«I primi a entrare nello spazio della cerimonia sono stati i testimoni, poi è toccato a me. Per ultima è arrivata Marlen, dal fondo del bosco. Mentre guardavamo tutti verso di lei, si è alzata una folata di vento che le ha sollevato il velo. E lei si è girata di scatto, per fermarlo con la mano. La vedevo per la prima volta in abito da sposa e ho pensato che, se il nostro amore fosse stato un film, quello sarebbe stato il fotogramma che si ricorda anche dopo anni. Lì sono scomparsi tutti: guardavo gli invitati e non riuscivo più a metterli a fuoco. C’era solo Marlen».

L’amore tra Francesca e Marlen

L’amore ha molti modi di diventare ciò che è destinato a essere. Quello tra Francesca Cavallo, attivista e autrice del bestseller Storie della buonanotte per bambine ribelli e del recente Storie spaziali per maschi del futuro, e Marlen Cirignaco, campionessa di kick boxing e insegnante, nato per caso e culminato il 18 giugno in un matrimonio celebrato in un bosco nel Salento, per crescere ha avuto bisogno di un certo tempo di messa a fuoco. Quello necessario a vedersi senza sfocature e a immaginare un futuro che non sembrava possibile: il matrimonio, un figlio, una famiglia.

«Lo sguardo di Francesca mi ha fatta sentire a casa per la prima volta» dice Marlen. «La mia famiglia ha sempre visto in me solo quello che voleva vedere. Francesca, invece, mi ha vista per quella che sono, senza chiedermi di cambiare. La persona che sono oggi esiste perché lei l’ha vista». Vale per Marlen, la cui storia sentimentale coincide con un lungo coming out, concluso simbolicamente al termine della cerimonia quando, in mezzo ai chicchi di riso lanciati dagli invitati, ha incrociato lo sguardo di suo padre. E vale per Francesca che, guardando la donna che amava, ha trovato il coraggio di collocare la loro storia nel perimetro della tradizione in cui entrambe sono cresciute. Mi parlano dal Salento due giorni dopo le nozze, ubriache di entusiasmo e con addosso ancora un certo senso di incredulità.

Ora che siamo moglie e moglie

Moglie e moglie: quanto effetto vi fa questa frase?

Francesca «Gigantesco. È un mese che tutte le mattine la ripeto: la mia futura moglie. Eppure ancora non mi ci sono abituata. Ma abbiamo tutto il tempo».

Ora partite?

F. «No, rimaniamo in Puglia. Siamo nate e cresciute entrambe qui, e ci piaceva l’idea di restare. Passare i prossimi giorni con le persone a cui vogliamo bene, condividere il momento e questa nostra gioia».

Fotografo: Michele De Nigris. Hairstyle: Serena Cirignaco. Fiori: Donato Chiriatti.

Dal primo appuntamento al matrimonio

Come è iniziata la vostra storia?

Marlen «Io tornavo da New York e stavo facendo scalo a Roma, ospite da un amico. A un certo punto, lui mi dice: “Dai, sei single, scaricati Tinder”. Io sono per l’approccio di persona, perché mi fido poco, ma gli ho dato retta. E lì dentro c’era Francesca, in una foto con Dopamina, il suo gatto, un Maine Coon di 9 chili. Mi ha colpita e le ho scritto».

F. «Ci siamo viste quasi subito, cosa insolita per due donne. Sono andata all’appuntamento pensando che le foto sul profilo di Marlen fossero false, invece con un certo stupore ho scoperto che mi sbagliavo. “Ammazza” ho pensato guardandola».

Che cosa vi ha convinte a dare un seguito a quell’incontro su Tinder?

M. «Che Francesca non avesse iniziato subito a tirarsela. Parlava di lei, di Bambine ribelli o dell’azienda che aveva avuto in California senza pavoneggiarsi. E questa cosa mi è piaciuta molto.

Poi, venivamo entrambe da un paese della Puglia e c’era una condivisione di valori che non avevo mai avuto con nessuno

F. «Marlen è molto diversa dalle persone che ho frequentato prima e che facevano tutte più o meno il mio lavoro. Di lei mi ha colpito che non cercasse di piacere a nessuno. Si prendeva il tempo di capire chi aveva attorno e come si sentiva. Questo mi dava sicurezza. Al terzo appuntamento si è presentata alla stazione Termini, dopo un viaggio a casa in Puglia, con una borsa frigo piena di pesce fresco e di tutti gli ingredienti per cucinarlo. Lì ho pensato: “Forse questa potrebbe essere una donna da sposare”».

