velocemente e «Torniamo a noi. Donne, sport, diritti» dice, affabile e pacato. Dopo ogni domanda fa una pausa di qualche secondo per concentrarsi, poi inizia a parlare, inframmezzando le risposte, di intercalari: «Le dico una cosa», «Ascolti», «Mi segua».

Giovanni Malagò firma il Manifesto di Donna Moderna

Presidente Malagò, firma il nostro manifesto?

«Assolutamente sì. Enuncia principi in cui credo come uomo ancora prima che come Presidente del Coni. Sono iperconvinto del fatto che l’universo femminile esalti i valori che sono le, fondamenta dello sport: passione, determinazione, lealtà».

Suppongo, quindi, che non sia d’accordo con Pierre de Coubertin, il padre delle Olimpiadi moderne, il quale sosteneva che la partecipazione femminile ai Giochi fosse “inutile e antiestetica”.

«Il barone de Coubertin ebbe un’intuizione geniale: non l’avesse avuta, adesso, non saremmo qui a fare questa intervista (sorride, ndr). Ma, ricordiamoci che era il 1896, le sue idee erano figlie di un tempo e di una società in cui le donne nemmeno avevano il diritto di voto. Oggi, 130 anni dopo, il mondo olimpico viene portato come esempio della parità di genere».

Ai Giochi di Tokyo, nel 2021, le atlete erano il 48,8% del totale: un record. E per le Olimpiadi di Parigi, nel 2024, l’obiettivo è raggiungere lo stesso numero di uomini e donne in gara.

«È importante essere arrivati a questo traguardo. Anche se, me lo lasci dire, a volte si va incontro a qualche esasperazione del concetto di parità…». Parentesi. Intercetta il mio sguardo interrogativo e chiama, l’assistente: «Giorgia, per favore, mi stampa la mail arrivata, ieri sera?». La appoggia, rivolgendola verso di me, sulla scrivania, di cristallo dove sono disposte in perfetto ordine una, decina di cartelline piene di documenti. Tutte giallo fluo. Credevo fosse una leggenda, invece lui conferma: «È una mia piccola mania, insieme alle cravatte di Marinella».

Cosa intende per esasperazione?

«Le faccio vedere questo documento del board esecutivo della Federazione, internazionale di sci. Mi segua. Ai Giochi invernali di Pechino, l’anno scorso, la gara di fondo a tecnica classica era 15 chilometri per gli uomini e 10 per le donne, a Milano-Cortina, nel 2026, gareggeranno tutti sui 10. E non è finita, guardi ancora quella che è considerata la “maratona” dello sci di fondo: a Pechino gli uomini facevano 50 chilometri, le donne 30, a Milano-Cortina saranno 50 per tutti. Onestamente, mi sembra pazzesco ignorare le differenze fisiche, che esistono, in nome di una equiparazione a tavolino. Non ne faccio un tema di genere, sia chiaro. Parliamo, per esempio, di boxe maschile: le categorie di peso ci sono mica per niente, non metti un pugile di 110 chili sul ring contro uno di 60…».

Giovanni Malagò e i diritti delle atlete

Non crede che possa essere uno specchietto per le allodole per non affrontare le vere discriminazioni, in tema di diritti delle atlete?

«Lo si può interpretare in questo modo. Nel Cio, il Comitato olimpico internazionale, ci sono alcuni Paesi, quelli scandinavi in particolare, che hanno voluto imporre queste regole del gioco. Ma, ribadisco, si è andati oltre e non ha senso. A mio parere la parità non la salvaguardi facendo gareggiare le donne sulla distanza degli uomini, ma stabilendo, per entrambi, lo stesso numero di atleti, di gare, di medaglie… E, stia attenta, vale anche al contrario. Alle Olimpiadi la ginnastica ritmica è una disciplina solo femminile. Così come è stato, finora, il nuoto artistico: gli uomini potranno partecipare per la prima volta ai Giochi di Parigi, ma solo nelle competizioni a squadre, non in quelle individuali».

Più che una parità formale, di facciata, occorre garantire, pari opportunità reali.

«Esattamente».

Come sta lo sport femminile oggi in Italia?

