Nel suo monologo La verità, lo giuro! – ora su Netflix – Michela Giraud smonta l’etichetta “curvy” che spesso le appiccicano addosso come se fosse una specie a parte; ironizza sui giudizi della madre che la vorrebbe sistemata e non su un palco a fare la comica; racconta delle battute fuori luogo rivolte a volte a lei e alla sorella Cristina, che è nello spettro autistico.

Flaminia, il primo film diretto da Michela Giraud

Temi che le stanno a cuore e ora sono al centro di Flaminia, il film da lei ideato, recitato e diretto, al cinema dall’11 aprile. Dove racconta di una 30enne cresciuta a Roma Nord, tra amiche magrissime e stronzissime, e del rapporto speciale con una sorella capace di mettere a soqquadro quel mondo vacuo e superficiale. «Volevo rovinare anche il cinema italiano» esordisce, con quella sua tipica ironia fatta di battute fulminanti e scomode, quando le chiedo cosa l’ha portata a esordire alla regia. Intanto ride, e lo fa spesso in questa intervista dove a poco a poco si fanno strada la profondità e la commozione. «Scherzi a parte, l’ho fatto perché avevo un’esigenza forte: volevo raccontare un rapporto tra sorelle». Quando le faccio notare che un film tutto suo è un bel traguardo raggiunto alla sua età, mi risponde: «Giovane regista a 36 anni?». E continua: «Volevo essere protagonista. Perché spesso ho ricevuto delle proposte dal cinema, ma per ruoli secondari. Allora ho detto: “Sai che c’è? Il film me lo faccio da me”. Come spesso è successo nella mia carriera. Anche per un problema di rappresentazione».

Mini dress di raso con gonna a palloncino P.A.R.O.S.H., cappa di satin over a maniche corte Alessandro Enriquez, décolletées Steve Madden.

L’intervista a Michela Giraud

Ovvero?

«Al cinema e in tv si vedono spesso gli stessi tipi di protagoniste: belle, magre, taglia 40. Mentre le ragazze normali fanno da corollario. È come se ci indirizzassero verso un modello prestabilito da seguire e ci dicessero che noialtre, così come siamo, non possiamo essere protagoniste nemmeno delle nostre vite. Quasi come se non fossimo capaci di innamorarci, di provare emozioni. Un giudizio a cui poi si aggiunge la retorica dell’imperfezione…».

In che senso retorica dell’imperfezione?

«Ciclicamente si pone l’attenzione su temi importanti, oggi sono la body positivity e la diversità. Ma se sono usati come delle etichette per “vendere”, vengono completamente svuotati del loro contenuto. Le faccio un esempio. A proposito del mio film mi hanno chiesto: “Parla di corpo?”. La risposta è: “Anche”. Parla di corpo e di tanti altri temi, come i 30enni di oggi e la diversità. Perché io sto raccontando una storia».

Giacca doppiopetto Vivienne Westwood, décolletées Steve Madden, collana Magic Wire.

Contro la retorica dell’imperfezione

Quanto è importante parlare di diversità e imperfezione?

«Tanto, ma non mi piacciono le persone che cavalcano questi temi e se ne appropriano senza viverli. Le faccio un altro esempio. Una volta una sceneggiatrice mi disse: “È ok anche essere imperfette”. Poi, però, la protagonista della sua serie era una taglia 40. Perfetta».

Cosa vuole raccontare, quindi, con Flaminia?

«Prima di tutto, come dicevo prima, ho scritto questa storia perché non volevo stare all’interno di un ruolo predefinito. Volevo essere protagonista della mia vita anche sullo schermo. E volevo che in questo film si rivedessero le ragazze e le donne normali».

Lontane dal modello imposto di perfezione di cui parlava prima?

