«I bambini non chiedono di essere capitI, chiedono di essere visti». Nel pieno di un dibattito pubblico sempre più acceso e divisivo sui temi dell’identità e delle sue oscillazioni, Federica Johanna Victoria Caiozzo, in arte Thony, 43 anni, di Palermo, attrice e musicista di sensibilità e talento, abbraccia e rilancia la parabola di Unicorni, commedia corale di Michela Andreozzi che il 17 luglio inaugura il 55° Giffoni Film Festival e il 18 arriva al cinema, interrogando le nostre certezze di genitori e di adulti. Il film ruota intorno a Blu, un bambino di 9 anni che ama vestirsi da femmina e desidera interpretare la Sirenetta nella recita scolastica.
Unicorni, il racconto di un coming in
I veri protagonisti sono però i suoi genitori: Elena e Lucio, interpretati dai bravi Valentina Lodovini ed Edoardo Pesce, progressisti in apparenza, messi in crisi dalla libertà del figlio. Unicorni non racconta infatti un coming out, ma un coming in: quello degli adulti che, per imparare ad amare, devono rimettersi intimamente in gioco. «Blu non è un problema da risolvere» sostiene Thony, che veste i panni di una madre poco empatica, cinica, più preoccupata di proteggere se stessa che di capire davvero il figlio, l’amico bullo di Blu. «È un personaggio lontano da me, ma proprio per questo interessante, perché ci costringe a fare i conti con un modo di intendere la genitorialità più diffuso di quanto pensiamo».
Come è entrata nel mondo di Unicorni?
«È stato tutto casuale, o forse era destino. A cena al ristorante ho incontrato Michela Andreozzi: avevamo già lavorato insieme in passato. “Stavo proprio pensando di mandarti una sceneggiatura” mi ha annunciato. Quando poi ho letto il copione, mi è sembrato subito un film bello e importante».

Formule di famiglie differenti
Ha definito sua madre una “teppista dell’anima”.
«Lei e l’ex marito, interpretato da Lino Musella, sono forse la coppia meno disposta a cambiare, nel film. Non prendono sul serio il compito educativo, sono rigidi, legati a un’idea di famiglia tradizionale. Rappresentano un modello opposto rispetto alla famiglia di Blu».
Formule differenti di famiglie allargate, con esiti contrari sui legami affettivi.
«Mentre quella di Blu è unita, solidale, capace di tenersi insieme anche nei momenti difficili, la famiglia del mio personaggio si è spezzata perché ci si è lasciati con rancore, senza amore. Questa contrapposizione nella sceneggiatura mi ha colpita molto: racconta bene come si possa reagire in modo diverso alle crisi familiari, e come la qualità delle relazioni non dipenda solo dalle etichette».
Il mondo familiare di Thony
Parla di qualcosa che conosce?
«Vengo da un’esperienza familiare analoga, vissuta con naturalezza: tre matrimoni, sei fratelli molto legati tra loro, affetti che resistono alle trasformazioni. Questo mi ha insegnato una cosa importante: l’amore non finisce quando si rompe una coppia. Si può continuare a volersi bene, a essere famiglia, anche dopo una separazione. I miei, per esempio, dopo il divorzio, continuano a prendersi il caffè insieme tutte le mattine».
Più che la storia di un coming out, Unicorni è la radiografia di un mondo adulto emotivamente bloccato.
«Blu è un bambino che vuole solo essere se stesso, senza bisogno di definirsi. Sono gli adulti che si agitano, che si affrettano a trovargli un’etichetta, che hanno paura del giudizio. Spesso questa paura viene spacciata per senso di protezione. Ma proteggere non vuol dire nascondere, piuttosto dare spazio e strumenti per affrontare il mondo».
Attrice e musicista senza etichette
Ha mai subito la pressione di essere incasellata?
«Soprattutto all’inizio, con la richiesta pressante di definirmi attrice o musicista, come se non potessi essere entrambe le cose. Persino il mio nome d’arte genera confusione: sembra incredibile, ma continuano a chiedermi come mai, essendo femmina, mi sia scelta un nome maschile. Ma io sono così: coltivo più anime, ogni volta che mi si chiede di sceglierne una è come dover rinunciare a una parte di me. Abitare un’identità complessa arricchisce il mio modo di stare in scena, come quello di comporre e cantare».
Torniamo alla paura della complessità.
«Viviamo in un’epoca in cui si parla molto di libertà, ma se non rientri in una categoria precisa, se non sei definibile in modo immediato, generi sospetto. Mentre il mio esercizio preferito è mettere in dubbio continuamente chi sono, le mie scelte, i miei desideri. Concedersi la possibilità di essere contraddittori è fondamentale per poter accogliere gli altri: se la diversità non viene riconosciuta come un valore, può spaventare. L’ho sperimentato da vicino».

In che modo?
«Mia madre è polacca, quando nel 1975 arrivò a Palermo non fu facile per lei. In quel periodo la Polonia era sotto il regime comunista, uscire dal Paese non era così semplice, quindi la sua presenza in Italia suscitava sospetti. Fu addirittura denunciata dai vicini, ufficialmente per questioni burocratiche, in realtà, secondo i racconti dei miei, per gelosia: era una donna bellissima, lunghi capelli biondi, molto diversa dalle signore del posto. Forse per questo s’è ritrovata spesso al centro di pregiudizi assurdi».
I ruoli non convenzionali
A proposito di stereotipi, lei è anche nel cast di Maschi veri, successo di Netflix, che esplora con ironia la mascolinità tossica.
«È una serie leggera, che funziona perché non stigmatizza: ti porta sulle contraddizioni con delicatezza. E tocca un punto importante: le donne possono essere portatrici di un maschilismo interiorizzato. Riflettere su questi temi, anche attraverso la commedia, è fondamentale. Mi ha fatto ripensare a un mio vecchio film, Tutti i santi giorni di Paolo Virzì, in cui interpretavo, accanto a Luca Marinelli, una ragazza che fa una scelta sentimentale non convenzionale. All’epoca mi rivolsero commenti molto duri. Oggi, invece, tante donne mi ringraziano per il personaggio di Maschi veri. Mi dicono: “Finalmente una donna che porta in scena il proprio desiderio”.
Le due anime di Thony
L’anima della musicista è talmente avvinta a quella dell’attrice che spesso compone le colonne sonore dei film e delle serie a cui partecipa, come in Tutti i santi giorni.
«È successo diverse volte: per Tutto può succedere, Summertime, ma ho scritto brani anche per Settembre di Giulia Steigerwalt. In teoria avrei dovuto consegnare un disco mio 2 anni fa, ma ancora non l’ho finito. La musica richiede isolamento, è un’esperienza totalizzante, in questo momento fatico a conciliarla con la vita sul set, che invece è fatta di interazione continua, di apertura verso gli altri. Quando compongo un disco, mi capita di passare giorni chiusa in casa. E anche se esco, metà della mia testa è ancora lì che canta».