«La depressione post partum è ancora un tabù, ma oggi almeno ha un nome. Possiamo parlarne e possiamo raccontarla al cinema, così da sensibilizzare sempre più persone, non soltanto le donne che già la conoscono». Jennifer Lawrence è cresciuta. La ragazza arrabbiata di Hunger Games ha lasciato posto a una donna di 35 anni consapevole delle proprie vulnerabilità e decisa a portarle sullo schermo.
Jennifer Lawrence nel nuovo film interpreta una donna che soffre di depressione post partum

Madre di due bambini, l’attrice americana è al cinema con Die my love di Lynne Ramsay, presentato in anteprima al Festival di Cannes e alla Festa del Cinema di Roma. Lo ha girato tutto mentre era incinta del secondo figlio Louie, calandosi corpo e anima nel tormentato ruolo di Grace, una giovane donna a cui la maternità sconvolge la vita fino a farla precipitare in un abisso di frustrazione e disperazione. Prova ad aiutarla – mai come vorrebbe lei – il compagno Jackson, interpretato da Robert Pattinson.
Non dev’essere stato facile, da madre, girare un film così intenso sulla depressione post partum.
«Diventare mamma non è mai semplice. Spero che oggi si sia tutti più consapevoli dell’impegno totalizzante che richiede crescere un figlio, e farlo lavorando. È un’avventura meravigliosa, ma anche molto faticosa».
Secondo l’attrice questo problema solleva grandi questioni culturali
Se ne parla abbastanza?
«Sono questioni culturali enormi, su cui anche io vorrei avere risposte. Oggi se ne discute di più, per fortuna, soprattutto della sofferenza di chi affronta la depressione post partum. Chissà come hanno fatto le nostre madri e nonne, lasciate sole di fronte a qualcosa di così grande».
Perché le donne sono ancora tanto giudicate?
«Nemmeno qui ho risposte. Vedo le madri caricate di maggiori aspettative sociali rispetto ai padri, ma mi sembra positivo che oggi se ne sia consapevoli. L’importante è impegnarci a non far passare per “strane” le donne che soffrono. Grace, il mio personaggio, viene etichettata come “pazza” quando invece sta male. Succede spesso alle persone che soffrono di qualsiasi forma di depressione o ansia: vengono fatte sentire sbagliate».
In Die my love Jennifer Lawrence recita con Robert Pattinson
Ha diviso il set con Robert Pattinson. Com’è andata?
«Ho sempre stimato il suo lavoro, penso faccia scelte ammirevoli e lo ritengo un grande attore. Tre settimane prima di girare abbiamo iniziato a parlare di Die my love non da interpreti, ma da genitori. Mio figlio Cy aveva 2 anni, il suo era appena nato. Avevamo entrambi esperienze personali importanti da portare nel film. In più, a ogni scena in cui litigavamo ci veniva naturale dire: “Non di fronte al bambino, non possiamo traumatizzarlo”, anche se ovviamente quello sul set non era figlio nostro!».
Nel film condividete scene molto fisiche, di sesso scatenato e di lotta feroce…
«Abbiamo preso lezioni di ballo insieme, è stato imbarazzante ma utile a conoscerci meglio e avere confidenza con i rispettivi corpi. Le scene di sesso, come quelle di lotta, sono coreografie: si tratta di ritmo, movimento, coordinazione».
Dica la verità: è stato liberatorio distruggere un bagno intero?
«È stata la scena più difficile e sfidante, perché non puoi ricostruire un bagno in un attimo, quindi abbiamo fatto un solo ciak. Ero sola con il cineoperatore, è stato esasperante e logorante, avevo paura di non farcela, invece è stata “buona la prima”».
Ha girato tutto il film durante la gravidanza. Come si sentiva?
«Ero nel secondo trimestre, avevo superato il primo in cui ero stata male e finalmente mi sentivo piena di energie. Quando sei incinta non bevi e vai a letto presto: quando lavoro faccio le stesse cose, quindi mi è parso tutto allineato».
Fisicamente è stato faticoso?
«Mi alleno sempre prima di iniziare le riprese. Ma stavolta non dovevo farlo, perché Grace prima era incinta e poi una neomamma, quindi il mio corpo era perfetto. L’unico pensiero, a parte recitare, era mangiare: avevo sempre fame!».
È il primo film in cui interpreta una madre da madre
E a livello emotivo?
«La cosa più complessa era separare il mio istinto materno da quello di Grace. È il primo film in cui interpreto una madre da madre e, pur essendo un’attrice che si affida molto alla “pancia”, questa volta dovevo contenermi e non pensare a quello che avrei fatto io. Dovevo sentire il personaggio come una donna diversa da me, dimenticando di essere anch’io una moglie e di sapere cosa significhi essere responsabile dei sentimenti di un’altra persona, riconoscere i propri errori e chiedere perdono. Lynne (Ramsay, la regista, ndr) mi ha accompagnata in questo percorso, aiutandomi a uscire da me stessa e a vivere con il giusto distacco ogni scelta di Grace».
Il film sottolinea il fatto che le donne incinte e le giovani madri vadano considerate anche nella loro sensualità.
«Penso sia importante rispettare il modo in cui ciascuna vive la propria sessualità. Io, per esempio, sono una donna che prova desiderio. Ma sentirsi rifiutate dal partner non è mai semplice, soprattutto per chi, come Grace, affronta la depressione post partum».
Per lei l’amore è l’unico antidoto alla paura e all’ansia contemporanee
Die my love parla molto, già dal titolo, di amore e dei suoi aspetti anche spiacevoli. Cos’è oggi l’amore per lei?
«L’unico antidoto alla paura, all’ansia, alla frustrazione che viviamo nel mondo in questo momento. Ma non possiamo arrenderci, dobbiamo tenere alti l’amore e la speranza. Altrimenti è un disastro».
Ha dichiarato pubblicamente di essere terrorizzata per il futuro dei nostri figli.
«Confermo, non vedo l’empatia necessaria a comprenderci l’un l’altro».
Che ruolo ritiene abbia il cinema in tutto questo?
«L’ho sempre trovato uno strumento potente per il cambiamento, capace di sollecitare dibattiti culturali e far capire cosa voglia dire mettersi nei panni degli altri. Ci immergiamo nelle storie altrui ed è l’unico modo per capire davvero un diverso punto di vista».
Jennifer Lawrence è anche produttrice di Die my love
Per questo motivo porta avanti da anni il suo impegno come produttrice, non a caso anche di Die my love?
«Avevo letto il libro omonimo di Ariana Harwicz e mi aveva colpito questo personaggio incredibile, di quelli alla Gena Rowlands, che è da sempre il mio modello attoriale. Poi è stato Martin Scorsese in persona, tra i produttori del film, a dirmi: “Dovresti interpretarla tu Grace”. Così ho fatto, passando tantissimo tempo su quelle pagine, difficili da immaginare come film. Ma Lynne ha saputo renderlo vero, poetico».
Ha citato l’attrice Gena Rowlands. Ha altri modelli?
«Meryl Streep, Gary Oldman, Sean Penn, che in Una battaglia dopo l’altra mi ha tolto il fiato. E poi il vostro Marcello Mastroianni».