«Sì, ma non solo. Anche una ragazza che ha un qualunque tipo di diversità che non rientra in quello che ci propina Instagram può essere protagonista della sua vita. Pensi a quanto soffrono gli adolescenti che non si sentono a loro agio nel proprio corpo. Anche io ci sono passata: non avevo Instagram ma c’era il berlusconismo. La pancia è stato il cruccio della mia vita, ma io con questa pancia ho fatto di tutto: ho preso una laurea, mi sono fidanzata, ci ho riso, ci ho pianto, ho conquistato degli obiettivi. Vorrei che le bambine che verranno a vedere il film vedessero in me una possibilità».

Michela Giraud e Rita Abela (che interpreta la sorella) in Flaminia, nelle sale dall’11 aprile
Michela Giraud e Rita Abela (che interpreta la sorella) in Flaminia, nelle sale dall’11 aprile

Michela Giraud e la sorella

In Flaminia parla anche della sua famiglia e di sua sorella.

«Il film è tutto giocato sul claim: “Vi diranno che è una storia vera. Non credetegli”. Non può essere una storia vera, però è una storia autentica. Quello che è importante è l’emozione, se il film ti passa un sentimento tuo, che è vero. Ho provato a comunicare l’autenticità di quello che io provavo inserendo all’interno di una storia inventata degli episodi che magari mi sono successi. Lucrezia Lante della Rovere (la mamma di Flaminia, ndr) non c’entra niente con mia madre, Antonello Fassari (il papà, ndr) ha degli aspetti di mio padre. Ludovica, interpretata da Rita Abela, è quella che ho costruito più a immagine e somiglianza di mia sorella Cristina. Però non è Cristina, perché Cristina ha una complessità tale che è impossibile racchiudere in un’ora e 40 di film».

La protagonista è lei?

«No, le protagoniste siamo noi. È una storia d’amore tra due sorelle. Perché per me il legame tra fratelli è la cosa più potente che c’è».

Lo descrive con sincerità: c’è l’affetto ma anche le insofferenze.

«Non volevo creare né il supereroe né il poverino, perché stiamo parlando di persone che semplicemente hanno delle diversità rispetto a noi. Ma tutto quello che è il come stare al mondo, l’emotività e le necessità, è identico al nostro. E se noi non consideriamo tutto ciò, priviamo queste persone della parità».

Trench corto argento Genny.

Quanto è dura sopportare il giudizio altrui?

«Mia madre la devo abbracciare perché comunque non è stato semplice per lei trovarsi in una condizione in cui tua figlia non viene accolta dagli altri. Io invece alzavo la testa tanto, mi incazzavo da morire. Dico sempre che lei, Cristina, è la mia principessa e io sono il suo cavaliere. La proteggevo, ma la menavo anche. Tra due sorelle coetanee ci sta. Non è stato tutto rose e fiori».

E la famiglia?

«Nelle famiglie c’è spesso il tema della vergogna che viene instillata dall’esterno, come se fossi un ladro. Automaticamente introietti qualcosa di quello che ti dicono e rimani solo».

Giacca monopetto over con collo a revers, body di pizzo e raso, parigine e décolletées, tutto Dolce&Gabbana.

Ora lei e sua sorella siete cresciute. Sente ancora di doverla proteggere?

«Sì, ma mi sforzo di non farlo perché non voglio che si senta controllata da me. Il nostro è un rapporto a volte anche conflittuale e credo si veda nel film. La scena più esemplificativa è quando io le dico: “Non paga di averci rovinato la vita continui a chiederci cose: sei piena di queste felpe di merda!”. E lei ribatte: “Ma io voglio quella. Stronza!”. È questa la chiave del nostro rapporto. Lei non ha filtri, dice ciò che pensa».

Se le chiedo chi è Cristina?

«Lei è tutto per me. Se non fosse per lei, io non starei qua. Sarei più serena per alcuni aspetti, ma se non avessi avuto lei non avrei avuto nessuna fame di vita, nessun afflato. Non avrei sentito niente di quello che sento adesso».

Trench doppiopetto Federica Tosi, décolletées Steve Madden, collana Magic Wire.

Foto di Roberta Krasnig, styling di Cristina Nava, ha collaborato Chiara Sarelini. Make up Emanuela Giammarco using Charlotte Tilbury. Hairstyle Gabriella Mustone per Simone Belli Agency.