Valeria Golino ci affascina subito con quello sguardo di ghiaccio e la chioma spettinata di ricci biondi. Poi la senti parlare, e capisci il perché: una voce profonda, roca, che racconta con un’onestà senza filtri la sua lunghissima carriera. Infatti ha all’attivo più di novanta film sia italiani sia internazionali durante i suoi quarant’anni di lavoro e ben 70 premi ricevuti.
Il giovanissimo esordio
Cresciuta tra l’Italia e la Grecia, esordisce giovanissima, a soli 17 anni, nel film Scherzo del destino di Lina Wertmüller e poi non si guarda più indietro: vola in America a cercare fortuna. E la trova, lavorando a fianco di Dustin Hoffman e Tom Cruise nel famosissimo Rain Man (1988) e con Charlie Sheen nell’irriverente e simpatico Hot Shots! (1991). È una delle artiste italiane più amate all’estero, che avrebbe potuto essere la nostra Pretty Woman nazionale- lei stessa racconta di essere arrivata ai casting finali a fianco della collega e rivale Julia Roberts.
Ma, nonostante questo ruolo mancato, Valeria ci ha regalato delle performance meravigliose. In onore del suo compleanno, ecco una panoramica di alcuni dei suoi film più belli.

Storia d’amore (1996), il film del successo
Storia d’amore, che è stato definito una sorta di Jules e Jim proletario, racconta di ragazzi socialmente emarginati ma onesti, che cercano di sopportare la loro condizione sociale subordinata. Valeria interpreta Bruna, una ragazza che lavora come donna delle pulizie. Conoscerà due uomini, Sergio e Mario, con cui intesserà un triangolo amoroso. Il desiderio d’affetto utilizzato per combattere il grigiore dell’esistenza è perfettamente rappresentato dall’attrice, con un sex appeal mischiato a un’ingenuità sincera che la rende assolutamente credibile. Il film, dal tragico finale, fu osteggiato fino all’ultimo dalla Rai ma difeso dal regista Citto Maselli e valse a Valeria un premio prestigioso come la Coppa Volpi per la migliore attrice. Di lei Maselli diceva che è una di quelle attrici d’istinto che, appena battuto il ciak, “diventano” il personaggio.
Respiro (2002) e l’oppressione della figura femminile
Un’opera forte, che racconta della difficile condizione femminile in un’isola rurale e carica di pregiudizi. Grazia (Valeria Golino), madre di tre figli, cerca di vivere un’esistenza più libera e felice, ma verrà osteggiata dai familiari che la considerano pazza e che sperano di internarla in manicomio. La trama è quasi inesistente: si tratta di una serie di scene che, come fotografie, mostrano la natura opprimente e maschilista dell’isola. Grazia non è una donna in preda alla follia, ma profondamente scontenta per la necessità di rivestire un ruolo stereotipato di moglie e madre, che le sta stretto. Per raccontare questa sensazione di profondo disagio, Valeria presta alla protagonista l’infinita tristezza del suo sguardo, che sembra perennemente perso altrove. Il film viene presentato a Cannes e le fa vincere il Nastro d’Argento come miglior attrice protagonista.

La guerra di Mario (2005), un personaggio dalle mille sfumature
Una coppia agiata di professori decide di adottare Mario, un bambino difficile: è una vicenda emblematica, che parla dell’incomunicabilità dei due mondi- quello della borghesia napoletana e quello della periferia violenta. Golino interpreta il ruolo di Giulia, una madre ricca che cerca di viziare il figlio per legarlo a sé, cercando di soffocare la paura con il denaro. Non basta l’agiatezza per mantenere unita una famiglia, ci vuole un lavoro su se stessi e una forma d’amore umile e disinteressata. Parlando del suo personaggio, Valeria ha affermato di volere che turbasse il pubblico per la sua complessità: non c’è torto o ragione nel modo in cui cerca un legame con il figlio adottivo o in come gestisce il rapporto di coppia, solo tanta umanità. Con questo ruolo ricco di contraddizioni e sfumature, vince il David di Donatello come migliore attrice protagonista.
Giulia non esce la sera (2009), dentro e fuori dall’acqua
Qui Valeria riveste i panni di Giulia, un’istruttrice di nuoto in libertà vigilata che dopo le sue lezioni deve tornare in carcere per trascorrere la notte. A bordo piscina incontra Guido (Valerio Mastrandrea), uno scrittore dalla vocazione debole che cerca di riconnettersi con la vita. A fianco del collega, Valeria inscena un personaggio ai margini della legge, ma anche delle emozioni. La relazione con Guido rimarrà sempre in potenza, quasi un’occasione mancata, perché nessuno dei due riuscirà ad abbandonarvisi del tutto.
L’ambientazione nel luogo liquido e sfuggente della piscina, la rapidità con cui possono uscire ed entrare dall’acqua è una metafora del modo in cui si possa entrare e uscire dai sentimenti, per paura del dolore. Valeria riesce a materializzare perfettamente il disagio, la stasi emotiva in cui ci si sente sempre sul punto di annegare. Per il film, duetta addirittura con i Baustelle nel brano Roma non piangere, che vince il Nastro d’argento per la migliore canzone originale.

Il capitale umano (2014), un personaggio secondario ma fondamentale
Nel film di Virzì I destini di due famiglie si uniscono e si scontrano tragicamente nel giorno della vigilia di Natale. Vincitore di ben 7 premi ai David di Donatello, è un film che vale alla Golino un grande plauso. Qui interpreta Roberta, donna colta, empatica, con una professione di valore sociale (dirige un centro di sostegno psicologico per adolescenti). La sua figura contrasta apertamente con quella del marito, dominato dall’arrivismo e dal desiderio di entrare nel mondo dei ricchi.
Con un registro sommesso ma intensissimo, fatto di sguardi lunghi e molti silenzi, Valeria rende il suo personaggio una figura fragile e dignitosa insieme, in un ambiente dominato dall’ipocrisia e dall’avidità.
L’arte della gioia (2025), sceneggiatrice e regista
Nell’intreccio complesso di L’arte della gioia (l’adattamento del romanzo di Goliarda Sapienza), Valeria non è solo regista e coautrice della sceneggiatura, ma reinterpreta il testo: la sua visione trasforma Modesta, la protagonista, in una figura di ribelle consapevole, capace di riscrivere il proprio destino al di là dei confini imposti. Golino ha dichiarato che «L’arte della gioia è un inno alla libertà, all’autocoscienza e all’autodeterminazione, ma anche al dissenso e alla disobbedienza». Non si tratta di santificare la protagonista, che commette errori e azioni discutibili, ma di renderla nella sua complessità. In definitiva, il suo progetto è quello di far emergere la radicalità del romanzo: non una trasposizione neutra, ma un atto di riscrittura che crede nel potere del desiderio e della disubbidienza come motori di trasformazione personale e sociale.
