Più che una gioia, aver ascoltato in anteprima Tu mi piaci tanto, il brano di Sayf per Sanremo, in questi giorni è una tortura. Perché quel ritornello, «aperto», come lo descrive lui, non se ne va più dalla testa e ignorarlo diventa sempre più difficile. A questo penso mentre mi preparo a incontrarlo alla sua conferenza di presentazione, in una nuovissima terrazza che dà sul cielo grigio di Milano.

Non sono la sola: intorno a lui ci sediamo tutti come vere pantere, pronti a cercare di scoprire il più possibile sul suo brano, il ragazzo che lo canta, le prime immagini che lo hanno evocato e via così. Perché Tu mi piaci tanto è una di quelle canzoni che sembrano troppo semplici per essere così forti, troppo leggere per essere così cariche di significato. È come uno di quei quadri contemporanei fatti di macchiette e strappi, che guardiamo e pensiamo “Potrei averlo fatto io”. Ma basta un breve scambio di battute con Sayf per scoprire che no, solo lui avrebbe potuto crearla e farla proprio così.

Da Genova a Sanremo, il passo non è poi così breve

Di parlare di sé non gli va molto, e nemmeno della canzone. «È una canzone alla fine, cosa serve dire di più?», chiede senza secondi fini. D’altronde ha ragione, Tu mi piaci tanto si spiega da sola: è l’amore in tempo di guerra di cui ha già cantato Tananai, quello in Italia di cui hanno già cantato Rino Gaetano e De André, quello semplice e in parole povere di Sergio Endrigo. È Sayf che non si spiega: con i suoi dreadlock, la frangetta, l’atteggiamento di chi è finito qui per caso.

Incalzato, dimostra che – proprio come davanti all’apparente semplicità del suo brano – non tutto, anzi quasi niente, è come sembra. I suoi primi passi nella musica risalgono infatti a un bel po’ di anni fa, quando ha iniziato a farsi notare con performance di apertura a live di artisti come Izi e Bresh. Con il secondo condivide la città natale, Genova, anche se grazie alla mamma tunisina Adam Viacava (questo il suo nome di battesimo) è «una miscela». A Genova ha respirato l’amore per la musica, che si attacca addosso ai suoi abitante persino dopo una semplice passeggiata. Le origini tunisine invece lo hanno aiutato a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Quella di chi, pur essendo nato in Italia e avendoci passato la vita, si sente sempre un po’ diverso.

La diversità come forza, la musica come ponte

Il suo sguardo sul mondo, curioso e irriverente come quello di un bambino, gli permette di guardare alla sua esperienza con una lente nuova. «Un bambino non ha paura di dirti che sei brutto, lo fa ridendo», ci spiega riportando una conversazione con un amico avvenuta qualche giorno fa. «Con i miei brani cerco di fare un po’ questo: raccontare una verità che a volte è cruda, ma non per questo dev’essere pesante».

La speranza è quella di farsi capire («Se chi mi ascolta mi vede così, come sono ora, sono già felice»), ma soprattutto «farsi ponte». Sayf, in grado di destreggiarsi abilmente tra sonorità hip hop, jazz, pop e persino la sorta di polka che porta a Sanremo (che non è una scelta fatta per sorprendere, «è nata così»), della strada non ha respirato solo i suoni sporchi. La sua giovinezza scapestrata l’ha portato a essere amico di colleghi come i più “crudi” Baby Gang e Rondodasosa, perché il mondo che raccontano lo conosce bene. «Se con parole leggere e ironiche riesco a far riflettere qualcuno su un mondo che non conosce, e soprattutto sulle persone che lo abitano, sono felice di farmi da ponte».

Sayf ci piace tanto

Forse non è questo il vero obiettivo di Tu mi piaci tanto, ma spero sia tra i suoi pensieri. Sicuramente il brano farà interessare il grande pubblico a Sayf, ma scoprendone solo il volto più accessibile e leggero. E alla serata cover, che affronterà con Alex Britti e Mario Biondi sulle note di Hit the road Jack, mostrerà anche la sua versatilità.

Non sono molti gli artisti col talento e l’intensità narrativa di Sayf, e averli sul palco è un onore per il pubblico. Sono ancora meno quelli che, come lui, sono parte di due mondi e li sanno leggere così bene. Quel suo essere «miscela» è quel che più mi piace, la sicurezza con cui dice «Certo, io sono un maranza!» pur indossando i mocassini lucidati. L’inscalfibile identità di chi si è lasciato crescere, e sa quali corde toccare. C’è un mondo da cambiare, e le canzonette sono tra le armi che più mi intrigano: spero che, al momento giusto, saprà colpire nel segno.