«Io sono pansessuale». La ragazzina che lo dice ha 14 anni. È in fondo all’aula di un istituto tecnico di Bologna e ha appena assistito a uno spettacolo sull’omofobia.

Al momento delle domande, alza la mano e si presenta così. Non balbetta, non si nasconde, sa perfettamente quale parola usare per definirsi. Ad ascoltarla, in sala, c’è Vincenzo Branà, giornalista e portavoce di Arcigay: davanti a quella sicurezza, anche lui che del mondo Lgbtq+ conosce ogni sfumatura si meraviglia.

«Quella ragazza, a 14 anni, aveva non solo una consapevolezza verso se stessa così forte da fare coming out davanti a una sala piena di persone, ma ce l’aveva anche verso il mondo fuori tanto da decidere la categoria precisa con cui raccontarsi: pansessuale».

Per Branà è il segno più evidente di una trasformazione culturale profonda. «Oggi esiste una comunità che legittima i giovani a interrogarsi sulla propria identità e ci sono riferimenti culturali che li aiutano a orientarsi. Il Pride che si celebra a giugno non è più un corteo di 20 persone che sfilano tra i fischi, come quando ero ragazzo io, ma un evento di massa frequentato da famiglie, istituzioni, aziende. E poi ci sono le serie tv, i social, perfino i videogiochi che per anni sono stati il luogo della mascolinità più stereotipata e che oggi decostruiscono quegli stessi modelli».

Come film e serie TV hanno trasformato la rappresentazione LGBTQ+

Personaggi come Jules, la ragazza trans di Euphoria, Rue che si innamora di lei, Nick e Charlie di Heartstopper o i due campioni di hockey di Heated Rivalry raccontano infatti qualcosa che fino a pochi anni fa era quasi assente dall’immaginario collettivo: la possibilità di vivere identità e relazioni Lgbtq+ senza che il dolore sia necessariamente il centro della storia.

Un cambio di prospettiva drastico rispetto a Philadelphia o all’amore impossibile di Brokeback Mountain.

Anche serie come Sex Education, dove orientamenti e identità convivono senza bisogno di spiegazioni, o The Last of Us, che dedica una delle sue puntate più celebrate alla storia d’amore tra Bill e Frank, raccontano la stessa evoluzione.

Non sono spariti conflitti e sofferenze, ma è cambiato il punto di vista: il personaggio Lgbtq+ non è più definito dalla sua diversità. La domanda di fondo non è come fare coming out, ma come si ama, come si costruiscono relazioni. Questo non significa che il coming out sia diventato un viaggio semplice. «A essere cambiata non è l’esperienza, ma la reazione degli altri» osserva Imma Battaglia, una delle figure simbolo della storia del movimento Lgbtq+ italiano.

«Bisogna distinguere tra quello che succede fuori e quello che succede dentro di te. Quando da adolescente senti di vivere qualcosa che non corrisponde alle aspettative che gli altri hanno su di te, le paure sono le stesse. Oggi è un cammino più sereno, perché gli amici sono pronti e hai meno paura di dirlo a scuola. Ma il percorso dentro la tua anima resta un percorso tuo».

Il coming out è un percorso che dura tutta la vita

I coming out non finiscono mai, dice Imma Battaglia. «Prima con te stesso. Poi con la tua famiglia. Poi con gli amici. Poi sul lavoro. Continuano per tutta la vita». Nel suo caso, come racconta nell’autobiografia La mia battaglia d’amore (Castelvecchi), fu un outing. «Mia madre lesse senza permesso una lettera che avevo scritto. Fu terribile, con conseguenze dure e dolorose. Quando ti senti dire: “Mi fai schifo, sei malata, mi vergogno”, sai che non è vero. Però il dubbio ti viene.

Almeno io quel dubbio l’ho avuto. Presi un treno e andai a Trieste. Lasciai il lavoro, il posto fisso, tutto. Mi presero per pazza, ma non potevo più restare lì». La ferita più grande, però, arriva dopo. «Quando sono tornata, non c’è stato un confronto. Si faceva semplicemente finta che non fosse successo niente. Era una continua negazione».

LGBTQIA+
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Coming out trans: le difficoltà che restano nonostante i cambiamenti sociali

La distanza tra quell’esperienza e quella dei ragazzi di oggi è enorme. Eppure il coming out, secondo Battaglia, non ha perso significato. Per alcuni, anzi, ragazzi trans in testa, resta un percorso accidentato.

La differenza, spiega Christian Leonardo Cristalli, fondatore e membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Gruppo Trans di Bologna e delegato nazionale alle politiche trans nella segreteria di Arcigay, è che mentre il coming out gay o lesbico è ormai entrato nell’immaginario collettivo, «per una persona trans il coming out è ancora più difficile, perché le nostre vite sono continuamente al centro del dibattito pubblico. Questo significa dover spiegare, giustificare, difendere chi sei».

Il problema più grande non sono le famiglie, ma il mondo fuori. «Quando ho fatto coming out io, era un salto nel vuoto perché non c’erano modelli, se non quelli di una vita ai margini. Oggi invece, grazie al lavoro degli attivisti e di molti profili social, si può vedere che una vita piena dopo quel passo esiste» dice Cristalli.

La nuova rivoluzione del coming out: non dover più spiegare chi si è

Una vita possibile, però, non cancella automaticamente la paura. Perché il coming out non riguarda soltanto gli altri: come dice Battaglia, riguarda il rapporto che ciascuno costruisce con se stesso.

Non a caso, i ragazzi Lgbtq+ continuano a mostrare livelli più elevati di disagio psicologico rispetto ai coetanei eterosessuali. Segno che qualcosa è cambiato nel contesto, ma che il passaggio resta delicato.