«Chi ci legge può pensare che la mia sia una risposta di parte, ma non c’è nessunissima ombra di dubbio su quello che sto per dire: lo sport femminile non è mai andato così forte. In altri settori i numeri sono relativi: per un’azienda non conta solo il fatturato, ma anche gli utili, le quote di mercato, gli investimenti. Il mondo dello sport ha una caratteristica unica: i numeri sono oggettivi, ineludibili. E dicono che le atlete italiane non hanno mai vinto così tanto e in così tante discipline. Mi sento di aggiungere che vale anche per gli uomini, ma è stato il settore femminile a dare la spinta per arrivare a vincere in 372 sport diversi. Siamo i primi in Europa, terzi al mondo nel 2022 dietro a Cina e Stati Uniti».

A proposito di numeri: 10 anni alla guida del Coni, festeggiati lo scorso febbraio, e 103 medaglie olimpiche, vinte durante i suoi 3 mandati. Una volta lei ha detto: «La vita è fatta di momenti belli, e di momenti belli». I più belli da Presidente?

«Se parliamo di medaglie, l’oro di Tamberi nel salto in alto e l’oro di Jacobs nei 100 metri conquistati a 10 minuti di distanza l’uno dall’altro alle Olimpiadi di Tokyo sono qualcosa di inimmaginabile».

A parte le medaglie?

«Il filo indissolubile che mi lega agli atleti. Il rapporto umano. Nel nostro mondo ritengo sia fondamentale, più che in altri».,

Federica Pellegrini ha dichiarato che la considera come un padre. E quando ha detto addio al nuoto, vincendo i suoi ultimi 200 stile agli Assoluti di Riccione nel 2021, lei si è tuffato vestito in piscina…

«Con Federica c’è un legame speciale, è fuori gara: abbiamo la stessa lunghezza d’onda (la Divina è stata anche una tesserata del Circolo Canottieri Aniene Roma di cui Malagò è stato, presidente dal 2007 al 2017 ed è ancora presidente onorario, ndr). Ma alcune atlete, non voglio fare nomi, le sento al telefono con una frequenza micidiale, quasi come le mie figlie».

Giovanni Malagò e le figlie

Piccola divagazione, ma non peregrina. Malagò ha raccontato alcune delle più grandi atlete italiane – dalla Pellegrini a Tania Cagnotto, da Josefa Idem a Flavia Pennetta – nel libro, Storie di sport, storie di donne, Rizzoli. E la dedica è per le sue due figlie: «A Ludovica e Vittoria, doppiamente vincitrici: negli studi e nella sfida con papà che sperava di fare di voi due atlete!». Sono loro che corse ad abbracciare per prime, nel 2013, subito dopo essere stato eletto Presidente del Coni.

Giovanni Malagò con le figlie Vittoria e Ludovica

Quanto contano le donne nella sua vita?

«Da quando, all’inizio di quest’anno, se n’è andato mio padre (Vincenzo Malagò, ex vicepresidente della Roma, ndr), vivo circondato da donne: mia madre Livia, mia sorella Francesca, una zia materna e una paterna, le mie gemelle Ludovica e Vittoria. Ma anche la loro madre, Lucrezia Lante della Rovere, e la mia ex moglie, Polissena di Bagno. Sono parte integrante della mia vita, passiamo le feste tutti insieme. E quattro nipoti su cinque sono femmine. Io ho improntato il mio modo di essere ai valori dello sport, ho vissuto di regole, senso del dovere, responsabilità. Nelle donne cerco, e trovo, qualcosa di diverso da me, e credo che due donne siano sempre meno uguali di quanto possano esserlo due uomini. Alla fine, nell’anomalia che è la mia vita, è uscita una combinazione fortunata… Più che per casualità, io voglio pensare per merito».

Le gemelle con Lucrezia Lante della Rovere – Foto Ipa

Si definirebbe un femminista?

«Lo dico con franchezza: sì. Alle donne va la mia sconfinata ammirazione».

Cosa ha imparato dalle donne, nello sport e nella, vita?

(Guarda di nuovo fuori, lasciando passare qualche secondo, prima di rispondere, ndr). «Ho imparato che le donne non tradiscono. I tradimenti che ho subìto sono sempre, arrivati dagli uomini».

