«Chiamiamola una splendida maturità», Monica Guerritore non ama definire «seconda giovinezza» il momento che sta vivendo dopo il successo mondiale della miniserie Inganno, di cui è stata protagonista giusto un anno fa. «Le ragazze devono sapere che c’è un periodo dorato, effervescente, glorioso alla mia età» sottolinea. Lo sa bene lei che, a 67 anni, si è rimessa in gioco debuttando alla regia cinematografica con Anna, il film su Anna Magnani da lei scritto, diretto e interpretato, in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e dal 6 novembre nelle sale.
La nostra intervista a Monica Guerritore
Cosa prova ora che il pubblico vedrà Anna?
«Emozione e soddisfazione. Non avrei immaginato di farcela. Non mi spaventava la regia, ho curato tante regie teatrali, ma non è stato facile mettere in piedi questo film».
Con quale intenzione è nato?
«Volevo sedermi accanto ad Anna Magnani e mostrare quello che della sua vita non abbiamo visto. Il suo talento d’attrice lo conosciamo bene, a me interessava raccontare quei momenti privati che ce la fanno amare e scoprire fragile, diversa da quella che ricordiamo. Specie quando le curve del destino la sbattono qua e là e la sua vita prende una piega dolorosa. Suo figlio Luca si ammala di poliomielite; gli amici a poco a poco l’abbandonano; Roberto Rossellini, l’uomo della sua vita, è sempre più lontano; il cinema inizia a dare più importanza ai registi che agli attori… Entra in crisi».
Cosa sente di condividere con lei?
«Il rispetto per la propria persona e il proprio mestiere. Nel film Rossellini le dice: “Sei forte”. Lei risponde: “Non ho mai avuto altra scelta”. Era una grande artista decisa a difendere il suo modo di fare cinema, ma anche il suo modo di essere. Libera, verace, lontana dalle convenzioni, determinata a imporre la sua visione delle cose».
Difendeva anche le sue rughe.
«Non le nascondeva, ne andava fiera. Non perché fosse poco attenta alla bellezza – era una donna affascinante, sfoggiava abiti e gioielli firmati – però difendeva la libertà assoluta di essere come si è. “Sono io, non dovete trasfigurarmi, né dovete dirmi come interpretare i miei personaggi” ripeteva. Io cerco di raccogliere il suo testimone».
Cosa insegna la sua Anna alle donne di oggi?
«Indica un altro modo di essere donne, forti nelle proprie scelte. “Io sono così, e allora?” diceva, caparbia. È stata una pioniera, un modello per tutte le attrici dopo di lei perché non si piegava alle logiche del sistema, rifiutava ruoli non alla sua altezza. Non si è mai svenduta».
Monica Guerritore: «Desideravo ridare voce a Anna Magnani»
Teme il giudizio del pubblico che la vedrà interpretare un’icona?
«Noi attori teatrali siamo abituati, portiamo in scena Lady Macbeth… Desideravo ridare voce a Anna con un film incentrato su un’avventura umana che deve piano piano posarsi su un pubblico commosso. Anna dirà all’amica Suso Cecchi D’Amico: «E niente, è girata». C’è un momento nella vita in cui lo senti che le cose cambiano. Ho voluto raccontare quell’autenticità e spero che gli spettatori apprezzino la sincerità e la necessità che avevo di raccontarla così».
Le sue figlie hanno visto il film?
«Eccome! Mi hanno chiesto con gli occhi sgranati: “Mamma, ma l’hai fatto tu?”. Lo hanno amato. E una delle due, Lucia, interpreta Ingrid Bergman, che tra l’altro le somiglia».
Proprio come, a detta di Giorgio Strehler, somigliava a lei all’età di 15 anni…
«È vero, è stato un bel passaggio di testimone tra noi».
Cosa ha imparato nel passaggio dalla regia teatrale a quella cinematografica?
«Avendo portato in giro spettacoli complessi con 15 attori sul palco e scenografie importanti, sapevo già gestire la macchina. Ho scelto tutti attori di teatro, che con la loro disciplina hanno permesso di girare in cinque settimane. Era quasi sempre “buona la prima”, anche grazie al direttore della fotografia Gino Sgreva, che mi ha dato fiducia nelle scelte più ardite. Mi sono scoperta più dolce e sorridente nel dirigere gli attori, non tollero chi ha poco rispetto per il loro mestiere».
Il film inizia con la notte in cui Magnani vinse l’Oscar per La rosa tatuata e attraversa i suoi ricordi e i suoi affetti, da Roberto Rossellini a Suso Cecchi d’Amico.
«C’è il racconto del filo che non si è mai spezzato con Rossellini, suo grande amore benché tormentato (durante la relazione con Magnani era sposato con la costumista Marcella De Marchis, poi si legò all’attrice Ingrid Bergman, ndr). C’è il sostegno delle donne che le sono state accanto: Suso Cecchi D’Amico, l’amica vera, l’unica a dirle sempre la verità, e Carol Levi, una 24enne che l’accompagnò per tutta la vita, diventando poi la più grande agente cinematografica italiana. Il rapporto tra loro due mi ricordava Il Diavolo veste Prada, con la diva e la ragazzina che le corre dietro, interpretata dalla brava Beatrice Grannò».
Perché ha scelto Tommaso Ragno per il ruolo di Rossellini?
«Era l’unico che potesse interpretarlo. Rossellini era complesso, esuberante, guascone. Nel mio film non è presenza, è mancanza».
Un “uomo altrove”?
«Esatto. Di quelli affascinanti che però camminano davanti alle donne. Il Rossellini del film, quando torna, lo fa con tutto se stesso e non se ne va più, segno che anche gli “uomini altrove” sanno provare un sentimento potente».
Anna Magnani: la donna oltre al diva
Racconta una Magnani di fatto molto sola. La sua casa era piena di gente finché vinse l’Oscar, dopo piano piano si svuotò.
«“Mi hanno voltato le spalle tutti” diceva. E poi i dolori di cui non parlava, l’assenza dell’uomo della sua vita e la sofferenza per la malattia del figlio. Ho immaginato come la corsa dal suo bambino che stava morendo diventasse la sua corsa a perdifiato nel film Roma città aperta. Se da attrice viene stroncata dalla mitragliatrice, come madre verrà sconvolta da quella poliomielite».
Ha contattato le famiglie Rossellini e Magnani?
«Conosco Isabella Rossellini da tanti anni, ero fidanzata con suo fratello Robertino, ma non la sento da tempo, forse non si ricorderà di me. Ho sentito per il film Caterina e Silvia D’Amico. E ai tempi delle letture teatrali della sceneggiatura con Luca Magnani, il figlio di Anna. Ma poi ho cercato di stare lontano da tutto, per costruire la mia trama e seguire la mia intuizione».
Quando si è vista vestita per la prima volta da Anna Magnani cosa ha provato?
«Non ero sorpresa, l’ho studiata a lungo. Lei aveva quel fascino delle figure femminili in bianco e nero che girano sole per strada col cappotto, stile Gli amanti di Louis Malle. La mia Anna è a metà strada tra me, Magnani e Jeanne Moreau».
Come vive questa nuova ondata di popolarità?
«Con gioia, chi poteva mai immaginare, dopo decenni di teatro, di arrivare in tutto il mondo con una serie tv su piattaforma? Mi fa piacere essere stata “riscoperta”, ogni tanto sui social ritirano fuori i miei personaggi teatrali. Ora mi fa felice il portare sullo schermo, a un anno da Inganno, un’altra donna potente. La mia Anna».