Ed è forse qui che il significato del coming out è cambiato di più: non è per forza una dichiarazione pubblica o un gesto di rottura, è il momento in cui una persona trova le parole per raccontare se stessa. Se il coming out di Ellen DeGeneres negli anni ’90 o quello di Tiziano Ferro nel 2010 furono eventi mediatici capaci di rompere un silenzio collettivo, esempi come quello di Elodie che negli anni, pur vivendo amori eterosessuali noti, da Marracash ad Andrea Iannone, ha parlato della propria attrazione per le donne senza costruirci attorno una narrazione eccezionale, cambiano drasticamente la scena. Oggi vive apertamente la sua relazione con Franceska Nuredini senza bisogno di dichiarazioni pubbliche.

«Per me quello è il punto d’arrivo» dice Battaglia. «Non ti devo più dire chi sono e neanche mi devo per forza definire. Anche mia moglie Eva (Grimaldi, ndr) è stata sposata con un uomo e ora sta con me. Questo fa di lei una donna lesbica? Tecnicamente sì, perché è così che chiamiamo una donna che sta con un’altra donna. Ma mettersi in una categoria è una forzatura. Voglio essere libera di vivere le emozioni che mi fanno stare bene. Elodie a un certo punto ha detto semplicemente che amava una donna. Punto. Questa è la grande rivoluzione».

Linda, 26 anni «Io non ho avuto problemi in famiglia. Ma il mio è un privilegio, non la normalità»

Avevo 16 anni quando decisi di fare coming out con mia madre. Le scrissi una lettera. Sono sempre stata un po’ all’antica e mi sembrava il modo migliore per trovare le parole giuste. In quel periodo mi definivo bisessuale e nella lettera cercai di spiegare cosa significasse per me.

Le lasciai anche uno spiraglio per fare domande. Avevo iniziato da poco il mio percorso di attivismo in Arcigay e sapevo che, se ne avesse avuto bisogno, esistevano associazioni di genitori pronte ad aiutarla. La sua risposta fu molto semplice: «L’importante è che tu sia felice».

Con mia sorella non c’è stato un vero coming out: è stato come raccontarle una cosa qualsiasi della mia giornata. Per questo mi considero fortunata. Poi, però, ho incontrato tante persone che hanno dovuto affrontare rifiuti, silenzi, discriminazioni o perfino l’allontanamento da casa.

Il coming out non è un passaggio uguale per tutti. Oggi vedo una generazione più consapevole della propria identità e più libera nel raccontarsi, ma so anche quanto contino ancora il contesto e la famiglia. La mia storia è andata bene. Per questo non la considero normale: il giorno in cui non sarà più un privilegio, ma la regola, forse non ci sarà più bisogno di fare coming out».

Andrea, 38 anni «Quando ho iniziato la transizione di genere era un salto nel vuoto»

Le prime sensazioni le ricordo da bambino. Avevo 5 o 6 anni e volevo tagliarmi i capelli cortissimi, scegliere da solo i vestiti, indossare cose che sentivo più vicine a me. Ogni volta ricevevo la stessa risposta: certe richieste non erano adatte a una femmina.

Così ho smesso di parlarne.
Poi è arrivato “quel giorno”, a 16 anni. Avevo un diario che tenevo chiuso in una cassettina e i miei genitori lo aprirono. Quando tornai a casa, trovai il diario sul tavolo e loro seduti ad aspettarmi. Cominciarono a leggere alcune pagine ad alta voce. Ricordo soprattutto il panico. Io, che normalmente cercavo sempre di spiegarmi, quella volta non riuscii a dire nulla. Mi misi a piangere. A salvarmi fu mia sorella. Mi abbracciò e per molto tempo non affrontammo più l’argomento.

Qualche anno dopo spiegai ai miei genitori che avevo bisogno di intraprendere un percorso di affermazione di genere. A quel punto lasciai casa. Avevo 18 anni. Quando ho iniziato io, non esistevano persone trans che raccontassero una vita normale. Fare coming out significava lanciarsi nel vuoto. Oggi il percorso resta difficile, ma almeno chi lo affronta sa che dall’altra parte esiste una vita possibile.

Raoul, 26 anni «Dire ai miei che sono gay è stato meno difficile di quanto mi aspettassi»

Per anni non mi sono posto il problema di definirmi. La prima volta che mi sono chiesto cosa stessi provando è stato alle medie, quando mi sono preso una cotta per un compagno di classe. Sapevo che esisteva l’omosessualità, ma nella mia famiglia allargata se ne parlava come di qualcosa di sbagliato, quasi una malattia.

Così continuavo a rimandare le domande.

Tutto cambiò al primo anno di liceo, quando conobbi Andreas. All’inizio era un amico, poi mi innamorai. Una sera ci stavamo scrivendo su Facebook quando il computer si bloccò. Mia madre riuscì a riaccenderlo e lesse la nostra conversazione. Alle 3 del mattino mi svegliò e iniziò a farmi domande: se fossi gay, se volessi diventare una donna, se lei avesse sbagliato qualcosa.

Non avevo risposte.

Poi trovai il coraggio di dirle che mi piaceva Andreas, stavo bene con lui e volevo stare con lui. È stato un coming out molto più sereno di quanto avessi immaginato. Mia madre aveva paura, ma dopo qualche giorno capì. Mio padre, già informato da lei, aspettò che fossi io a parlargliene. Nessuna pressione, nessuna battuta. Quando finalmente lo feci, anni dopo, mi disse solo: «Lo sapevo. Ti ho aspettato».