Quindi le hanno insegnato anche a non tradire…

«Ha detto niente!».

Crede che l’importanza delle donne nella sua vita l’abbia resa più sensibile ai diritti delle atlete e alla, parità di genere nello sport?

(Fa un’altra pausa, ndr). «Onestamente, non ci avevo mai pensato in questi termini, di causa-effetto. Forse nel subconscio sì, ma lo sto razionalizzando, adesso, dopo la sua domanda».

Uno di questi diritti, e uno dei punti del nostro manifesto, è la salute mentale. Che è stato però calpestato, me lo lasci dire, nel mondo della ginnastica ritmica. Tutti lo ricordiamo: alla fine dello scorso anno atlete ed ex atlete, anche della nostra plurimedagliata Nazionale, hanno denunciato livelli di stress insostenibili, umiliazioni, maltrattamenti da parte dei tecnici perché perdessero peso. Lei ha «sentito l’obbligo di chiedere scusa» in quanto Presidente del Coni. Ma forse non basta…

«Mi lasci lei chiarire un punto. Se un allenatore commette abusi del genere, che sono inaccettabili, è sacrosanto che sia punito tanto dalla giustizia sportiva quanto da quella ordinaria. Nel caso specifico di Emanuela Maccarani, l’allenatrice della Nazionale finita nell’occhio del ciclone (che si è autosospesa, dalla Giunta del Coni, ndr), posso dire che ripongo in lei la massima fiducia, fino a quando qualcuno mi dimostrerà il contrario: lasciamo che le indagini facciano il loro corso. Trovo però ingiusto che si sia fatta di tutta l’erba un fascio, mettendo sotto accusa un intero movimento che, lo dico perché lo conosco bene, è meraviglioso. Detto ciò, io sono e sarò sempre dalla parte dell’atleta, della donna, della persona: la mia storia lo dimostra, sfido chiunque a dire che non è così».

Giovanni Malagò
Giovanni Malagò con Sofia Goggia

E arriviamo così al tema dei temi, quando si parla di parità. O, meglio, al paradosso dei paradossi: il professionismo. Perché in Italia anche super campionesse come Sofia Goggia o Paola Egonu, pur vivendo di sport, restano dilettanti per la legge. Di preciso, la numero 91 del 1981, che lasciava alle singole federazioni la possibilità di scegliere se aprire le porte al professionismo. Finora solo quattro lo hanno fatto: due, golf e calcio, sia per gli uomini sia per le donne; due, basket e ciclismo, solo per gli uomini. Ciò significa che la stragrande maggioranza delle atlete, ufficialmente dilettanti, non ha tutele assicurative, contributi previdenziali, congedo di maternità. Oggi qualcosa potrebbe cambiare. Il 1° luglio, infatti, entra in vigore la riforma dello sport, che introduce la figura del lavoratore sportivo.

Presidente, finalmente si riconosce che lo sport è una carriera. Dopo le calciatrici, che hanno raggiunto questo traguardo la scorsa estate, anche le altre atlete potranno ottenere lo status di professioniste.

«Mi dia 30 secondi per chiarire la questione. Quella del professionismo, in Italia, è una battaglia che non riguarda solo la Goggia nello sci o la Quadarella nel nuoto o la Egonu nella pallavolo. Ma anche tutti gli atleti maschi che gareggiano in discipline diverse da calcio, basket, ciclismo, golf. Può piacere o meno, ma non c’è in questo caso una discriminazione di genere. Il tema è un altro».

Quale?

«Tra i 206 Paesi del Cio, l’Italia è l’unico dove si inizia a fare sport non a scuola, ma nelle associazioni sportive dilettantistiche. Un modello che io definisco una meravigliosa follia, tant’è vero che i colleghi del Cio mi chiedono: “Ma come fate a vincere tanto?”. Ora le associazioni sportive dilettantistiche sono attività non profit, che si reggono sull’impegno, il più delle volte non retribuito, di allenatori, preparatori atletici, dirigenti, arbitri. Più sali di categoria, più i costi aumentano. A oggi, se si dovessero pagare gli atleti, tutto il sistema salterebbe. Lo status di atleta professionista lo puoi dare nel momento in cui sei certo che il contesto, il mercato, la cultura siano pronti a recepirlo. Altrimenti rischi che per risolvere la questione del professionismo ai vertici, come hanno fatto i vari governi finora, ammazzi il sistema alla base. E non sarebbe giusto».