Un coming out non sempre facile

Il matrimonio per due persone omosessuali è anche l’epilogo di un percorso individuale: un coming out non sempre facile e sicuramente non scontato, tanto più se si cresce in un paese del Sud. Per voi com’è stato questo viaggio?

M. «Il mio è stato più lungo e complesso rispetto a quello di Francesca. Vengo da una famiglia molto religiosa, dove ancora si fatica a sfatare questo mito dell’omosessualità come qualcosa contro natura. Mi sono sempre dovuta nascondere, come se mi dovessi vergognare di quello che ero. Nessuno sapeva la verità, tutti mi vedevano come la figlia perfetta: studiosa e gran lavoratrice. Forse anche per questo mi sono scoperta tardi, a 22 anni. Senza la comunità Lgbtq+ del Salento, non ce l’avrei fatta. Non avere supporto da chi ami è dura.

A un certo punto, un mio amico fu cacciato di casa perché gay. I genitori gli avevano tagliato i viveri e io lo aiutavo come potevo. Ne parlai con mia madre, anche per vedere la sua reazione. Lei si girò e mi disse: “Ma lui non può fare il normale?”. Poi quella sera mi diede dei soldi per andare a ballare: “Per te e per lui”. Lì capii che un minimo di apertura c’era.

Quando ho conosciuto Francesca, e ho visto la libertà con cui lei viveva la sua omosessualità, il bel rapporto che aveva con i genitori, ho provato un po’ di invidia. Ma guardandola sono anche riuscita a vedere questa omofobia che, crescendo in una famiglia del genere, avevo interiorizzato e di cui ero inconsapevole. Allora, ho iniziato un percorso con una psicologa che mi ha aiutato a capire cos’era la guerra che avevo dentro. E pian piano ho iniziato a parlare con mia mamma. Poi, ma solo dopo, con mio padre. Sapevo che il suo pensiero sarebbe stato: “Che cosa dirà la gente?”».

L’importanza di essere famiglia

Francesca, lei è arrivata al matrimonio con una storia importante alle spalle, quella con Elena Favilli, co-autrice di Bambine ribelli. Come si crede ancora nel matrimonio dopo la fine di un amore?

F. «Con Elena c’è stato un divorzio, ma non un matrimonio vero e proprio. Non c’è mai stata l’idea di avere figli o chiamarsi famiglia. Abbiamo firmato un modulo di unione civile in un ufficio postale, e basta. Niente promesse, anelli, feste, vestiti bianchi: solo la firma di un contratto».

Perchè?

F. «La nostra relazione era molto consumata dal progetto lavorativo. E poi non c’erano le premesse per pensare a un matrimonio vero. Io sono una che non si risparmia pensando alle possibilità della vita, ma francamente questa cosa non avevo mai osato immaginarla».

Come mai non pensava di poterselo concedere?

F. «Quando mi sono resa conto di essere lesbica, ho dato per scontato che quella finestra si fosse chiusa per sempre. Venendo da una famiglia molto cattolica e avendo cantato nel coro parrocchiale, un matrimonio che non avesse come dimensione centrale quella della fede per me non era un matrimonio. Sapendo che non mi era concesso, ci ho messo una pietra sopra. Marlen, invece, sognava l’abito bianco. E sognava di sposarsi in Puglia con una cerimonia tradizionale. Questo ha dato anche a me il coraggio di concedermi una fantasia che mi ero negata. Con lei vicino, anche per me quel pensiero ha cominciato ad avere un senso».

Consacrare l’amore davanti a Dio

Il vostro matrimonio è stato un rito che prima non esisteva e ora invece c’è. Non cattolico, ovviamente, ma uno in cui la fede e la tradizione religiosa sono entrate con decisione. Come ci siete arrivate?

