Riconosco la sua voce inconfondibile mentre sono in coda per la toilette. «Facciamo tante battaglie oggi, ma dovremmo batterci affinché ci siano più bagni per le donne, siete sempre in fila, è ingiusto!». Bastano poche parole per rendersi conto di chi sia Jeremy Irons, non solo un attore di fama planetaria con un curriculum cinematografico invidiabile, ma un uomo molto attento al prossimo, ironico e con un approccio per nulla divistico.
Gli amori di Jeremy Irons: il made in Italy e la moglie Sinéad
Lo incontro al SalinaDocFest diretto da Giovanna Taviani, indossa un cappellino con scritto “Difendi il Made in Italy”, una camicia blu, dei pantaloni alla zuava e dei sandali di cuoio femminili con tanto di cinturino alla caviglia. Non a caso, a breve, mi dirà: «Per me i generi non contano: donne, uomini, ho sempre trattato e considerato tutti allo stesso modo».
Ma una donna la ama più di tutti: sua moglie Sinéad Cusack. Siete sposati da 47 anni. Il segreto per un matrimonio longevo?
«Un giorno alla volta. Con Sinéad è stato bello costruire la nostra famiglia, ma anche lavorare. Penso a quando Bernardo Bertolucci ci chiamò per Io ballo da sola. O meglio, chiamò lei, non me».
Ovvero?
«Da bravo curioso, mi misi a leggere il copione che aveva ricevuto Sinéad, ricordo che mi colpì tantissimo. Fui io a chiamare Bertolucci per avere una parte. Ma non volevo interpretare il marito di mia moglie, lo faccio già nella vita tutti i giorni e so quant’è difficile, così mi diede un altro ruolo. Un giorno sul set fermò tutto: “Tra voi c’è questa chimica incredibile, dobbiamo rendere la scena ancora più forte”. Ecco perché era un grande regista, sentiva le cose e aveva fiducia nell’esplorare anche quello che non conosceva».
Cosa ricorda soprattutto di quei giorni di riprese?
«I pranzi meravigliosi con Bertolucci senza fretta – anche quelli con Zeffirelli erano buoni, in Italia avete capito che mangiare bene aiuta a fare bei film. E i meravigliosi giri in moto, proprio io che avevo appena perso la patente, o meglio mi era stata ritirata per quattro mesi per aver guidato troppo veloce troppo spesso. In Italia con la mia patente internazionale scorrazzavo in Toscana che era un piacere».
Jeremy Irons e le donne
Che ruolo hanno avuto le donne nella sua vita?
«Di grande ispirazione. Penso a Meryl Streep, amica, collega e mentore, una maestra indiscussa. Penso a mia moglie, ovviamente, anche lei attrice eccezionale. E a una novantenne che era una carissima amica e un modello di vita, Eve Molesworth».
Da ieri a oggi, trova che ci sia più spazio per le donne nel cinema?
«Certo. Come tutti i cambiamenti richiede molto tempo, ma vedo che c’è un’oscillazione, a volte più lieve, a volte forte. Io ho sempre pensato che le donne e gli uomini fossero uguali, siamo solo sessi diversi, ma in noi uomini c’è tanto di femminile e nelle donne tanto di maschile, il che ci rende interessanti. La vera differenza, semmai, è che voi donne avete tipo cinque miliardi di neuroni in più di noi uomini».
La conseguenza?
«Credo che il potere delle donne abbia profondamente spaventato gli uomini, che storicamente si sono sempre organizzati per trovare modi per controllarle».
In Italia abbiamo la piaga dei femminicidi, dove il controllo tossico sfocia troppo spesso in delitti raccapriccianti.
«Veramente? Temo tutto derivi dal terrore della libertà delle donne di oggi, così appassionate e piene di vita.
Pensiamo alla sessualità, una donna può avere orgasmi di continuo, è una forza selvaggia della natura, come si può pensare di controllarla? Ecco da dove viene la paura atavica degli uomini, dove nasce il pensiero del controllo.
Nuovi modelli maschili sullo schermo
Proporre sullo schermo nuovi modelli maschili, più rispettosi e vulnerabili, può aiutare?
«Io ci ho sempre creduto e di uomini vulnerabili ne ho interpretati tanti. Uomini complessi, che piangono, soffrono, hanno un lato femminile forte e una grande sensibilità. I ruoli da macho fine a se stesso non mi hanno mai interessato».
Ogni volta che la intervisto, i colleghi mi dicono: “È così bravo”, le colleghe “È così sexy”. Come si sente lei?
«Soltanto molto vecchio, sono sincero. Non è possibile che mi trovino affascinante, non ci credo».
Come ci si difende dal narcisismo e dalla sete di successo, facendo il suo mestiere?
«Capendo che entrambi sono perfettamente inutili. L’unico modo sano di stare al mondo è provare a rendere migliore la vita degli altri, uscire da se stessi per dare, anziché concentrarsi egoisticamente sul ricevere. Il solo tentativo del dedicarsi agli altri ci può rendere le persone più felici del mondo».
Il lato privato dell’attore: vela, famiglia e cause umanitarie
A cosa si dedica oggi quando non lavora e non è impegnato nelle cause umanitarie con la Fao di cui è ambasciatore?
«Mi piace solcare il Mediterraneo con la barca a vela, ho navigato in Italia, Grecia, Spagna. Amo stare con il mio cane – lui e le sigarette sono i miei modi attuali di meditare, un tempo meditavo per davvero – e veder crescere i miei figli. Max fa l’attore, è molto più bravo di quanto non fossi io alla sua età. Samuel invece non ha voluto seguire le nostre orme, non ha mai amato gli occhi della gente su di lui, posso capirlo. È diventato un bravo psicologo. Sono molto orgoglioso di loro».
Guardando indietro, a quando aveva l’età dei suoi figli, come ha superato momenti di crisi in cui tutto sembrava perduto?
«Quei pochi momenti mi hanno reso più forte. Mi ricordo di quando ero studente, facevo il fondista e per la corsa a lunga distanza pensavo solo a mettere un piede avanti all’altro. Non sapevo di aver trovato il segreto per non abbattermi, concentrarmi sull’andare avanti. I primi anni in cui facevo l’attore teatrale ero depresso, non riuscivo a ottenere i ruoli che volevo, e un vecchio attore mi disse: “Soldato, su lo sguardo e avanti”. Ogni tanto ancora ci ripenso. I momenti no li abbiamo tutti, bisogna convincersi che le cose cambieranno. E per un attore un momento difficile è una grazia».
Perché?
«È un vissuto prezioso da poter raccontare. Per questo miglioriamo con il tempo come il vino, per l’accumulo di esperienze vissute».
Ne sta accumulando parecchie anche lavorative. Ha diversi progetti in arrivo.
«Ho un ruolo in The Beekeeper 2, ho appena finito di girare Cage Bird in Sri Lanka, un film importante incentrato su una donna che racconta quanto i lavoratori immigrati oggi abbiano zero diritti, e Palestine 36, che andrà al Festival di Toronto. Sul versante serie tv, invece, dopo Il conte di Montecristo, mi vedrete nei panni del padre di Jennifer Aniston nella serie tv The Morning Show».