Come si esce da questo cul de sac?

«Con sgravi fiscali, incentivi, contributi a fondo perduto… Capiamoci: io sono da sempre un portabandiera del professionismo di atleti e atlete. Ma la domanda che faccio è: chi paga? Oggi ci “salvano”, i gruppi sportivi dei corpi militari, di cui fanno parte tanti nostri campioni, per esempio, dell’atletica o dello sci».

Gli ingaggi delle atlete

Lasciando un attimo da parte il professionismo, perché le donne hanno ingaggi e premi molto inferiori agli uomini? Succede anche se magari vincono di più…

«Dipende, so di usare un termine inelegante, dai “pagatori di ultima istanza”. Ovvero coloro che sostengono economicamente il sistema: dai tifosi che comprano i biglietti alle tv che pagano i diritti. Le calciatrici adesso sono professioniste, ma comunque guadagnano meno dei colleghi perché le partite femminili portano meno incassi alle società. D’altra parte, una come Federica (Pellegrini, ndr) guadagnava di più del più forte dei nuotatori, che era meno forte di lei e generava meno interesse nel pubblico e negli sponsor. Anche in questo caso generalizzare è un errore: per arrivare alla parità di stipendi, occorre prima creare la cultura e il contesto. E questo è compito dello Stato».

Il professionismo darebbe più tutele a tutti, uomini e donne. Ma le atlete ne avrebbero una in più: il congedo di maternità. Senza, non si corre il rischio che abbandonino la carriera agonistica? Già oggi lo
fa il 19% delle femmine fra i 19 e i 24 anni, contro il 12% dei maschi.

«Certo che sì. Possono permettersela solo le atlete di vertice che, grazie a ingaggi e sponsor, stipulano polizze individuali che le tutelino. Ma tutte quelle di livello medio, che magari a 18 anni devono decidere se fare sport o l’università, è molto probabile che mollino. E per il Paese significa perdere “capitale sportivo”».

Un argomento che le sta a cuore. Ha detto più volte che il calo demografico taglierà le gambe allo sport nei prossimi 10 anni.

«Lo sostengo dal primo giorno del mio mandato. I numeri parlano
chiaro: negli ultimi 20 anni abbiamo perso 5 milioni di italiani tra i 18 e i 35 anni, sono 5 milioni di potenziali atleti. Io sono un malato di ottimismo, vedo il bicchiere sempre pieno a tre quarti, ma di questo passo sarà impossibile continuare a fare risultati a livello internazionale».

Se però venisse approvato lo ius soli

«Non voglio affrontare la questione della legge in Parlamento. Io sono un
uomo di sport e parlo di sport. Immaginiamo che lei sia nata in Italia da genitori stranieri, abbia frequentato la scuola in Italia, abbia indossato la maglia dell’Italia a livello giovanile, chessò, nella Nazionale di pallavolo o di atletica. Logica vorrebbe che, arrivata a 18 anni, abbia automaticamente la cittadinanza. Invece no, deve chiederla e aspettare che vengano espletate tutte le pratiche burocratiche. E passano mesi, ad andare bene, se non anni. E mentre la Nazionale che ha investito su di lei l’aspetta, lei o si stanca e molla oppure va a giocare per il Paese dei suoi genitori. È una follia. Io chiedo lo ius soli sportivo: nel momento in cui un atleta rappresenta
l’Italia, deve in automatico avere la cittadinanza».

A metà maggio il Senato ha dato il via libera al disegno di legge per, inserire lo sport nella Costituzione. L’articolo 33 dirà: «La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme».