F. «Quando ho chiesto a Marlen di sposarmi, ho iniziato a chiedermi cos’è davvero il matrimonio. E poi che valore avesse per me, da un punto di vista spirituale, questo patto con lei. Lì mi sono resa conto che, di solito, quando si fanno le unioni civili, siccome non esiste una liturgia, la maggior parte delle coppie risolve l’aridità di quel vuoto con un discorso affettuoso dell’officiante o, magari, leggendosi lettere d’amore. Celebrare l’amore come sentimento romantico, però, mi sembrava superficiale, anche rispetto alle persone che siamo. Sentivo il bisogno di un rito e volevo che, per quanto possibile, dentro quel rito la religione avesse uno ruolo. Allora ho affidato alla Francesca Cavallo scrittrice il compito celebrare l’amore, dandogli la dimensione di solennità e spiritualità che merita».

Fotografo: Michele De Nigris. Hairstyle: Serena Cirignaco. Fiori: Donato Chiriatti.

Come ci è riuscita?

F. «Sono partita dal Vangelo di Giovanni, dove si dice che nessuno conosce Dio. Se nessuno conosce Dio, mi sono detta, chi si può arrogare il diritto di esclusiva nell’intermediazione tra noi e lui? Questo mi ha dato il coraggio di proseguire e scrivere per noi qualcosa di nuovo. Un rito iniziato con la lettura del Vecchio Testamento e proseguito con la prima lettura del Vangelo fatta da un sacerdote amico che ha accettato di pregare con noi. Dopo, il sacerdote ha passato la parola all’officiante civile. Per quel momento ho scritto un rito di fondazione della famiglia: un testo che riprendesse le idee dalle Sacre Scritture per dire come queste fossero la base della famiglia che io e Marlen stavamo formando.

Poi ci siamo fatte le promesse, le stesse che hanno fatto le nostre madri e le nostre nonne con lo scambio degli anelli. A quel punto, l’officiante ha detto: “La famiglia che avete fondato con la vostra parola adesso viene riconosciuta dall’ordinamento civile”. Quindi, non è l’ordinamento civile che fonda. Siamo noi che fondiamo quello che poi l’ordinamento civile riconosce, in questo momento in una forma che sappiamo essere imperfetta e incompleta, in attesa del matrimonio egualitario».

Perché era così importante per voi la dimensione religiosa?

F. «Era un modo di trovare pace con un pezzo importante della nostra vita. Ricordo che un pomeriggio, all’inizio della nostra storia, Marlen era venuta a trovarmi a Roma e, passeggiando, eravamo entrate nella basilica di San Clemente. Istintivamente le avevo preso la mano e lei si era ritratta di scatto. Tenersi per mano in una chiesa le era sembrato sacrilego. Non perché in sé ci fosse qualcosa di sbagliato, ma perché eravamo due donne. Quando si parla di trauma religioso delle persone Lgbtq+, si finisce per pensare solo a drammi enormi come gli abusi o le terapie di conversione. E invece la forma più diffusa di trauma religioso è crescere pensando di essere sbagliato davanti a Dio: un pezzo enorme dell’omofobia che noi interiorizziamo. Soprattutto per chi, come me e Marlen, cresce in famiglie cattoliche».

M. «Questo matrimonio è stato un viaggio personale e di coppia molto importante. Quando ho iniziato a scoprire me stessa, mi sono allontanata dalla fede: mi sentivo sporca, non riuscivo nemmeno ad andare a messa. Francesca, invece, che va a messa tutte le domeniche, mi ha aiutata a riconciliarmi con quella parte della mia vita. Il sacerdote che ha pregato con noi al matrimonio mi disse qualche tempo fa: “Se Dio non ti avesse voluta così, non ti avrebbe creato”. Ogni volta che mi sento sbagliata, ci ripenso».

Le reazioni della comunità Lgbtq+

I vostri amici della comunità Lgbtq+ hanno capito?

F. «C’è stato un po’ di disorientamento. Con le persone della comunità Lgbtq+ non è facile dire che sei credente, perché c’è una tale quantità di questo trauma religioso che la stragrande maggioranza ti risponde: “Devi essere scema per credere ancora, con tutto quello che ci fa il Vaticano”. Poi, però, dopo la cerimonia, tra i nostri amici si è aperto un cantiere di riflessione importante. E anche persone eterosessuali che non hanno potuto sposarsi in chiesa perché il partner è divorziato mi hanno detto: “Avete aperto uno scenario nuovo anche per noi”».