«Ero stato il primo firmatario della petizione, lo considero un passo avanti meraviglioso. Ma, dico la verità, i principi devono essere messi in pratica. Occorre aumentare le ore di educazione fisica, rendere le palestre a norma. Negli altri Paesi i ragazzi iniziano a fare agonismo, alle superiori, all’università ottengono borse di studio per, meriti sportivi…».

giovanni malagò

Olimpiadi di Parigi e Milano-Cortina: previsioni

So che lei è un appassionato di poker. Se le sente di puntare che alle Olimpiadi di Parigi, l’anno prossimo, vinceremo più medaglie che a Tokyo 2021?

«Punto sul fatto che sarà durissima: migliorare le 40 medaglie di Tokyo sembra impossibile, ci proviamo. Sono convinto che Parigi sia uno spartiacque: con queste condizioni, create dall’ordinamento legislativo, dopo sarà difficile continuare a restare a livelli così alti».

E a Milano-Cortina 2026?

«Il Paese che ospita i Giochi evita le qualificazioni, ed è senz’altro un vantaggio. Però abbiamo davanti una sfida doppia: nell’organizzazione e nel medagliere. La prima può essere perfetta, ma se non ottieni risultati resterà sempre un po’ di amaro in bocca. Anche qui abbiamo da battere un record: le 17 medaglie di Pechino 2022. E anche qui sarà durissima».

Durante la sua presidenza è aumentata la presenza femminile nei ruoli dirigenziali del Coni e delle Federazioni.

«Cinque anni fa ho fortemente voluto la modifica dell’articolo 5 dei Principi fondamentali del Coni, per garantire la rappresentanza femminile nella misura minima del 30%, nei Consigli – che, badi bene, sono eletti, – a partire dal livello provinciale. Oggi in molti siamo arrivati a oltre il 50%. Il Coni ha due vicepresidenti donne: Silvia Salis, ex olimpionica di lancio del martello, e Claudia Giordani, ex azzurra di sci alpino. Alle ultime elezioni c’era anche, per la prima volta, una donna candidata alla presidenza: Antonella Bellutti, due medaglie olimpiche nel ciclismo su pista».

Sono tutte ex atlete. Come se solo chi ha praticato sport potesse essere credibile come dirigente.

«Vero, oggi le donne che intraprendono una carriera dirigenziale hanno alle spalle un percorso nel mondo dello sport. Ma più che di credibilità parlerei di passione ed esperienza. Arriveranno dirigenti non atlete, serve del tempo, è un percorso da costruire… Così come potremo avere in futuro, una donna alla Presidenza del Coni».

Le prossime elezioni si terranno nella primavera, del 2025. Si ricandida?

«No. Il Coni è un ente pubblico e vige il limite dei 3 mandati».

Mi faccia capire. Lei ha portato i Giochi invernali del 2026 in Italia, sta guidando la macchina organizzativa e non sarà Presidente del Coni quando inizieranno?

(Fa una pausa, si appoggia allo schienale, abbozza un sorriso ironico, ndr). «Al momento è così: aprirà i Giochi un, Presidente del Coni in carica da 6 mesi… È una cosa che, non si può spiegare, lo scriva pure. Ma questa è la politica».

Il nostro Manifesto per lo sport al femminile

  1. Non esistono sport da maschi, e sport da femmine. Abbattiamo gli stereotipi di genere.
  2. Più rispetto per il corpo. Diciamo no ai diktat sul peso e al bodyshaming.
  3. Sì a una sana competizione, no all’ansia da performance. Prendiamoci cura della salute mentale quanto della forma fisica,
  4. Lo sport non è un hobby, è una carriera. Riconosciamo a tutte le atlete lo status di professioniste.
  5. Stesso ruolo, stesso, stipendio. Combattiamo il gender pay gap,
  6. Atlete e mamme: si può. Garantiamo le tutele per la maternità.
  7. Vera parità nelle decisioni. Aumentiamo la presenza femminile nei ruoli dirigenziali.
  8. Basta razzismo. Combattiamo le discriminazioni, in campo e fuori, per uno sport più inclusivo.
  9. Maggiore visibilità. Incoraggiamo i media a dare agli sport femminili lo stesso rilievo di quelli maschili.
  10. Partire dalla scuola. Valorizziamo l’educazione fisica, per stimolare ragazze e ragazzi a fare sport fin da piccoli.