Il coming out e i silenzi in famiglia

Le vostre famiglie, invece, come hanno accolto la notizia del matrimonio?

F. «La mia con grande felicità. Abbiamo organizzato un aperitivo nel lido dei miei zii, vicino a Lizzano, e abbiamo dato la notizia. Con loro è stato facilissimo. Con la famiglia di Marlen è stato più complicato».

M. «Io ho iniziato a parlarne con i miei zii, per costruire una rete di persone che potesse attutire il colpo nel momento in cui avrei lanciato la “bomba”, soprattutto con mio padre e mia nonna. La mia è una di quelle famiglie in cui se una cosa non si dice non esiste: facciamo finta di niente e viviamo in armonia. Se avessi detto: “Questa è la mia fidanzata”, mi avrebbero risposto: “Quella è lesbica, una poco di buono”. Invece ho voluto che conoscessero bene la persona e dire il resto solo dopo.

Fotografo: Michele De Nigris. Hairstyle: Serena Cirignaco. Fiori: Donato Chiriatti.

Mia madre ha capito. Mio padre fatica ancora a vedermi vicino a una donna. “Non è che non voglio, è che proprio non ce la faccio” ha detto. Però al matrimonio è venuto: non me lo aspettavo e invece, mentre tiravano il riso, l’ho visto lì, in mezzo alla gente. La sorpresa più bella». Che cosa ha significato per lei, Francesca, essere parte del coming out di Marlen?

F. «La difficoltà principale è stata quella di resistere alla voglia di dire: “Spostati, mi metto io al volante, perché io lo so come si fa”. A un certo punto siamo arrivate a uno scontro, perché lei rimandava e io dicevo:

Se non sei capace di difendere questo progetto con le persone che hai a cuore, che senso ha che parliamo di sposarci?

Poi, però, ho scelto di fidarmi e ho smesso di aspettare battendo il piedino per terra. Ho spostato di qualche grado l’angolo del mio cuore, abbandonando il desiderio di controllo, e tutto è andato come doveva. Per poter reggere questa incertezza senza sgretolarmi o senza sgretolare lei, ho dovuto mettere da parte la mia ansia. E questa è stata una lezione di educazione sentimentale molto profonda».

Il suo incontro con la famiglia di Marlen com’è stato?

F. «Da scrittrice, un’esperienza molto interessante. Per me le parole che si dicono sono coincidenti con le cose, sono la realtà. La famiglia di Marlen, invece, ha una particolare frequentazione del silenzio che mi ha fatto ridimensionare questa mia convinzione. Ho capito che, nel migliore dei casi, le parole possono catturare un frammento di realtà, ma quello che c’è sotto continua a esistere ben oltre il testo. Il padre di Marlen ha detto cose molto dure. Eppure non avevo la sensazione che volesse ferirmi. Lì ho capito che c’è chi usa parole sbagliate per fare del male e chi le usa ma ha il cuore nel posto giusto».

Le radici familiari e il futuro

Hanno capito, alla fine?

F. «Speriamo di sì. Dopotutto noi siamo una continuazione imprevista ma possibile delle nostre linee familiari. Fino a pochissimo tempo fa, e in parte ancora adesso, le coppie omosessuali venivano considerate come il ramo secco. Noi, invece, vogliamo rivendicare il fatto che attraverso la nostra famiglia le nostre linee continuano. Per questo, all’inizio della cerimonia abbiamo trasmesso un discorso registrato da noi in cui abbiamo nominato i nostri quattro nonni, dicendo che la nostra famiglia affonda le sue radici in loro e nella vita di tutti i nostri antenati. Di certo, non avrebbero potuto immaginare il nostro matrimonio, ma io e Marlen siamo arrivate lì grazie ai sacrifici che hanno fatto perché le generazioni a venire fossero più libere».

E ora?

M. «Ora pensiamo alla nostra famiglia. Due anni fa abbiamo fatto la crioconservazione dei miei ovuli e sono lì che ci aspettano. In autunno ho due eventi molto importanti con la Nazionale italiana di kickboxing di cui faccio parte, l’ultimo a novembre. Dopo, potremmo iniziare a pensarci. Chissà, magari Babbo Natale potrebbe portarci un regalo».